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Il vortice
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Titolo:
Il vortice |
Autore:
Astrolabio |
Contatto:
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Racconto
n° 4723 |
Altri
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La calda luce del pomeriggio d'estate filtrava appena attraverso le feritoie delle tapparelle abbassate. Il cellulare squillò. Maria si girò nel letto e allungò la mano fino al comodino per poterlo afferrare. Non stava dormendo, ma era in uno stato di leggero torpore. Stava cercando di prendere sonno, ma non ci riusciva. Guardò lo schermo del telefono e vide il suo nome che lampeggiava. Il suo nome. Ebbe un tuffo al cuore. Il suo corpo reagì di scatto, risvegliandosi bruscamente da quello stato di quiete assoluta. Si scoprì di colpo sudata, e l'afa di agosto sembrò investirla tutta in un colpo.
Già sapeva l'effetto che avrebbe provato sentendo la sua voce. Già sapeva di cosa le avrebbe parlato e chissà quali confessioni le avrebbe ancora una volta strappato. A quel pensiero le si irrigidirono i capezzoli sotto la stoffa della canottierina umida di sudore e ,non resistette a lungo, prima di premere il tasto con la cornetta verde sulla tastiera del telefono.
- Pronto - . - Ciao Mary. Come stai? - . - Bene... - . Un groppo in gola la prese nel sentire la sua voce materializzarsi nella sua camera. Forte e decisa. Come se lui fosse lì accanto a lei. - Che facevi? - . - Niente. E tu? - . - Sono appena rientrato. E ti pensavo. E mi è venuta voglia di sentirti...dove sei? - . - Sto sul letto... - . - Interessante...voglio immaginarti...dimmi come sei vestita... - .
Un brivido le percorse la schiena. Sapeva che gli piaceva immaginarsi come era vestita e che ciò faceva parte del gioco. Abbassò gli occhi sul suo corpo e si osservò: - Ho una canottierina bianca e una mutandina nera sotto. Fa molto caldo... - . - Se fossi lì, sentiresti molto più caldo, lo sai? Ho voglia di baciarti. Voglio sentire il tuo sapore nella mia bocca. Voglio la tua lingua, Mary...dammi la tua lingua... - . - Sì...anche io... - e un primo brivido caldo le corse lungo la schiena, fino alla pancia. - Ti succhierei la lingua e poi inizierei a leccarti ovunque, scendendo lungo il tuo mento, il tuo collo, le tue spalle... - . Maria si passò le punta delle dita lungo il collo, scendendo tra il solco in mezzo ai suoi seni imperlati di goccioline di sudore. Lascò la mano scivolare sotto la stoffa della canottierina, sentendo la sua pelle morbida e bollente, fino ad a prendersi tra le dita un capezzolo per iniziare a torturarlo. Era lì che ora sentiva la sua bocca e la sua lingua. Glielo succhiava, con voglia, affamato. - I tuoi capezzoloni mi fanno impazzire... - , le aveva appena detto. Tra le cosce stava affiorando quel languore che non le avrebbe più dato via di scampo. Sentiva il suo sesso iniziare a pulsare e inumidirsi di voglia. Inevitabilmente la sua voce si dissolveva. Lui non era più dall'altra parte della cornetta, ma era come se fosse arrivato lì nella stanza con lei. Anima e corpo, sul suo letto, finalmente insieme.
Ora poteva sentire le sue mani che, con forza, le sollevavano la canottiera e si impadronivano delle sue tette. Le portò la bocca all'orecchio e le sussurrò : - Tettona...sei la mia tettona - , prima di affondare il viso nel loro mezzo e iniziare a torturarle i capezzoli con labbra, bocca e lingua. Quella frase le faceva perdere i sensi, dalla prima volta che gliela disse... Le strinse i polsi e le portò le braccia dietro la testa, tenendogliele bloccate. La guardò negli occhi. Si guardarono carichi di voglia. Maria inarcò la schiena, offrendogli ancora le tette, dure, turgide, grosse. Lui le leccò di nuovo, con foga le prendeva in bocca, ciucciandogliele, affamato. Era inebriato dal loro sapore, il suo profumo dolce, misto al suo sudore e alla sua eccitazione. Le passava la lingua sotto le tette, risalendo tutta la loro curva, fino ad assaporare la pelle morbida e liscia delle sue ascelle. Maria gliele offriva, lui le leccava, matti di quella loro passione. Lui perdeva ogni freno ogni volta che gliele guardava nude, esposte, gliele leccava, gliele annusava. La sentiva sua, era un gesto intimo, segreto, animale. Lei lo sapeva, lei sentiva lo stesso, lei si sentiva la sua preda, si sentiva sua.
Solo allora, presa da quelle visioni che si perdevano nella sua voce al telefono, si rese conto che lui era nudo. Sentiva ora il suo corpo contro il suo, i muscoli del suo petto premere contro la sua pelle, le sue cosce atletiche strusciare tra le sue morbide, il suo cazzo premere contro il suo pube, strusciando il pizzo della sua mutandina. Era già duro, eccitato, lo sentiva in tutta la sua lunghezza. Istintivamente Maria iniziò a muovere il bacino, come nemmeno la più esperta danzatrice del ventre era capace di fare. Iniziò a danzare, cercando quel contatto tra la sua voglia di maschio e la sua figa che ora, pulsava e aveva intriso di voglia la stoffa della mutandina sottile. Le sembrava di perdere di tanto in tanto i sensi, le immagini erano confuse e la scena ogni tanto era sfuocata. Ora sentì le mutandine scivolarle giù lungo le cosce, mentre lui gliele sfilava. Se le portò al viso e le annusò: - Che profumo di figa...di femmina...lo vuoi sentire anche tu, Mary? - . Senza aspettare la sua risposta, si mise in ginocchio sul letto, mostrandosi completamente a lei nella sua eccitazione. Si portò una mano al cazzo, e lo avvolse con le mutandine bagnate di lei, iniziando a segarselo. - Annusale ora, Mary... - . Lei avvicinò il viso, restando inebriata da quel profumo di sesso, di figa e di cazzo ed inevitabilmente si trovò la sua voglia tra le labbra. Lo assaporò prima lentamente, passandogli la punta della lingua, poi iniziò a farlo scorrere sempre più nella bocca, finendo per succhiarglielo vogliosa. Sentiva il suo sapore di uomo, lo ciucciava, lo sentiva grosso fino in gola. Gli portò una mano alle palle, afferrandole, sollevandole. Era il suo maschio e amava stringergli le palle, le sue palle grosse, dure e piene. Proprio mentre si stava immaginando quella scena, una frase più forte delle altre la fece risvegliare da quella visione. - Sei la mia porca Mary, vero? Dimmi che sei la mia porca... - .
Riaprì gli occhi, teneva il telefono ancora all'orecchio. Nella penombra della stanza, si ritrovò ancora stesa. Completamente sudata, con le tette nude e una mano che, scostata la stoffa delle mutandine, stava massaggiandole la figa, ormai fradicia e gonfia di piacere. E forse entrambi sapevano di pensare in quell'istante la stessa cosa: troppo forte era quello che c'era tra loro. Inevitabile sempre raggiungere questi estremi mai provati. Estremi che li spaventavano, ma che li attiravano come un vortice risucchia tutto quello che incontra. Il vortice erano loro. Non lui, non lei. Ma loro, insieme. Maschio e femmina, donna e uomo. In fondo un'unica cosa, che non aveva e non deve avere paura di scoprirsi.
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