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Il Dottor Divago
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Titolo: Il Dottor Divago
Autore: CaperucitaRoja
Contatto:
Racconto n° 4739
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Uomo dei desideri... o almeno, sei un uomo che sa come risvegliare e alimentare i miei.
Mi accendi e poi ti neghi, e non so se è un gioco il tuo, una tattica voluta, oppure...
Sai, ho persino preso in considerazione l'idea di non piacerti poi così tanto.
Dopo però penso a tutto quello che è accaduto da quando ci siamo conosciuti, a quel congresso. L'ennesimo noiosissimo e costosissimo congresso di aggiornamento a cui non si può non partecipare: almeno un titolare per studio, dice la legge, e chissà perchè toccava sempre a me.

Al check in solerti hostess mi corredarono di badge, clipboard con la carta intestata dell'ordine, penne biro omaggiate dagli sponsor e bottiglietta di minerale.
Niente bicchiere.
Così accessoriata andai a cercare la poltroncina assegnatami: sezione III, fila F, numero 15. Naturalmente scoprii che era l'ultima sedia della fila, accanto al corridoio. Avevo iniziato dalla numero uno, ovviamente, da perfetta e diligente scolaretta quale sono sempre stata. Per fortuna non dovetti far alzare nessuno, erano ancora tutti in piedi a chiacchierare nella hall. Noiosissimi colleghi che parlavano di noiosissimo lavoro, noiosissime leggi, noiosissimi adempimenti.
No no, alla larga, già avrei voluto essere chilometri lontana da lì.
Preferii quindi aspettare seduta leggendo un libro, abbastanza stanca di troppo lavoro e anche fin troppe parole da apprezzare enormemente anche un'occasione così per rilassarmi un po'. All'improvviso accanto a me sentii un odore di buono, maschile, leggero e non opprimente.
Alzai lo sguardo dal libro e vidi il mio vicino di sedia: sicuramente prossimo all'età della pensione, capelli un po' lunghi più bianchi che brizzolati, un viso interessante, segnato più da tante abbronzature estive ed invernali che dalla fatica del lavoro. Abbigliamento curato, se non elegante: abito di buon taglio in fresco di lana, camicia impeccabile e cravatta perfettamente abbinata.
Calza lunga e scura e belle scarpe stringate, notai con piacere, sempre attratta da questi dettagli di buon gusto ed eleganza e dai piedi maschili.
Mi salutò cortesemente e si presentò, evidentemente intenzionato a chiacchierare, quindi fui obbligata a rimettere il libro in borsa e dimostrare almeno un educato interesse. Del resto, mancava poco all'inizio del congresso.
Invece si rivelò molto simpatico e davvero interessante.
Ma perchè parlo di lui, anzi, di te, in terza persona?
Ben presto cessasti di essere un estraneo, mi deliziasti con le tue battute ironiche per tutta la mattinata e mi prendesti sotto la tua ala protettiva: una collega così giovane, così inesperta di congressi, dicesti, ha bisogno di una guida.
Fosti addirittura così gentile da evitarmi il pranzo self service del catering convenzionato e portarmi fuori, in un ristorante degno di questo nome, dove passammo l'ora e mezza di pausa molto piacevolmente: piatti deliziosi, ottimo vino e ancor più gradevole conversazione, lontani dal frastuono dei congressisti.
E la sera mi accompagnasti a casa.
Fù così per tutti e tre i giorni del congresso, che si rivelarono tutt'altro che noiosi grazie a te.
Dire che mi presi una cotta per te mi pare superfluo, del resto ho sempre avuto un debole per gli uomini più grandi e soprattutto affascinanti e pieni di savoir faire, come te. Piccolo e insignificante dettaglio: eri sposato.
Ma allora le cose tra noi non si erano ancora spinte oltre la tua premurosa sollecitudine, nulla che potesse farmi credere di interessarti, per cui non mi preoccupai di questo. Cominciai a farlo, sì, e anche parecchio, quando arrivarono i tuoi inviti a vederci successivamente, quando entrambi tornammo alla routine della professione. Tu molto più libero di me, socio anziano di un grande studio cittadino con parecchi impiegati, io invece come al solito affogata nel superlavoro del mio piccolo studio di provincia. Ero single, allora, alle spalle una storia molto bella e intensa finita da poco, amichevolmente ma con qualche rimpianto, per cui la voglia di rimettermi in gioco non era molta. Poi, paura di soffrire o far soffrire, soprattutto a causa del fatto che tu fossi sposato. Insomma, cotta o no per te, fui abbastanza reticente. Tu non ti arrendesti, non ti scoraggiò la mia ritrosia, e diventò così normale vederti la sera fuori dallo studio lì fermo ad aspettarmi e pronto ad aprirmi galantemente la portiera dell'auto per farmi salire.
Di solito si andava a cena al lago, e alle mie domande su cosa ne pensasse tua moglie della tua assenza ogni sera, rispondevi sempre che il vostro era solo un matrimonio di forma, ormai, ognuno con la sua vita, e di non preoccuparmi.
Così pian piano tacitai la mia coscienza e accettai il tuo corteggiamento discreto, cercando di non pensare alle inevitabili complicazioni e limitarmi solo a godere il presente.

Discreto e quasi casto fino ad oggi. Hai passato tutta la sera a provocarmi, senza però andare oltre.
Accenni, piccole avances subito ritratte, la mano che sfiorava spesso la mia senza che mai si posasse sopra come avrei desiderato, parole allusive, quasi sempre sul punto di..., girando intorno a..., intendendo che... e mai conclusive, mai certe.
Che confusione. giuro che la mia inesperienza con uomini così maturi gioca davvero a mio sfavore, non sono così navigata e scaltra al punto di capire il tuo gioco, le sue regole oscure nè tantomento di "giocare" alla pari con te.
Mi sono davvero sentita una marionetta, e se non fosse stato per quel profondo coivolgimento che sei riuscito a creare, a rubarmi in questi due mesi, ti avrei mollato lì e chiamato un taxi per tornarmene a casa.
Anzi, alla fine te l'ho proprio chiesto: - Ti spiace portarmi a casa? Sono un po' stanca - e lo sono davvero, stanca di questo gioco da gatto col topo, da ragno nella ragnatela. Non penso di meritarmelo e non ne vedo la bellezza, l'eleganza, l'erotismo. Scuramente la mia generazione, la mia età, rispetto alla tua, è stata abituata all'immediatezza e alla chiarezza, anche nei sentimenti, e questo mi manca molto nel rapporto con te. Sei affascinante, colto, galante, raffinato, elegante, sai come muoverti, parlare, conquistare una donna, ma la freschezza e la spontaneità, il lasciarti andare, quelli non fanno parte di te, della tua vita.
Più di trent'anni di differenza tra noi, e li sento solo in quello.
Sempre controllato, sempre all'altezza della situazione, puntuale, curando la perfezione in ogni dettaglio, mai una sbavatura... come avrei voluto invece vederti ridere a crepapelle, fare qualcosa di folle e imprevedibile, o deciderti e darmi un bacio, uno vero, come mi piaceresti così.

Sulla strada verso casa mia mi dici che devi passare un attimo dal tuo studio per prendere dei documenti da esaminare a casa domani, nel week end.
Fai salire anche me, per non lasciarmi sola in piena notte nell'auto parcheggiata.
E' la prima volta che vengo qui.
Un ambiente molto serio, professionale, ordinato, e la tua stanza è...come te: tutto di ottimo gusto e altissima qualità. Il tavolo d'antiquariato, la libreria, i quadri, le lampade, il tappeto, la bellissima poltrona, il divano, le tende, creano un atmosfera particolare, intima, soprattutto ora che è buio e tutto immerso nel silenzio.
Mi fai accomodare sul divano, poi ti allontani solo un attimo dalla stanza per andare a prendere il dossier che ti serve, ma fai subito ritorno.
Mi alzo. Ho ancora il soprabito addosso, come del resto anche tu, pensando di andar via subito, ma tu te lo togli e lo appendi, poi ti avvicini e sfili anche il mio.
Non capisco. Ora mi sei ancora più vicino, sento intensamente il tuo odore di buono, lo stesso del primo giorno, che tanto mi piace, e percepisco il tuo calore, sembra quasi contagiarmi, mi trapassa i vestiti e brucia sulla mia pelle.
Ancora la tua mano che prende la mia, ma per lasciarla subito.
E le tue labbra, tremendamente vicine alle mie, che solo sfiorano, chiuse, per poi di nuovo allontanarsi sulla mia guancia. Dottor "Divago"...a che gioco stai giocando?
Ora basta, basta aspettare le tue mosse successive, ora giochiamo un po' a modo mio, e vediamo come te la cavi.
Dottor Divago, ti presento la Dottoressa Divano. Difatti ti prendo con decisione e ti spingo fino alla tua costosa e lussuosa longue chaise, e quando sei lì semisdraiato e con l'aria stupita, inizio a toglierti di dosso quei simboli di uomo arrivato con cui ti fai scudo.
Via la giacca di cachemire, via la cravatta di sartoria, e la camicia cucita a mano su misura segue, bottone dopo bottone. Appare la tua carnagione abbronzata, i peli bianchi sul tuo torace ancora abbastanza tonico, malgrado la pelle non più fresca, e provo un brivido di piacere accarezzandoti.
Non ti ribelli, anzi, socchiudi gli occhi, sospirando. Un segno quasi umano da parte tua?
Incoraggiata dalla tua resa, continuo a spogliarti, evidentemente ti piace.
Slaccio la fibbia della cintura e armeggio con la chiusura a bottoni, molto stretti.
Faccio fatica, ma intervieni tu, con le mani un po' tremanti.
Finalmente vedo la tua emozione. E sento la tua erezione sotto alle mani.
Ora, la mia vendetta... sfioro ma non accarezzo, non prendo.
Mi avvicino con la bocca alla tua, che tremando si apre, ma appena arrivo a sentire il tuo alito caldo mi ritraggo di nuovo. Il mio bacino aderisce al tuo per un attimo, accennando a sfregarmi sulla erezione, ma non porto a termine nemmeno questo.
Hai capito il mio gioco, ora, ma ho ottenuto il mio scopo. Infatti ti metti seduto e ribalti la situazione. Ora sono io in tua balìa, mentre le tue mani frenetiche cercano di togliermi in fretta i vestiti: sbottoni, sfili, sganci, e intanto baci, accarezzi, mordi, respiri.
Sì, così mi piaci, sei dolce ma forte, appassionato, vero, vivo.
Ora niente più giochi, ora mi lascio andare anch'io, adesso che ti sei svegliato, che sei uscito dalla corazza di integrità e controllo che ti bloccava.
In brevissimo tempo, sotto alle nostre carezze avide, cadono anche gli ultimi indumenti che ci ricoprivano.
Adesso sì che i miei fianchi cercano i tuoi, mentre striscio su di te, aderendo al tuo corpo con tutta me stessa, cercando di infilarmi in ogni tuo recesso con le mani, le braccia, le gambe, i piedi, la lingua. E tu non sei da meno, ti sento ovunque, sento che stai imparando a memoria ogni parte di me, ogni centimetro della mia pelle, con gli occhi, le dita, la bocca, e cerchi di scoprire quali punti, su questa mappa sconosciuta, reagiscono di più alle tue carezze, ai tuoi baci.
Ti va male, perchè ogni mio poro, ogni mio nervo, ogni mia cellula reagisce a te immediatamente, e ti voglio veramente dappertutto.
Il mio corpo ti esige, reclama tutto di te, ti chiama, vieni, prendimi.
Non sai quanto mi manchi, quanto ti cercavo.
Quando il tuo tocco o la tua saliva vengono in contatto con me accendono la voglia, sempre più voglia, e spengono l'attenzione a quello che ci circonda.
Ho solo più consapevolezza di te e di me, sempre meno due, sempre più uno,
non so più dove finisco io e dove inizi tu.
Lo dici: - Ti voglio! - Non chiedi, perchè sai già la risposta.
Non ci sono più paure, non c'è più ritrosia, solo immenso desiderio, il mio... per te,
il tuo... per me.

Dottor Divago, mi hai acceso, adesso spegnimi...