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Lotta d'amore
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Titolo:
Lotta d'amore |
Autore:
Niña |
Contatto:
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Racconto
n° 4774 |
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L'amore smodato, più grande che ti possa nascere dentro è il più complicato. Sembra sia facile adorarla, amarla, sentirla nel tuo - io - ogni volta che le parli, l'accarezzi, la baci, la tasti, la prendi, la mordi, la penetri. Alla tensione del coito, all'esplosione rapida, ripetuta dell'eiaculazione, subentra l'abbandono che rilassa le membra in uno stato di languido torpore. Ma qualcosa ti manca. Avverti una sensazione d'incompletezza. Finito l'atto, ti tormenta l'idea di provare qualcosa che vada - oltre - . - Bang - , superare la barriera. È insano immaginarlo, in quanto lei ti bacia, ti accarezza, partecipa al tuo godimento. Cric, cric, l'abitudine ripetitiva ti spinge a fantasticare. Inizi, allora, ad avvertire l'insoddisfazione del tuo stato. Qualcosa ti manca. Completare l'esperienza amorosa, stufo dell'esclusivo, consenziente possesso dell'altro! Il tarlo ti rode. La smania t'invade. Invidia! Provi invidia di lei che subisce il tuo assalto, che non fa altro che accogliere, che t'ingloba, che ti costringe ad aggredire. Sì, svolgere una funzione diversa, remissiva, d'accettazione! Vorresti che ti si ridisegnasse addosso: essere oggetto del desiderio altrui, essere posseduto, girato, afferrato, goduto in ogni verso, anche...innaturale! Ti tenta l'idea. Vorresti sentirti toccare i seni da rudi mani, essere carezzato l'addome, palpato nell'inguine, dove s'innesta il piacere; vorresti essere baciato rudemente, accettare l'umido titillare della mucosa linguale sui lobi auricolari, accogliere nelle labbra semiaperte la grossa, lunga, invadente escrescenza carnosa che ti riempie la glottide, togliendo il respiro! Brividi sul collo! Ansimare per la stretta dei capezzoli da mani rapinose sulle mammelle, pietrificate, irretite dall'attesa d' - amore - ; accarezzare i capezzoli scuri, tesi di chi ti fronteggiano nella battaglia d'amore, tozzi, piccoli scudi, sfriggendo d'ardore, nell'attesa! Vorresti sentire succhiare il nettare che sai non spiccherà mai dalle tue sterili mammelle. In quel frastuono d'eretici sensi, la mano, le dita palpano la carne che dallo sterno s'affaccia sul dorato riflesso dell'addome convesso. Rimbombano nell'orecchio sospiri profondi che scompostamente urlano; poderosi tentacoli afferrano le anche e frugano nelle pelvi, nella riccia selva oscura che nasconde il piccolo despota, assediato da tutti i lati. E' vano che si erga come un gatto dal pelo arruffato, che mostri la sua potenza, digrignando minaccioso impossibili denti. Succube, insoddisfatto sbava. Inutile, spudorato, si offre. Sì, essere circuito, massaggiato da mani attente a non procurare danno, via via febbrili; essere rivoltato, sbucciato come un frutto, gettato sul ruvido telo, sconcertato nell'insolita posizione, le terga verso l'alto, la faccia schiacciata contro il lenzuolo! Contenuto da lacci impietosi, ti scuote un brivido improvviso. Aaaah! L'anello si dilata, disposto ad assaporare quel che a languida amante nella cupa riposta valva convenivi a lungo introdurre. Legge del contrappasso! Provi la stessa ansia d'attesa sospirosa, che hai dispensato affinché si compisse il sensuale progetto. L'elastico opercolo occhieggia, disponendosi all'accoglienza. Penetra la carne nella carne. Consenziente, pian piano, con reverenza sacrale, il corpo estraneo lavora. Avverti l'ingombro; un peso insostenibile che spinge innanzi il grimaldello del piacere. Che dolore! Ti sovvengono spontanee le preghiere che lei ti rivolgeva in quei momenti: - Aspetta, aspetta, aspetta...! Mi fai male...! - allarmata dalla tua invadenza. E tu? Procedevi arando nel solco aperto, senza ascoltarla, senza pietà, in cerca della tua affermazione di - maschio conquistatore - . Il doloroso senso ti attanaglia, ti fa disperare, ti umilia, ti sembra che ne morrai. Conosci il piacere che quella supplica provocava in te elevandoti a vertici acuti: superuomo perverso! Capisci, ora, l'impietoso stato di sudditanza. La testa dello stantuffo martella, spinge, invasiva, spiana le crespe dell'ano, si espande nel reattivo ocello innervato di terminazioni sensoriali, la chiave gira nell'oliata serratura, carotando in profondità. Sbuffa come fiera, l'aggressore; ansima, trattenendo l'attrezzo perché duri più a lungo la sofferenza del succube negletto, mentre si sfalda ogni resistenza. L'avanzata guardinga, contrastata, continua, penetra, sfalda l'involontario riflesso a protezione dell'integrità fisica. Finché un terzo è dentro! Poi tutto scivola, scorre, precipita in avanti, raggiunge l'estrema espansione; si arresta davanti all'evidenza del fine corsa, torna in dietro per slanciarsi in avanti. Così, avanti e indietro! Il dolore è sparito di colpo. Tutto è burro e miele. Ora il desiderio può sfogare la sua rabbia; condiziona entrambi al gioco di ruolo, alternante. Godzilla dimena, furioso, il capo, King Kong urla al cielo la sua potenza, serrando le anche della preda, mentre la mansueta pecorella, sconvolta, soggiace alla brutalità del gesto. La meta s'avvicina, anche se entrambi vorrebbero che non fosse mai raggiunta. La tenera agnellina, braccata, spossata, sbava, le zampe cedono sotto il peso del grosso macigno che l'opprime, la stritola; non oppone più resistenza al famelico serpente che la fa da padrone, percorrendo la tana in su e in giù. L'azione urticante della lotta iniziale brucia nel vestibolo essudato di liquido prostatico, traboccando l'orlo, nella presa forzata. Al termine del cieco budello, esplode il pirotecnico gioco, innaffiando copiosamente la sterile alcova. Giace l'androgino efebo, cinto dalla pioggia dorata. Novella Danae, s'addormenta e sogna. Il sorriso sottende la guancia rosata, le labbra dischiuse, l'essere abbandonato. La mano regge ancora nelle nocche dischiuse quello che gli sconvolse la ragione. Dalla poltrona in un angolo buio della stanza, protesa sui seni inturgiditi dall'eccitazione, lei si alza, sfilando il dildo dalla porta principale del sesso, fra le cosce tornite. È vicino all'ammasso di carne putrescente, fermentante di liquidi organici, di sessi depressi, di ventri molli, cosparsi di selve di peli animali, fumiganti di un incendio ormai spento. Degna di uno sguardo la mucosa ricettiva tumefatta, da primate incallito, dell'agnello addormentato. Poi, volta verso il bagno, emette la sentenza: - Fesso...! - e tira dritto sui tacchi dodici centimetri.
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