|
|
|
Nuda
|
|
|
Titolo:
Nuda |
Autore:
Niña |
Contatto:
|
Racconto
n° 4808 |
Altri
racconti dello stesso Autore:  |
|
|
Nuda! Davanti allo schermo bianco. Pagina vuota, vuota la testa. Afa, fine luglio, inizio agosto, si direbbe. Rivoli di sudore dalle ascelle rasate. Non un pelo che trattenga il flusso. Meglio! Evita indesiderati odori. La pelle brucia, come lava ardente. Soffoco nel push-up di pizzo; via le spalline e via anche il poco che resta. Ballonzolano, finalmente libere, vivendo di vita propria, le due appendici aureolate. Il collagene regge ancora, sostenendo la sfericità dei due avamposti di bellezza, testimoni di femminilità. Il capezzolo svetta sulla levigata superficie come il - pennacchio - sul tetto di un tukul nella piana di Wagabettà, nella calura d'Africa orientale. L'idea mi accalda ancora di più. Le cosce bagnate s'incollano al cuscino. Le stacco una ad una. Mi alzo! Sfilo le mutandine. Il condizionatore! Maledetto condizionatore, fonte di guai cervicali. Regolo al minimo. Vediamo quanto resisto! Mi risiedo, il computer occhieggia. Curiosità di vedere come sto. Click su frame. Però, credevo peggio! Nonostante l'ebollizione. Sollevo i capelli, infilando due clips, anzi tre, no...quattro a sostenerli. Meglio così. Devo tagliarli. Lunghi mi invecchiano. No, non per il corvino naturale, grazie a Dio! C'è meno caldo! Incomincia a sentirsi la frescura nella stanza. Alzo le braccia, un ferretto in bocca, per aggiustare l'acconciatura e le mammelle si scompongono sotto gli occhi. Care! Bell'armonia insieme. Credo che sarebbe d'accordo anche lui, se le vedesse ora. Già, chissà dove sarà. Chi se ne frega! Tanto non può essermi d'aiuto, lì dov'è andato a farsi fottere. Avverto un languorino. No, non di stomaco. Un vuoto un po' più in basso, al centro. La mancanza di qualcosa che ti completi. Che ti faccia sentire quel che sei. Alzo le spalle e tiro in dentro la pancia. Ah...pperò! Di nuovo in linea. Addome piatto! Invidia per una diciottenne. Profilo? Splendido, credo. Se non si è troppo intransigenti. Insomma siamo uo...donne, mica cartoline. Già, cartoline! Con le cartoline - loro - si fanno le seghe, com'è buona abitudine per mantenere il ferro caldo. Fucina e battitura, incudine e martello, come un tempo. E poi? A rafreddare la lama in acqua. Poverini, se non battono il ferro quando è caldo!? Noi no, lo facciamo sempre con un certo distacco, con nonchalance, finché non ti prende la foga finale. Chi dà gli ordini siamo noi. Reggiamo le redini con mano sicura. Devi tirarle, quando eccedono. Richiamarli. Pungolarli quando sopiscono. Poveri allocchi, credono di essere loro a comandare. Sì, forse una volta, ma ora. Basta un grido, un richiamo, una parola al momento giusto per svuotarli, annullarli, demolirli, farli sentire dei buoni a nulla. E poi, la ridicola richiesta piena di apprensione: - Ti è piaciuto??? - ... con dieci punti interrogativi. Mai uno che abbia detto diversamente. Mancanza di fantasia o timore che si possa asserire: - Sei una schiappa, un segaiolo, un incontinente, un deficiente. Ma che cazzo credi che una scopata sia come pisciare? - . Non lo puoi dire tutto questo, anche se il più delle volte te li tirano dalle viscere, gli insulti. Invece le istruzioni per l'uso affermano che devi tranquillizzarlo, calmarlo, dargli lo zuccherino, ... se non ronfa direttamente sulla tua tetta. Allora è inutile che ti sposti per sfuggire a quel masso che ti opprime sullo stomaco e ti toglie il respiro. Vorresti rivoltarlo con un calcio sul letto o gettarlo dalla finestra, invece devi aspettare che dia un sussulto per sgusciare fuori da sotto quell'ammasso di carne putrescente, perché danno un cattivo odore di collante avariato. Un grugnito e riprende la dormitina corroborante. Uomo delle caverne! Scimmione peloso, scorfano ributtante. Come si fa a diventare così!? Lui no! Si depila almeno. - Adesso mi riaffiorano i ricordi: ricordi d'uomini, di primavere, di estati... - È fresco come una rosa, anche se non è più giovane. Qualche anno di meno di me! Una decina, forse. Non più di dodici. Sì, gliel'ho chiesta l'età, ma non è il caso qui di essere precisi. Quello che interessano sono i suoi muscoli, guizzanti come pesciolini. Come il pesciolino che ha davanti. Uno squalo non appena annusa la preda! Come odora bene, sa di muschio. Anche lui ti annusa e ti lecca dappertutto. Eau fraîche de Chanel, il mioprofumo, naturalmente; non mi manca mai! E quando avverti che ti ha spinto contro le porte del Paradiso, lo rivolti sul carapace. Resta supino. Bocca aperta, occhi chiusi, aspetta che lo sfiori soltanto. Gli accarezzi il petto e avverti la contrazione che porta il capezzolo a inturgidirsi, maschio, alto sullo scudo, ammasso di carne! Gli passi la lingua sopra, lo umetti, gli giri intorno, l'imbocchi, lo succhi, lo strizzi, lo mordicchi. Lui si agita, scalcia, s'imbizzarrisce. Scrolla la lancia a vuoto. Scendi sullo stomaco, circumnavighi l'ombelico. Lì dove il pelo disegna una striscia follow me, indica la via più breve per giungere al dunque e, in quel deserto pilifero, la strada sgombra ti facilita l'avanzata. Ti ritrovi faccia a faccia con Polifemo. Lo afferri con una mano, il pollice e l'indice diatesi per tutta la sua circonferenza; le altre dita accompagnano il movimento sussultorio, elastico, continuo. Provi anche a oscillare, movendolo a destra e a sinistra. Lo scappucciato si dilata nelle tue mani, mentre il faccione glabro, rosso per lo sforzo di contenersi, comincia a commuoversi, versando lacrime prostatiche. A quella fontanella accosti la bocca per berne alla salute di tutti e due. Lui, il possessore di quell'effimero strumento di piacere, rantola, grufola, perde il respiro, entra in apnea due, tre volte. Finché non t'accorgi che di più non può dare, predestinato alla reazione a catena finale. Allora lo rinfreschi. Soffi sulla lama per temprarla. Eviti la conclusione fatale. Lui si adagia sul lenzuolo, bocca aperta, il corpo scosso da brividi. A fatica regolarizza il respiro. La mazza ferrata sempre ritta vuole giustizia. Anche tu sei più di là che di qua. Soffre la passera. Afferri la tua mammella e gliela porgi tra le labbra, gl'imbocchi il capezzolo per dissetarlo, mentre con l'altra mano tieni il pomolo dell'arcione. A sorpresa, salti in groppa al destriero. Infili il pomolo nell'unico posto dov'è giusto che stia e stringi con le cosce il - quartiere - . Inizia la doma. Scivola la lama nel fodero. Sciolina la lama, prima che lo slittino scenda. Pare non voler più uscire, fino al ventre, fino alla gola. - Vieni, entra e coglimi, saggiami provami... Comprimimi discioglimi tormentami... Infiammami programmami rinnovami. -
Perdo la ragione, distesa sul letto non resisto più alle avances. Il mio amante è su di me. M'infila. - Accelera...rallenta...disorientami. Cuocimi bollimi addentami...covami. - Non m'importa più niente. Lui, io; chi comanda? Importante è la volata finale. Un'onda bollente ci travolge, mi permea, mi liquefa. Lava m'invade, penetra nei pori, mi soffoca, mi distrugge, mi annienta. - Poi fondimi e confondimi...spaventami... Nuocimi, perdimi e trovami, giovami. Scovami...ardimi bruciamo arroventami. Stringimi e allentami calami e aumentami. Domami, sgominami poi sgomentami... Dissociami divorami comprovami. - Il calore è insopportabile, apro la bocca, non respiro. - Legami, annegami e infine annientami... - Lui si tira su; crolla di spalle sul letto al mio fianco. Siamo due mantici, due colabrodi, due gelatine asfittiche. Pian piano regoliamo i nostri flussi vitali. Poi si solleva, mi guarda con due occhi estatici. - Addormentami e ancora entra riprovami. - - Sei magnifica - mi adula. Io so di essere una vacca da monta, ma mi rende felice quella esclamazione come la deflorazione della prima notte . - Incoronami. Eternami. Inargentami. - Quasi mi commuovo. Gli occhi perduti nel vuoto. Il dildo affiora dalla bocca della mantide assassina che lo ha divorato. Il maschio non esiste più. È come se non fosse mai esistito. Estasiata rammento la cavalcata. Mi stendo sul letto cullata dal sogno. Magnifico stallone arabo mi sovrasta. Le frogi fremono; mi allargo, mi estendo, lo inglobo, lo succhio, lo stendo. Oh, sublime perdizione perché duri un istante soltanto!
|
|
|
|