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La telecamera
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Titolo:
La telecamera |
Autore:
Sabrina |
Contatto:
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Racconto
n° 485 |
Altri
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Non ricordo neanche bene come si svilupparono i fatti. Eravamo in attesa che finissero le sue ore di lavoro, e parevano non passare mai. L'avevo accompagnato per non restare sola a casa (sua), una casa che avevo appena conosciuto. Si potrebbe dire che eravamo due perfetti sconosciuti, se non fosse che diverse mail e numerose telefonate ci aveva tenuti inchiodati uno all'altro per ore. Lui lavorava con calma, a volte mi si avvicinava, mi baciava. Il primo bacio era avvenuto in una lercissima stazione centrale, con lo sciopero degli operatori di pulizia e sotto un sole più che cocente. Ci eravamo baciati come se non ci fosse alternativa, e se ci ripenso quel bacio neanche mi è piaciuto. Non è che lui mi piacque proprio subito. Però quelle ore a lavoro, a guardarlo mentre muoveva quel culo, l'avevano fatto diventare da una semplice avventura un vero e proprio desiderio erotico. Lo guardavo districarsi tra i macchinari e immaginavo di farmi scopare lì, col rischio che qualcuno arrivasse e ci scoprisse in quel movimento irregolare e violento. Non smettevo di pensarci, io sbattuta contro un macchinario mentre lui mi scopava con violenza. E se provavo a cambiare i pensieri, ecco che ritornava tutto prepotente. Ero proprio condannata a pensarci. Non riuscivo a smettere di guardargli il culo, e quelle labbra che ogni tanto mi baciavano, e pronunciavano un'ora, a scandire il tempo mancante a quando saremmo finiti nel suo letto. Il desiderio cresceva dentro lui e dentro me, partiva dalle gambe, saliva fino al sesso l'infuocava e il caldo giungeva alla testa, facendomi perdere il senno.
Ad un tratto sentii le sue mani sui fianchi, e la sua bocca sul collo che mi diceva "seguimi". Andammo in sala computer, dove l'unico occhio indiscreto era una telecamera che fu facile evitare. Fu lì che iniziamo la nostra relazione sessuale. In fondo dopo qualche mese finimmo a volerci bene sul serio, anzi lui diceva perfino di amarmi, ma la nostra era iniziata così, una relazione sessuale. E lui era uno di quegli uomini che si deve scopare più che amare.
C'era un incavo nel muro in quella sala, dove la telecamera non giungeva. Mi trascinò di forza lì e spalle al muro iniziò a baciarmi. La mia voglia saliva e sentivo anche la sua premere contro la mia gonna. "Facciamolo" mi disse, ma io non volli. Risposi no! No, no, no, nonostante l'immensa voglia che mi saliva da dentro. Risposi no e lasciai che lui iniziasse a spogliarmi, a passarmi la sua bocca sul collo e sul più bello lo feci fermare.
Stavamo impazzendo di voglia. Eravamo completamente sudati, ma tornammo in sala macchine. Eravamo soli lì. Gli altri del turno del sabato sera erano pochi e molto distanti. Io lo seguivo passo passo come un cagnolino fedele. E fu allora, dietro un macchinario di ferro lucido, che lui mi afferrò di nuovo i fianchi e mi alzò la gonna. "Questa volta non mi dici no" disse lui. Ed io, impertinente e irriverente dissi no, ma in compenso iniziai a masturbarlo.
Ci fermammo subito, eravamo in un punto troppo evidente, e da un momento all'altro il boss sarebbe tornato a controllare la situazione. Mi ricomposi, e non appena saltai giù dal tettuccio della macchina, il boss entrò.
"Che ci fate ancora qui?" disse guardandoci "per oggi puoi anche andare via prima... la notte è appena iniziata". Sorrise e strizzò un occhio. Mentre andavamo via, venne a salutare. "Le telecamere hanno le braccia mobili" disse in un ghigno che mostrò i suoi denti gialli.
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