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Frine
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Titolo:
Frine |
Autore:
Niña |
Contatto:
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Racconto
n° 4850 |
Altri
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Bella, come l'ultima volta! Veramente, non son sicuro che fossi tu, quella che ho visto. Di sfuggita, in un attimo mi ha ricordato te. Alta sul metro e ottanta con dodici centimetri di tacchi. Occhi di gatto, erano i tuoi ... dopo aver fatto l'amore. Sussurrasti, l'ultima volta, accompagnando le parole con un elegante broncio: - Non fare che ora scompari!? - . Interdetto, annaspai, aspirando con calma per riprendermi come alla prima boccata di una sigaretta, rimanendo in sospeso col cerino in mano, incerto su come risponderti. Mi avevi letto nel cervello. I miei neuroni erano entrati in sinapsi con i tuoi? Le mie emozioni le avevi avvertite come tue? O forse era la prassi abituale per assicurarti le frequentazioni dei - visitatori - . In altri termini: era me che vedevi o il tuo - utile - ? Ammirai, comunque, la bravura nella recitazione, se mai fosse stata tale. Il calore di quella voce profonda, sospesa nel tempo, mi fa venire ancora i brividi se solo accenno a soffermarmi. Ma, allora, non detti a vedere il mio turbamento e alleggerii la tensione, accompagnando con un sorriso la rassicurazione. Farfugliai: - ... non preoccuparti ... - a concludere senza finire la frase. Sono certo che fosse un modo per attrarmi ancora una volta nella tela. Solo che, ormai, l'avevo recisa e non l'avresti più tessuta per me. Distesa sul letto, una leggera coperta avvolgeva le splendide forme. Gli occhi languidi a tratti brillavano, accendendosi come carboni ardenti per poi stemperarsi in un sorriso sornione, consapevole delle tua intelligenza emotiva. Riccioli neri incorniciavano il viso che risaltava di un pallore lunare. La fronte alta, quel giusto bombata, ricadeva sulla struttura piriforme allungata, sulla cartilagine che modellava le cavità nasali. La perfezione di Prassitele e di Canova, insieme, ti aveva baciata. - Tornata da poco - sussurrasti - dal solito viaggio. - Loquace non eri mai stata! Certo, potevo supporre che mi avessi in simpatia, dato le lunghe frequentazioni. Quella sera, invece, mi parlasti a lungo con cordiale, confidenziale bonomia. Isla Margarita, paradiso di spiagge bianche, temperate, perfette per la coltura a te più cara: l'amore, distendeva le sue meraviglie davanti ai miei occhi attraverso il tuo racconto. Zaffiri verdi inzuppati nel blu del Caribe. Che miscela esplosiva insieme al tuo corpo! - Vuoi vedere le foto? - ammiccasti splendida, mentre la mano scivolava nella borsa sprofondata in un angolo del letto. Non aspettasti nemmeno la risposta, sicura del mio desiderio, come una bambina orgogliosa di mostrare il giocattolo più bello. L'unghia glitterata di rosa indicava: - yo soi...! - e spostandosi più a sinistra in basso: - mi novio! - . A cavalcioni del tuo - fidanzato - ridevi felice, mentre lui guardava soddisfatto verso la - camera - . Il - mascellone - accennava un sorriso, le braccia incrociate contro una selva di peli che lussureggiava sul petto. S'ergeva a mezzo busto sulla sottile coltre di sabbia bianca, il corpo disteso bocconi, pancia e cosce prone nella rena. E tu, seduta sul suo coccige, sfavillante nel tanga blu che ricopriva la parte più riservata del tuo corpo, offrivi all'obiettivo - dos tetas exitantes - . Le guardai estasiato. Adornavano perfettamente la cassa toracica, spinte in fuori, libere, indipendenti con i - pezones - prominenti sollevati verso l'alto, scuri più della tua pelle ambrata. - Provo a sentire ancora il loro sapore, immaginando il sole del tuo Paese...! - Le gambe affusolate si serravano sul tritone, immobile, a mo' di piedistallo del trionfo di Venere! - Ogni millimetro della tua pelle vellutata sentivo scorrere tra le dita. Il tocco dei polpastrelli sulla rotondità delle tue anche, esaltate dallo scollo inguinale del tanga! Entrare in quella foto. Rubarti al - novio - ; correre al suo posto con te sulla groppa, come un toro infoiato, per godere delle tue grazie, in disparte. - Il colore della pelle si esaltava alla luce dei Caraibi. Riccioli neri, sotto il cappellino a visiera, si stringevano intorno al visino per proteggerlo dai raggi violenti del sole, mentre massaggiavi il collo del tuo - vaquero - . Sorridevi, felice mentre il caldo del letto ci abbracciava. Accarezzandomi la spalla, mostrasti un altro fotogramma. Sala da pranzo: tavolo rettangolare in cristallo; gambe stilizzate in patina d'oro; otto sedie in metallo dorato con fondo e schienale traforato in vimini e sullo sfondo tende gonfie di vento, azzurre, trasparenti; trasparenti come il mare che si affaccia nella stanza dalla finestra a parete. Onde restano intrappolate nel cristallo dei due ballon, alti sul calice, zaffiri blu a centro tavolo. Onde fluttuano nei meandri del cervello, mentre chiudo gli occhi per ricordare meglio. E tu che scivoli fuori dalle coperte, scostando il lembo con la punta del piede arcuato. Allunghi le gambe tornite. Non hai nulla indosso. Così ti offri, stendendo le membra, stirando le braccia in alto, mentre il busto ruota su se stesso provocando lo spostamento - de la marmelada de cerezas - . Le due meraviglie simmetricamente ricadono in avanti, sostenute dal collagene tessutale. Il capo reclinato si nasconde tra la spalla e i riccioli neri. Ammicca il vortice d'ossidiana, gli occhi, seminascosti dalla cascata debordante. Brilla lo sguardo dal profondo spazio, stella nova! Ti accarezzi la coscia, ripiegata contro il gluteo, sapendo perfettamente che tripudio di sensi quel gesto risveglia nei tuoi ammiratori. Pieghi la testa indietro, scrollando i capelli. Eviti lo sguardo che centellina il tuo corpo; sai che ti incenerirebbe a mille gradi; un gesto di pudica vergogna non guasta. Resti così, distesa, attendendo che la fiammata t'investa, che l'inevitabile succeda. Il fiato mozzato dal desiderio ti raggiunge, vibrando con la punta della lingua che si insinua nel meato della chiocciola nascosta dai capelli, per poi risalire sul bordo esterno. Fremi sotto il corpo che ti concupisce. Non fai nulla per ritrarti, anzi, accentui i punti di contatto del dorso con il petto, con l'addome di chi ti cavalca. Arcui la schiena, sollevandoti sulle ginocchia, carponi, mostri la frenesia di cagna in calore. Ti porti in tiro! Lo scopo è quello. Ma l'eccitazione gioca un brutto scherzo al tuo cavaliere. Il desiderio di raggiungere più in fretta possibile l'acme del piacere lo imbriglia, gli confonde le idee. Senti che la baldanza dell'attacco violento a cui eri preparata si affievolisce, mentre tenta di scalfire la porta della fortezza per dilagare all'interno. L'esigua resistenza a cui sottoponi, tuo malgrado, l' attrezzo da scasso vanifica i suoi sforzi. Sbuffa, barcolla, si fa di lato, ritorna! Ma ormai senza la concentrazione, l'originaria saldezza è persa. Ansima, il poveretto, si appoggia sul gomito. Ma tu sei attenta e con pazienza lo fai distendere sulla schiena rovescianti su di lui. Con dolcezza e comprensione, disegni ghirlande di baci sul suo petto ansimante. Scende il gasteropode linguale sul torace, nella selva che ricopre la distesa fra un capezzolo e l'altro. Morde quei dispettosi promontori, strizzandoli con le labbra. Scende ancora la bavosa creatura verso l'addome. Gira intorno all'ombelico prima di tuffarsi sul trampolino di lancio. E lì imponi sussulti, morsi con le labbra, titillamenti, succhi, vibrazioni ondulatorie che schiantano a ogni colpo l'inerme succube. Il trattamento è quasi completo. Ti strisci contro di lui fino a fargli sentire l'odore della tua carne che brucia per lui. Pronta umetti con unguento profumato l'ingresso del tuo tempio e sei di nuovo pronta. Alta sui garretti. Le ginocchia sopportano la macchina d'amore armata per la battaglia. L'occhio del bersaglio si dilata nella sua profondità. Il colpo è in linea. Partire l'assalto! La scarica è violenta, ripetuta, insistente, approfondita. Sembra non finire mai, ma la tua esperienza cronometra la durata e resisti agli attacchi, contrastando la sua ferocia con la tua disponibilità. Olocausto al piacere. La forza belluina s'innesta a baionetta nel tuo ventre, scendendo sulle terga setose. Sipàri ben oliati si aprono, disponibili a cooptare l'intruso. La sensazione di gravezza che ben conosci ti prende. Sopporti tutto con professionale comprensione. Non un lamento, solo un affanno, leggero, come un sospiro, senza peso. Eppure l'altro sfiata, rantola, gorgoglia, dà di matto, stantuffa fino allo sfinimento come una cremagliera sul pendio delle Ande. Puntellata sulle braccia, sostieni l'andirivieni che ti sfianca. Le gambe, oberate dall'affronto del peso opprimente, sembrano schiantarsi sulle ginocchia puntellate nel morbido materasso, mentre il letto protesta, cigolando e contorcendosi di continuo sotto la spinta del moto alternato. Il tuo corpo è disponibile a concedersi allo strazio di quelle che non sembrano più mani, ma mille pinze: torturano le mammelle opulente, strizzano i capezzoli doloranti, umiliano le tue cosce, schiaffeggiano i tuoi glutei, per poi comprimere il dorso nelle parti sensibili, spingendo sui nervi cervicali fino a farti piegare in avanti divincolandoti dalla presa. Magnifica giumenta! Fragile, pare che ti spezzi, mentre lui si bea della levigata epidermide; assapora il gusto del ventre molle, del tuo ...sesso. Godi? Forse. O forse l'abitudine è tanta che ormai tutto appare scontato, involuto, noioso. Dopo l'ultimo mugghiare del toro che ti ha impregnata, crollerai anche tu al suo fianco. Ti rivedo, appoggiata sul fianco che mi guardi. Osservi ironicamente la reazione debilitante alla dose da cavallo della droga che mi hai propinato per asservirmi al tuo sesso. Insicuro. Così mi sento mentre ripenso a te, a me che ti ho voluta, ti ho accettata, ti ho abbandonata!
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