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Lei, più grande
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Titolo: Lei, più grande
Autore: Deadlock
Contatto:
Racconto n° 4859
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...e uscivo da una storia di tre anni, lei il mio primo amore e la donna alla quale donai la mia
verginità. Quando successe io ero in terzo liceo e lei al secondo anno di università ormai. Tutto finì
quando partii anch'io per l'università , aumentando la distanza.
Quel giorno ero al supermercato, prendevo i pomodori; non è che la scelta fosse ampia, ma
venendo da un paese agricolo e avendo lavorato le estati alla chiusura delle scuole nei campi,
riuscivo a scegliere i migliori e a quel punto arrivò lei.
Iniziò a prendere alla rinfusa e io mi permisi, con voce impacciata: - Signora, guardi che non sono molto buoni quei pomodori...- lei mi guardò e disse: - Non ho mai capito nulla di frutta e verdura - sorridendo mi ringraziò per aver di aver salvato l'insalata per marito. Non ci feci molto caso. Stavo studiando per l'esame di programmazione, era giugno e faceva caldo a Bari; andavo a fare la spesa sempre intorno le 13 per poter studiare l'intera mattinata e lei faceva lo stesso, lavorava in uno studio di architetti.
Iniziammo a parlare piano piano, io raccontavo le mie giornate e ci scambiavamo le ricette. Un
giorno decidemmo di prendere un caffè insieme nel primo pomeriggio in un bar vicino al parco,
scoprii allora che aveva 42 anni e che, nonostante la mia giovane età, le piaceva molto parlare con
me: diceva che sapevo ascoltare e consigliare sempre in maniera ragionata.
Gli incontri si fecero sempre più frequenti finché un giorno mi invitò a casa sua perché aveva un problema al PC : - Sai, visto che ne capisci un po' , perché non vieni a vedere tu cosa c'è che non va, preferisco dare a te i soldi e non ad un estraneo- e io accettai subito e mi spiegò dove fosse casa sua (non molto lontano da casa mia). Alle 15 andai da lei: non era la donna che ti giri per strada a guardare: un po' in carne ma distinta e compìta nell'incedere, capelli lisci mogano sempre
raccolti, occhi castani, occhiali. Quel giorno aveva un vestitino leggero, smanicato... non aveva il
reggiseno e io ero quasi incantato nell'osservare i suoi abbondanti seni danzare ad ogni piè sospinto
mentre mi veniva incontro; mi baciò una guancia con molta dolcezza e mi prese per mano
portandomi nel suo studio.
La casa era immensa, minimalista nello stile, ed io osservavo tutte quelle forme così pure e quei quadri.
- Eccolo lì, il mio rudere... fa degli strani rumori quando è acceso, troppo forti- , accesi il pc ed
effettivamente la ventola sembrava fare un rumore un po' strano... Smontai il case e pulii alla meglio la ventola, sembrava la risoluzione del problema e mi decisi a coprire lo chassis. Lei era dietro di me, seduta sulla sedia ed osservava, nel girarmi però le urtai il ginocchio e le sue gambe si allargarono quel tanto da mettere in mostra delle mutandine di pizzo, diventai rosso e lei con voce maliziosa, mi domandò: - C'è qualcosa lì sotto che non hai mai visto? - No,cioè...sì -, le risposi e lei con voce che si era mutata con una leggera tristezza: - Sai, mio marito non mi guarda più come una donna, tu come mi vedi, P.?- e allargava ancora le gambe, io ero senza parole e senza pensieri... neanche nei miei sogni più intimi avrei pensato che mi potesse accadere una cosa del genere: lei lì seduta e io in ginocchio come un ebete... - Ripetè due volte il mio nome con voce decisa e mi accarezzò la testa... io le baciai d'istinto quel ginocchio che avevo urtato, cercando di non fare la tipica figura del 'fesso' e per riprendere un po' la situazione in mano. Il suo ginocchio profumava, doveva essere quel sapone alla mirra di cui mi parlava tanto... baciai ancora il ginocchio e poi presi ad assaporarlo con la lingua; lei aprì la bocca, dalla quale provenne un leggero gemito. - Cavoli, c'ho preso- pensai. Sentivo vibrare il suo corpo mentre andavo su e sentivo anche il profumo del suo piacere di donna che si spandeva... ormai ero vicino, mi fermai... volevo imprimere nella mia mente il volto e lo sguardo di quella donna che da perfetta sconosciuta mi stava facendo percorrere una strada che ancora non m'abbandona: la passione per le donne più mature e grandi di me.
La guardai, dunque, il suo viso era compiaciuto e gaudente, continuai facendo rotta verso il suo fiore con la mia bocca ormai vedova di quel buon miele da troppo tempo.
Scostai le mutandine e la mia lingua percorreva la fessura su e giù, affondando leggermente ad ogni
passaggio, le solleticai il clitoride ma non era quello che volevo ancora, sarebbe stato un godere
troppo veloce e presi a prenderla con la lingua dopo aver giocato con il bordo della sua coppa di
donna! La mia lingua penetrava e cercavo di cogliere sempre più il suo piacere, volevo bere di lei...
insistevo, volevo che lei esplodesse sul mio volto ma mi fermò, mi fece alzare e lei con me e mi baciò, slegai le mie mani sui suoi seni e sentivo i suoi capezzoli turgidi sotto le mani mentre lei mi spogliava. La mia virilità era ormai all'apice, mi tolse i boxer e mi afferrò proprio per l'asta, dicendomi: - vieni con me, voglio violare il letto mio e di mio marito con te! -... la desideravo e non pensavo alla sacralità del luogo.
Mi buttò sul letto e iniziò a prendermi nella sua bocca, io vedevo comparire e scomparire il mio membro nella sua bocca, succhiava con forza, mi faceva impazzire, si alzò di scatto poi, tirò via le sue mutandine e si sedette su di me: era madida di piacere e la mia asta penetrò facilmente.
Si muoveva, avanti e indietro con il bacino e nel mentre si tirava via l'ultimo indumento di dosso
che mostrò finalmente i suoi seni.
Li presi in bocca mentre lei ancora si muoveva e mi diceva che stava godendo, chiamava il mio
nome, mentre io le afferravo i fianchi larghi ed abbondanti.
Venne tre volte, ogni volta si fermava irta sull'asta e mi prendeva le mani.
Anch'io ero ormai sul punto di venire, lo capì quando sentì' che ero io ora a respirare più forte, si
alzò e mise il suo seno sul mio essere uomo e mi accoglieva così... continuando il movimento con le
mani.
Erano passate più di due ore dal mio arrivo, io ero sul letto, e lei si lavava nel bagnetto in
camera. Quando tornò indietro, mi baciò le labbra e mi iniziò con queste parole: - Hai 19 anni, hai tanto da imparare e io ti insegnerò belle cosine- .
Già, dovevo imparare, e quante me ne ha insegnate. Ci vedemmo ancora per altri 3 mesi fino a
quando suo figlio non rientrò prima a casa trovandoci sul divano a baciarci: evitammo i problemi
solo promettendo che non ci saremmo più rivisti, e così fu .