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Titolo: Sono qui
Autore: Niña
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Racconto n° 4860
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Sono qui, la schiena incastrata contro la spalliera del letto. La testa ciondola in avanti, quasi a protezione da quello che mi stai facendo. Vorrei ritrarmi, ma non posso perché non voglio. La tua bocca mi catalizza. Reggo il seno, offrendolo, proteso verso quelle labbra che non si stancano di torturarlo, leccarlo, circuirlo, finché i denti non mordicchiano il capezzolo. Non sai che dolore mi procuri, non sai il piacere che doni! Succhia, finalmente! Tirami fuori l'anima, rivoltami come un guanto. Mia perdizione! Vorrei darti di più per rubarti il piacere che pretendo. Non c'è nulla di più bello che ricevere donando. Le dita aperte scavano tra i capelli come un artiglio prensile. Ti reggo la nuca serrandoti contro il mio corpo. Non puoi spostarti, ingabbiato sul mio seno, spinto contro il petto, a stretto contatto col mio capezzolo. Affanni! Allento la presa per farti respirare. Non vorrei che mi morissi qui, con i denti stretti su di me, perderti in un istante col tuo succhio profondo, mentre offri il meglio della tua prestazione. Anche io non respiro più. Anche a me il fiato si è fatto corto, rado, per poi gorgogliare diventando un convulso ritmo rauco, un impasto di doloroso godimento. Ti sento! Avverto la tua esistenza che penetra in me, che sconvolge la mia vita, che ara il terreno inaridito da troppa attesa. Il vomere squarcia la terra, penetra nelle sue viscere. Cosììì!
La schiena non si flette come vorrei per accoglierti meglio. Avverti anche tu la difficoltà. Allora mi rivolti. Bocconi sul talamo senza che possa oppormi, se mai lo volessi. Affondo il viso tra le lenzuola; richiamo il guanciale sotto l'addome. Nelle orecchie mi si stampa il tuo sfiatare sulla spalla, mentre attendo il fendente, pregustando lo squarciò che seguirà la lama. Che fai! Rallenti? No, non è questo il momento di frenare lo slancio. S'alza il vessillo di battaglia; il pennone sfiora i miei glutei; l'attesa mi raggela il sangue. Posizioni l'arma sull'alzo giusto perché il colpo non fallisca il bersaglio, mentre la frescura del liquido gelatinoso che mi riversi addosso addolcisce la pelle ardente, provocandomi un brivido oscuro. L'occhio, avido di cono-cere il destino che mi attende, spia, tra l'ascella e il lenzuolo, a rubare, furtivo, la visione che mi sconvolge. Il tuo sguardo è abbrutito dal desiderio; mi fa paura; la bocca aperta prende più fiato possibile prima dell'attacco, la testa, sul collo taurino, inclina in vanti, come a prendere la mira, incitato da mille - olé - nella corrida che ci contrappone, prima di scattare in avanti per colpire il - matador - , finora ha toreato, uscendo vincitore dallo scontro. In un incredibile gioco di ruolo avverto lo scambio di personaggio. Non mi sento più all'attacco.
Non più matador.
Il - tercio de muleta - inizia. Fermo il polso, la spada mira fra le spalle, al centro, per attraversare il corpo e giungere al cuore. Vibra l'arma, all'improvviso svelata dalla muleta; sbava non so più se per il viscido liquido che l'unge, a facilitarne l'introito, o per il naturale profluvio prostatico. Temo la micidiale arma! M'ipnotizza la sua vigorosa potenza. Il tubo di lancio s'innerva in mille disegni, corroborati da pulsante linfa vitale, mentre il proiettile del bazooka è pronto a essere sparato con velocità micidiale sull'obiettivo da distruggere. Il bersaglio sono io, centro della tua attenzione, mira unica a cui ambisci, capro espiatorio su cui avventarti, l'agnello sacrificale da sgozzare, la tua monta, il tuo piacere, il tuo sfinimento. Tremano le gambe divaricate, poggiando sulle ginocchia, mentre mantengo alta la posizione. La pancia s'incolla al cuscino, dilatando l'antro del tuo piacere. L'attesa mi consuma, mentre palpi la consistenza delle cosce, dei glutei, risalendo verso le reni. Non posso trattenere il tremore che mi scuote diffondendosi in tutte le fibre del corpo. Non so se sia reale o solo immaginata la febbre che mi assale. Che aspetti?! Scalcio, impaziente, prima di tastare il pericolo che incombe, torvo, sulla mia virtù. Il tuo calore mi penetra prima che avverta la massiccia consistenza corporea. Avverto il contatto. L' intruso cerca il suo ingresso. Arrogante, chiede spazio. La voglia mi pervade. Facilito la manovra, spingendo in alto il coccige in modo da spalancare la porta a cui bussa l'ospite. Il vuoto lo assorbe, l'ingloba. Inizia a sprofondare. Mi lacero! Pian piano la sua presenza si fa ingombrante, ma meno dolorosa. La testa accresce di dimensione fino a rendere insopportabile la pressione. Ah! Il fendente mi squarcia! Annaspo, invocando disperatamente di aspettare. - Aspetta, aspetta, aspettaaa...! - grido. Ma, in realtà, prego perché continui nella tua opera distruttrice. Lentamente sprofondi fra le cosce. Affondi nelle sabbie mobili delle mie viscere deprivate della loro integrità. Sappiamo entrambi che dopo il dolore perverrà l'ambito premio: il piacere di sentirmi pregna di te. Sordo alle invettive che ti lancio per la tua depravata bastardaggine, di cui ti sono intimamente grato, avanzi forzando lo sfintere. La pressione è costante. Digrigno i denti mordendo il lenzuolo. Le mani si stringono ancorandosi al letto. Vai... e fa' bene la tua opera! Un'ultima resistenza, un ultimo grido soffocato e mi sei inestricabilmente dentro. Il moto si fa a stantuffo. Il locomotore a vapore si lancia. Va sui binari inchiavardati al cieco destino che lo lega al tuo moto. Mi sciolgo sotto i tuoi colpi. Mi liquefi, mi sublimi! Trascendo! Una sensazione di stordimento mi assale. Non sono più io. Siamo un tutt'uno con l'identico scopo: annientarci reciprocamente.
Ora mi agito sotto di te. Freneticamente prendo l'iniziativa mentre tu rallenti, come paralizzato dall'eccesso di godimento. Sono disperata perché vorrei non finissi più di penetrarmi. Tu affanni, rantoli. Un tuffo e mi serri i seni nelle tue mani. Me li stritoli. Non sento dolore, ma solo il fuoco che m'invade lì dove il contatto è più intimo. Brucio, distruggendo il tuo legno che arde come non mai. M'agito ancora come una cagna in calore, ma tu mi crolli sulle spalle. Mi costringi a giacere appiattendomi sul lenzuolo. M'invadi. Lava incandescente vomita il tuo ventre. Si precipita nell'unico sbocco che trova, nell'unico canale che possa convogliare la corrente. Sono invasa da te. Il liquido colloso lubrifica il mio intestino. La massa che mi preme addosso m'impedisce di muovermi, eppure riesco a cercare ancora il piacere, ondulando millimetricamente il bacino in alto e in basso. Accarezzo con la vulva il ferro ancora innestato, ma che rapidamente perde consistenza, rattrappendosi. Sei uscito! Troppo presto per me. Resto sotto le macerie del tuo corpo. Sembra che non respiri più. Cerco di uscire da quella tomba. Premo con la schiena contro il masso. Punto le braccia, scavalcandoti d'addosso. Devo respirare, devo vivere per goderti ancora! Scivoli via, rivoltandoti supino. E in quell'attimo il mantice del tuo petto esala un respiro profondo. Ti guardo, poggiando il mento sul braccio. Finalmente respiri. In maniera affrettata, ma respiri. Il mio respiro si regolarizza. Il sangue m'irrora le guance. I seni mi dolgono. Bestia che sei! Striscio fino a te che ora sembra che dormi. Il braccio ti copre gli occhi. A che pensi? Vorrei aprirti quella scatola per conoscerne il contenuto, ma so che pensi solo a te stesso, a come sei soddisfatto di te. Avverto un piccolo bruciore all'ano.
- Ti è piaciuto? Sono stato bravo? - è solo quello che vuoi sentirti dire. Penso: - Si, stronzo. Mi hai sderenato il culo! - Invece ti consolo magnificando la tua potenza. Comincio a sentire l'irritazione alle crespe dell'ano. Ma ora ti faccio vedere cosa ti combino. Guardo fra le gambe il pistolino che sembra fatto solo per pisciare. Esiguo nella forma arrossata per l'eccessivo strofinamento. Mi metto a cavalcioni su di te. M'inclino distendendo il corpo sul tuo. La bocca è all'altezza dell'omino che ti pende inerte tra le gambe, mentre la bocca del piacere, infondo al mio addome, si apre, premendoti sulle labbra. Sei sorpreso, non vorresti. Ma io insisto. Afferro il piccolo vischioso verme. Lecco il cono. Stiro il prepuzio con la mano. Hai uno scatto, mentre la punta della lingua titilla il frenulo. Uno, due, tre volte. Prima ti ritrai, come se ti dolesse. Ma io me ne frego e alla fine ci stai. Insisto intorno al glande dove più arrossata è la corona di minuscole papule. Le sfrego bene a piena lingua, in tutti i sensi. Il verme diventa serpe. Allora scendo dal frenulo allo scroto, in su e in giù. E si rigonfia lentamente. Si torce. Raggiunge una certa consistenza. A cosce aperte, approfitto e gli strofino la vulva in faccia. Rivitalizzato allunga la lingua e comincia a leccarmi la sporgenza carnosa che gli cade in bocca come una fragola matura. Succhia ora. Mi fa dannare! Allora mi getto sull'asta che avevo dimenticato nel delirio che provo. Comincio a succhiare e pompare quell'attrezzo infernale. Le macchine sono di nuovo accese e la nave va! Mi penetra con le dita e io facilito il suo compito. Agita le mani come un pazzo ed io, più pazza di lui, shakero il suo sifone. Non si trattiene più; agita le anche nello sforzo di trattenere l'effluvio. Ma io sono più avanti di lui e schizzo, innaffiandogli la bocca. Crollo, esausta. Mi accorgo di agitare ancora la carne diventata più morbida, mentre lo sperma cola liquido sulle mani dalle mie labbra, dimenticate sull'imboccatura del cono uretrale.
Dovrei essere io a chiederti: - Ti è piaciuto? - , invece di porgerti le labbra e pendere dalle tue, invocando una risposta alla mia domanda: - Mi ami? -