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Lesbia
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Titolo:
Lesbia |
Autore:
Niña |
Contatto:
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Racconto
n° 4862 |
Altri
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"Nulla potest mulier tantum se dicere amatam Vere, quantum a me Lesbia amata mea est. Nulla fides ullo fuit umquam foedere tanta, Quanta in amore tuo ex parte reperta mea est."
Nessuna donna può dirsi amata veramente, quanto sei stata, Lesbia, da me amata. Nessuna promessa fu mai rispettata con tanta lealtà, quanto nell'amore per te da parte mia ne trovasti.
Lesbia, rifiuti ancora con dolce indifferenza la mia condizione? Se troppo intenso sentisti l'afflato del mio sentimento, ti prego, ingentilisci il tuo cuore ed io, prometto, sarò più distaccato. Non pretendere che non ti ami, ma dimmi soltanto che potrò ascoltare la tua parola, sentire ancora la tua presenza che si vive intorno a me. Promettimi, però, che non avrai altro pensiero che ti impegni. Lo so! Per me è difficile tenere testa alla gelosia. Comprendimi. Amore vuole escludere gli altri. Per noi non è possibile. Radicate nei nostri cuori, troppe erbe ingialliscono nel tempo, non ancora caduche. E noi accarezziamo con palmi aperti quel campo che ci ha cullati, adagiati fra morbidi prati e irti canneti, mentre il sole risplende al limite del nostro orizzonte. Il campo è seccato, ma non ce ne accorgiamo. Ci rincorremmo sfrenati con fanciullesca movenza senza renderci conto del pericolo che correvamo. Oh, ce ne rendemmo conto ben presto! Ma ormai, a metà del guado, non potevamo tornare indietro. Le acque vorticavano intorno a noi. Ci afferravano con la loro invincibile leggerezza. Con imperscrutabile violenza ci attiravano nel gorgo profondo. E noi non riuscivamo più a respirare tanto era il liquido l'universo che ci penetrava, affogandoci. La corrente, irresistibile, ci sballottava, ci spingeva l'uno verso l'altro, l'uno nell'altro, finché non restammo, asfittici, nel fiume della vita, riversi sul fondo, compressi da liquidi soffocanti in cubici metri sovrastanti. Tu dici: - come parli - ? Forse ti chiedi perché faccia questo. - Non so, ma sento che accade e mi tormenta. - Tu non comprendi le ragioni del cuore. Troppe ne hai avute e troppe te ne sei prese, fino ad esserne stanca. Eppure, io so che non erano mie quelle che prendesti. Furono di altri che lungamente, nel soddisfare ogni tuo (e suo) desiderio, ti illuse nell'amore. - Licenzioso - lo riconoscesti, onestamente. Se onesto può descriversi quel sentimento che ti perdette. Proterviamente, mi illudesti e continuasti nel gioco ad illudermi perché io concedessi a te quel sentimento che per te era primario, ma che ormai non era più dell'altro, di quell'ombra che mi perseguita e che fa che tu nulla possa mai concedermi per sazietà. L'intimo sentimento che volevi capricciosamente provare ancora e che tanto ti aveva esacerbato l'animo nel perderlo, te lo concessi senza accorgermene. E quando me ne accorsi, ormai ero preso al laccio piedi e mani senza potere più liberarmi. In quel momento, ti divincolasti per evitare che anche tu fossi preda. Cercasti di sciogliere il nodo. Stai per reciderlo, Lesbia, impegnandoti allo stremo in altre faccende che ti occupano la mente, mi sei lontana. A me resta solo guardarti senza vederti e ripensare che forse se non avessi osato, se avessi ignorato, sarebbe stato più utile per me. Ma significava rinunciare alla spinta che ringiovanisce il mio Essere, consapevolmente capace, ancora, di un profondo sentimento come quello che ha unito, purtroppo, soltanto i nostri immateriali spiriti. Senza unioni carnali un amore nasce, ma, alla lunga, non può sopravvivere se non trasformandosi in forma trascendente. Volevi questo che accadesse fra noi? E' questo che vogliamo? E' questo che mortifica la mia, la tua carne. Col tuo consenso, avrei potuto prenderti per mano ed invitarti a distenderti sul citereo letto, con discrezione denudandoti il petto. Quel seno, che nascondi pudica alla mia vista, vorrei accarezzare nelle sue sfericità più intime, con cura, senza stringerle, senza sformarle. Seguirne le curve. Essere io a disegnarle, mentre il tatto sfiora la pelle. La mente si perde! Rabbrividisco di desiderio io, al pensiero, rabbrividisci di piacere tu leggendomi, forse. Salire sui tuoi capezzoli, irretiti dalla gentilezza del mio tocco, protési a cercare altre carezze che albergano ancora nel tuo ricordo. E sogni che io non sia più io, ma quello che ti illudi ancora di desiderare. E ti protendi verso le sue, le mie labbra che non vorrebbero accostarsi a quella fonte avvelenata, infedelissima, anche se la sete secca le mucose. Vorrebbe, la mia bocca, correre via e invece ne è attratta. Inesorabilmente attratta. Come ferro alla calamita, come bimbo alla leccornía, come cancrena alla ferita. Tanto fa male in me, ancor più perché tu non l'avverti! Ma se io, soave Lesbia, non parlassi con te delle dolcezze dell'Amore, con chi ne potrei parlare? Mia Lesbia, consentimi di affermarti mia, anche se tu non appartieni che al suo ricordo ed io non potrò mai avere nulla di te. Non potrò mai conoscere l'odore della tua carne, arroventata dai morsi di reciproca passione che ti hanno dilaniata. Non potrò mai sentire fondermi nel tuo sesso, copulare in orgasmica unione, cernere il piacere di godere al'unisono, annullando il singolo Io in un unico Noi. Rimarremo sempre e per sempre distinti a sospirare le uguali, differenti illusioni che, nell'unirci, inesorabilmente ci dividono. Resto nel ricordo del piacere che in te è racchiuso, ma vorrei sollevarti dal male che ne hai subito (la duplice faccia della vita) per continuare a donarti il bene che desidero per te. E' egoismo il mio, Lesbia? Non potrò mai sostituire chi è venuto a mancare al tuo affetto! Non mi vedresti neanche, se non nell'illusione di vedere lui. Ti prego fingi per un attimo e immagina di concedermi i tuoi favori. Tremai quando vidi davanti a me il misfatto che si era compiuto nell'esaltazione dei vostri corpi. Provi ancora lo struggimento di sentirti piena di lui, nella tua carne, in tutti i modi anche i più innaturali con cui ti prese? Allora ti sembrò conseguente al vostro amore, così semplice, così opportuno, così coinvolgente da ripeterlo più e più volte. Potrei mai, mia Lesbia, sostituirlo nelle sue prestazioni amorose se lui si è posto su questo piano? Troppo ti esalto e troppo eterea per me sei e rimani. Come potrei cedere alla violenza di dischiudere il tuo fiore, il tuo segreto baccello per colpirti con un volgare, disumano randello. Penetrare la tua intemerata virtù per una volgare animalesca voglia. Eppure, tu l'hai fatto. E io dovrei restare a guardare la tua lussuria? Perdonami, Lesbia. Non so quel che dico. Vorrei riuscire a vivere come un animale. Mangiare, bere e fare all'amore con la prima scrofa che mi capita a tiro. Ne sarei distrutto, così come ora sono! Sarebbe bello, invece accarezzarti le mani, il viso, gli occhi che dolorosamente si aprono affacciati sul mio Amore e mi guardano come per dirmi: - Non illuderti, non è più tempo d'amare...! - Quella parola, Amore! Perché non ha il suono della tua voce, ma vuota suona alle orecchie e devo rimandarla indietro senza pretenderla? Stringiti al mio petto! Sento le tue braccia, le tue mani, il calore del tuo corpo contro il mio. Affannami, affànnati nel desiderio! Giocare con i nostri sessi, fiori dolorosamente estroflessi, pronti a suggersi e a completarsi in un cannibale innesto amoroso, protrarre l'attesa che ci fa desiderare paradisi più elevati di quelli immaginati! Tu accarezzi la verga con mani feline. Dissipi il roseo sottile involucro, denudi la rotonda cupola del minareto; discosti la pelle che scorre lungo l'asta, ormai fiammeggiante ferro infuocato. Fallo ancora, Amore mio! Sali, scendi. E' bello chiudere gli occhi, accarezzarti il seno, titubare lungo i cerchi concentrici dei capezzoli, mentre mi agiti, scuotendomi la carne. Il desiderio aumenta, vorrei prenderti, in un attimo esaurire la forza vitale! Mi è precluso, purtroppo. Amore ti devo, illudendomi del tempo che mi concedi. Io te lo regalo, il tempo che scorre, anche se lo struggimento mi danna. Entrare fra i tuoi seni con la lingua protesa e vibrante come serpe tentatore. Fletti le anche, rovesciando la testa sulle spalle. Ti offri allo strisciante animale che ti invade. Duole il mio piacere! Ti afferro per le anche, scendendo verso il tabernacolo di Venere. Nel frattempo, accarezzi con la lingua il prepuzio. Vibra il frenulo; suona la canna di Pan. Fermati, non farlo! Attendi, ti prego! Per il tuo e per il mio piacere! Soffia, raffredda il ferro, mentre concentro la mente sul tuo fosso, su quel solco profondo che divide in due il tuo ventre e umido schiude il tuo desiderio al mio. Penetrare agl'Inferi delle tue viscere, violare il mistero della tua natura, rimanerne catturato per sempre! Viverne in eterno, nuotare nel liquido che racchiudi, tornare un embrione per restarti accanto. E tu,... ti concedi? La mia bocca trema, la tua s'avvicina, freme anch'essa. La febbre ci rode. Pazzi siamo! Le lingue lottano, avvinghiandosi una all'altra, cercando di estirparsi, mentre il nerbo si protende, la scimitarra fende, la verrina trivella, il succhiello trapassa le parti più morbide che si aprono e distendono come burro sul pane. Perso è ogni senso. Lo smarrimento assale. Dove corro, perché voglio arrivare alla meta se poi dovrò restarne senza? Lo spasimo è acuto! Le mani dilaniano i corpi cercando di aggrapparsi alle spalle, alle anche, stracciando glutei, allargando orifizi, strappando le carni. Penetrarsi vicendevolmente, innaturalmente, licenziosamente, come tu sostieni. Straziarsi, ansimando e gridando. Forsennata, spingi fuori la mia mentula, il mio sesso, ed esplodi in un liquido arcano, trasparente, colloso, che ha l'odore dolce del tuo sesso. Bagni e dilavi, vomitando il frutto del piacere. A quel grido, il collo taurino, ormai paonazzo, s'introduce il bruto nell'umido antro che si dilata invitante, succhia e gorgoglia di mille liquidi organici. Esplodo, in un pirotecnico istante, nel tuo ventre fremente. S'incolla il mio corpo contundente. Uno, due, tre! Violenti acuti scandiscono rapide le battute. Quattro, cinque più profonde, tenute le sento, quasi volessero protrarre il battere ed il levare. Sei – sette. Ormai la liquida lava fuoriesce, dilaga fra anfratti e selve, seguendo la pendenza, mentre tu raccogli tutto quello che avverti. Il calore del getto ti distende. Mugoli, ardita, ti stendi, cercando di non lasciare nulla al caso. Mia splendida Lesbia, come t'amo! Esausto ti abbraccio, mentre tu vaghi lontano. A chi pensi mio infido bene, mia ondivaga fiamma? Vorrei chiederti se mi ami, ma ciò che una donna dice a chi l'ama scrivilo sopra il vento, sopra l'acqua che fugge.
"...sed mulier cupido dicit amanti In vento et rapida scrivere oportet aqua."
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