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Intimamente
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Titolo: Intimamente
Autore: nassa
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Racconto n° 4871
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Ero dietro di te. Seduto sulla panca, le spalle alla parete, i lombi fasciati dall'asciugamano, nella penombra livida dello schermo che trasmetteva immagini di due uomini sessualmente incastrati l'uno nell'altro, ti misuravo, mentre ti lisciavi le gambe, accarezzandoti le cosce e giù, fino alle caviglie. Giovane, ti classificai col mio metro personale, forse quarantenne. I capelli erano scomposti, arricciati, ribelli. Gustavo il tuo sentirti vigoroso e mi rivedevo alla tua età. Forse allora ero anche un po' più muscoloso e leggermente meno alto. D'altronde siamo quel che il tempo c'impone d'essere. Inquieto, temevo la tua virilità. Un simile pensiero non si era mai affacciato nell'anticamera del cervello, in passato, e ne fui stupito.
Non ti curavi di tenere coperte le pudenda con l'asciugamano come facevo io, ligio ai regolamenti. Guardavo di sottecchi, seguendoti da lontano e passandoti, poi, davanti per raggiungere la postazione prescelta, più arretrata rispetto alla tua, per averti a vista. Tu, sullo sgabello con la scimitarra pendula fra le gambe. Un'occhiata m'è bastata per apprezzarne la misura. Ti ripulivi il ventre e le gambe con vigore, come per allontanare le goccioline d'acqua che, inevitabilmente, s'erano condensate a seguito della doccia praticata dopo il bagno turco da cui poc'anzi ti avevo osservato uscire. Confesso; l'ho fatto apposta, con malizia, credo. Era inevitabile che ti notassi. L'asciugamano appeso ad un gancio all'esterno della sala di vapori era indice della tua presenza all'interno e mi segnalava ch'eri nudo. Curiosità, la mia, di sapere a chi appartenesse quel lenzuolino. Due persone uscirono dalla porta a vetri, opaca per la condensa, materializzandosi nella luce azzurrina dell'antibagno. Prima un piccoletto, la testa rasata, con l'asciugamano al posto giusto, poi un tipo più alto che accavallava i lembi del piccolo telo che cingeva la vita.
Dietro, tu. Un bello stacco di gamba. Non altissimo, normo-tipo direi. Le misure perfette donavano armonia alla figura. I glutei attirarono l'attenzione con i loro movimenti coordinati sulle gambe dagli elastici muscoli allungati. Passasti direttamente sotto la doccia, strofinandoti le mani sulle spalle, sul petto e sulle gambe. Ebbi un moto di stizza. Come se quella fosse la dimostrazione che ti eri donato a qualcun altro nell'antro buio e umido di fumigante calore da cui eri affiorato e ora eliminavi le tracce. Sapevo di non avere alcun diritto su di te, ma l'uomo è uno strano animale. Vuole sempre ciò che non ha.
Ero attirato da quella schiena dritta che sosteneva le spalle ben aperte. E quei riccioli scomposti ti alleggerivano la fisionomia, donandoti un aspetto sbarazzino.
Ora eri lì, davanti a me, per la mia cupidigia, per il mio diletto. Ti sei alzato dallo sgabello su cui stavi accuratamente asportando l'umidità in eccesso. Lasciavi che ammirassi i pettorali ben disegnati, girandoti di tre quarti. L'occhio andava allo schermo dove i due commedianti con sicurezza imperterrita si penetravano a turno, fingendo gemiti esasperati dalla finzione scenica. Facevi l'indifferente. Eri così vicino e incombente su di me che mi sembrava di sentire il profumo della tua carne. Uno strano afrore aveva il sopravvento sulla lavanda che l'accompagnava e liberava provocanti ferormoni, scatenando gli istinti animali di chi ne era colpito. E lì, accanto a te, non c'ero che io a subirne l'effetto.
Mi alzai e, passandoti di fianco, cercai di pronunciare le uniche parole meno banali che mi vennero in testa: - Ti è piaciuto, il bagno turco!? - . Dovetti ripeterlo perché non afferrasti subito, guardandomi in modo interrogativo. - Si... - pronunciasti timidamente. Allora, facendomi coraggio, ti presi per un braccio, invitandoti a seguirmi nell'attiguo - labirinto - , oscuro come l'inferno. Sparimmo, inghiottiti dall'assenza di luce. Ciechi come talpe. Percepii una leggera titubanza, ma la mia mano, così cordialmente convincente e sicura, ti aiutò a superare l'iniziale diffidenza. E alla fine avanzasti convinto. Mi seguisti di buon grado, finché non mi misi contro la parete avvinghiato al tuo corpo. Sentii il tuo fiato caldo sul collo. Soffiavi come un toro e, come una giovenca, ti offrii le mammelle piegandoti il capo su di esse per farti capire le mie intenzioni. Di buon grado succhiasti i capezzoli che sentisti protendersi verso la tua bocca. Lo facesti con garbo e in progressiva aspirazione, inturgidendo l'area interessata. Fino a serrare i denti sul peduncolo di carne che si offriva allo stupro. Stringesti per farmi male. Resistetti finché potetti, soffocando il rauco gorgoglìo che stentavo a contenere per non gridare. Allora, ti serrai la testa fra le mani, infilandole nella lanugine scura che ti contornava il capo. Folta e morbida come il vello d'un agnello, non mi stancavo di accarezzare quei riccioli, scendendo sulla cornice del padiglione auricolare fino a stringerne i lobi. Ti tenni così contro il petto, cercando di sminuire il dolore a cui mi andavo assuefacendo. Ansimavamo entrambi dal desiderio. Tu aspiravi e titillavi la carne mortificata dal morso famelico, mentre avvertivo che lo strumento del mio piacere congestionava la sua vascolarizzazione, donandomi quel sentimento di forzata privazione che pretende l'assolvimento dell'atto di godimento senza ritorno; subito, senza rinvii!
Ghermii la tua mano guidandoti verso l'uscita seguendo il lato destro, così come in ogni labirinto da tempi di Teseo in poi, sia pur privo del filo di Arianna.
Avvinghiati con un braccio intorno alla vita, di tanto in tanto rallentavamo la corsa verso la felicità per assaporare il dolce frutto delle nostre labbra. Le lingue vibravano nelle reciproche cavità orali ridotte ad covo di serpi velenose che si attorcigliavano cercando di inoltrarsi più profondamente nella tana, fino a togliere il fiato. Sapevamo entrambi dove portavano i nostri passi ubriachi. Rotolammo nella porta angusta che racchiudeva il duro giaciglio ricoperto da un esile strato in gommapiuma dove potevamo sfogare la resistenza dei nostri corpi nell'esercizio di maschie prove d'amore.
La dark-room lasciava penetrare un esile riflesso dalla finestra accecata dalla tendina nera, attraverso la cui luce indovinavamo a stento i nostri lineamenti.
Nudi completamente, privati degli asciugamani distesi sullo stretto giaciglio, ci sdraiammo l'uno accanto all'altro.
Lungamente ci carezzammo, palpando e misurando, in reciproco, tacito accordo, ogni centimetro del nostro corpo. Io curavo il tuo collo, le spalle, i deltoidi, le ascelle, mentre tu scendevi con la lingua lungo la linea dei capezzoli per proseguire sul ventre e più giù, nell'alveo segreto che custodisce la gioia e il dolore più intensi. Imboccasti l'indurita escrescenza carnosa, quel povero irretito animale da monta. Ora, disteso, non avevo la forza di rispondere più alle tue giuste pretese. In piena catarsi, agganciai con la destra l'uccello proteso che s'offriva, protendendosi dalla parete muscolosa del basso ventre. Pulsavano le vene sullo scettro, impugnato col dovuto rispetto mentre, con dolcezza, scoprivo il prepuzio, agitando il cono rovente. Disteso al mio fianco, rialzato su di me, per ricambiare il favore che ti prestavo, abbrancasti la mia carne eretta. Mi porgevi la canna per abbeverarmi e mi parve ancor più turgida, più grossa, più resistente agli strapazzi d'alcova della mia. Mi lasciai trasportare nel nirvana. Soffiavi nella mia tuba, mentre leccavo e adoravo il mio idolo, il totem che rappresentavi per me. Ero io a toccarmi così sensualmente o eri tu che, compreso del tuo compito, assecondavi i miei desideri? Ed io ero capace di destare in te gli stessi sentimenti che provavo per te, per il tuo corpo, per la tua carne? So solo che ti vidi come in sogno gettare la testa indietro e tenere il collo disteso e gonfio di muscoli . E l'aria che penetrava a fiotti aspirata dalla tua bocca aperta, mentre la mano continuava a serrare il capro espiatorio, agitandolo vorticosamente. Il tuo spirito m'invadeva, penetrava sempre più affondo, sussultorio, riempiva la mia gola; non mi permetteva di respirare. Mi soffocava! Andai avanti, però, tossendo e sbavando contro l'asta incantata nel suo moto perpetuo, finché il mondo non prese a girarmi d'intorno. Ma non lasciai la canna che saziava la mia sete. Più nulla! Finché una voce preoccupata non mi scosse dal torpore in cui ero, evidentemente, caduto. La bocca si dilatò, mentre le spalle si alzavano di scatto dalla posizione supina, incontro al flusso di ossigeno che si precipitava nei polmoni. Mi girò prontamente di lato, mentre vomitavo un liquido denso, schiumoso che sapeva d'acido. Poggiato sul gomito, mi sosteneva la fronte, agevolando l'emissione. Ricaddi sul piano imbottito. Duro giaciglio teatro della nostra concupiscenza.
- Come ti senti? - sussurrò all'orecchio.
- Bene, risposi, guardandolo negli occhi, - ma stavo meglio prima con la prolunga innestata. -
- Stronzo, mi hai fatto spaventare! - sorridesti accarezzandomi il capo.
- Cos'è questo? - chiesi, indicando una stria bianca che gli attraversava il petto.
- Non la conosci? - rispose mentre gli toccavo il petto - è il regalo che mi hai donato mentre perdevi conoscenza. -
- Ah, già! - interloquii leccandomi il polpastrello che aveva prelevato un campione del liquido colloso dalla mammella muscolosa del mio compagno - Il tuo, invece è qui con me, nel mio stomaco. -
Improvviso fu l'impulso di lanciarsi l'uno nelle braccia dell'altro, vincendo la repulsione per l'intenso odore dei secreti che si disfacevano ossidandosi.