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Sarà domani?
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Titolo: Sarà domani?
Autore: Nassa
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Racconto n° 4887
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- Volevo parlarti. Come sempre, quando penso a te. Sono passati più di quattro anni dal giorno in cui ti ho conosciuta. Da quando ti ho vista di persona, intendo! Perché, prima, di te sapevo solo quello che mi scrivevi. Ti eri lasciata col tuo amante. Che pazzia, la nostra. Scriversi senza conoscersi. Tuttavia, sembrava che ci fosse un bel feeling!
- Chiamami - , mi intimasti, affidandomi il numero del cellulare. Lo feci. Ero felice di ascoltare la tua voce, finalmente. - Ha un anno più di te! - mi dicesti, parlandomi con un certo pudore, del tuo amante. Intesi che fosse andato in pensione, ma non me lo precisasti. - Sai - dicesti - era diventato troppo pericoloso. Mio marito ha trovato degli sms e si è insospettito. - Di tuo marito non volesti parlarne, né in quel momento né dopo. - Non ne parliamo...! - , sorvolavi. Perché quelle precisazioni - en passant - ? Sincerità o c'era un doppio scopo. Il tarlo iniziava a rodere il legno. Nulla di pericoloso, ma ero inquieto. Temevo che potessi illudermi. E così, infatti, l'uovo s'è spiaccicato, dopo un anno di conversazioni.
Finito tutto! Da quell'incontro, l'unico che c'è stato. Civile, come sempre fra noi. Cortese, com'è mia abitudine. Alla fine, ci salutammo. In un impulso irrefrenabile, baciai la mano che mi porgevi; più esattamente, il polso. Che gesto stupido! Mi porgesti la destra per la stretta di prammatica. La presi con delicatezza, come si maneggia una reliquia, ma, invece di stringerla, girai il polso. Me lo concedesti con una certa apprensione. L'avvertii mentre le labbra toccavano l'epidermide. Una smorfia arcuò le labbra, dissimulando un dolente sorriso. Spontaneo, nella sua amarezza. Sapevo ch'era un addio. Lo feci per ringraziarti della gentilezza concessami, del tempo perduto vanamente. Conservai nel cuore, anacronistico parlare ancora di cuore, il candore del tuo polso, nella parte in cui la pelle è più bianca , più tenera, nel punto in cui la vena pulsa più evidente, più vicino all'esterno, più lontano dal cuore. L'unica parte intima che mi era concessa. Né ho preteso altro. Ho capito che non era il caso, anche se avrei voluto... Ma non pensiamoci più!
Dimentica! È stato l'imperativo che mi sono imposto. Come vedi non mi è del tutto riuscito. Lontano, sì; con la testa, con il cuore, con i sentimenti; con tutto me stesso sono lontano mille miglia da te. Uscito dal tunnel. Ho faticato a riprendere fiato, ma, non ne avevo dubbi, l'ho fatto come dopo una lunga apnea: con affanno. Il pensiero ricorrente era rivolto a te; l'abitudine di attendere una tua parola, uno scritto, crettavano la mente, insinuandosi nelle profondità mitocondriche del cervello, generando l'energia maligna che debilita. Immagino che sia stato come attraversare sott'acqua la banchina polare. Non sapere se si riuscirà a riemergere in tempo per respirare. Poi la decisione drastica, cruenta. Lobotomizzare la sezione malata, era una soluzione. Un'apoptosi, piuttosto che un'asportazione: strozzare la linfa perché cadano le foglie, quelle foglie di cui, ormai in inverno, l'organismo non ha più bisogno. Necrotizzata la parte, si taglia, senza più remore. Il nodo gordiano si scioglie così. Un colpo e via. Sssslll, giù, ai piedi!
Se mi soffermo, aleggia ancora il profumo che mi ha illuso. Forse non ce n'erano di ferormoni nell'aria il giorno dell'addio. Almeno da parte tua. Meglio così! Credo che la mia vista non abbia risvegliato nulla in te. Te l'ho anche ripetuto come un mantra nei terribili giorni successivi, finché, come un macigno, s'è trascinata la nostra conversazione. - Tutto va a rotoli - , laconicamente scrivesti. Dubbio era il riferimento, ma ebbi la sensazione che io non c'entravo per niente. Tacqui, senza rinfacciarti le mie pene. Solo, staccai gradatamente la spina, come hai fatto tu. Due volponi, siamo?! Non lo dico perché ne sono contento. È solo un dato di fatto.
Volevo confessarti che in quell'incontro anche tu non mi piacesti. Per nulla. Ti rigiravi nervosamente una stupida ciocca di capelli, mostrando un viso piatto, freddo, distante. Scusami se te lo dico, ma, per essere chiari, ti ho trovata - scialba - . E forse così volevi mostrarti per allontanarmi da te. Questo, inconsciamente per me, ha determinato la decisione che mi ha spinto a dimenticarti. Ancor oggi, tornando indietro, apprezzo molto il tuo carattere. Forte come un toro, controllato come un felino, bifronte come Giano, ambiguo. La preda era davanti a te e ti offriva la giugulare, ma rifiutasti di sbranarla. Evitavi di guardarla negli occhi. Facevi finta di girare lo sguardo intorno, da un'altra parte. E, invece, cliccavi mille fotogrammi al minuto, per poterli valutare poi, in privato, nella tua tana. Sputavi i bocconi che avevi iniziato a strappare, dilaniando la preda solo per il gusto di farlo, senza avere neanche il più piccolo stimolo di fame. Giocavi al gatto e al topo. Sai cosa pensavo io, invece, povero allocco? - Che maledette pene deve soffrire! - Per cosa? Per l'abbandono - dell'altro - a cui avevi dedicato una parentesi lunga della tua esistenza, mistificandola con gli affetti consacrati a cui ti sentivi incatenata, novella Prometeo. Sempre in ansia; incerta se ti fossi tradita; sempre pronta a inventare mille scuse per coprire con impegni di lavoro le frequenti, mai confessate, - scappatelle - in cui ti concedevi a - lui - in rapporti che definisti... - licenziosi - .
Dimostravi tutti, gli anni che avevi, ma non te ne fregava niente di quel che potevi sembrare ai miei occhi. Forse lo facesti apposta per scacciarmi più lontano possibile. Per darmi un calcio come un cane rognoso. Non so se lo meritavo, ma, ingenuamente, voglio credere che lo facesti perché non volevi coinvolgermi nel tuo dolore.
Ci fu un istante in cui la voragine si aprì dentro di me. Quando correlasti il termine - licenziosi - ai tuoi rapporti intimi. Fu gelosia - ante litteram - , cioè senza che ci fosse mai stato nulla di reale fra noi, né di promesso. Mi sentii tradito senza che ti conoscessi, a posteriori, personificandomi in chi ne avrebbe avuto diritto. Contemporaneamente, come bestia in calore, avvertii l'irrefrenabile desiderio di concupiscenza. Parola forte - concupire - . So, solo che non riuscivo a pensare ad altro, come un cane s'avventa sul suo desiderio. Compulsivo, rileggevo le lettere che mi avevi scritto; ed erano tante. Dapprima un po' più lunghe, poi sempre più stringate, più enigmatiche, più cariche di dolore, più incomprensibili. Da che cosa derivava quel dolore che, invece di scomparire col tempo, si affacciava sempre più virulento, più chiuso, meno predisposto a farsi consolare? Mi resi conto che non ero più un amico a cui confidare le proprie pene, ma un pretendente rifiutato da tenere a bada. Questo mi sgomentava, ma mi aiutava a insufflare benzina nel legno scavato dal tarlo. Poi, ho acceso il fiammifero e ho lasciato che la fiamma bruciasse l'insetto. Povero, incolpevole insetto, vittima della sua balordaggine! Ardeva, e come ardeva. Pian piano si consumava rovesciato sul dorso, gli uriti dell'addome esposti alla fiamma; anello dopo anello; agitava freneticamente nell'aria le zampette senza presa, senza poter fuggire, fino a ritrarle contro il corpo immobile, prima di scomparire nella sua cenere. Restava solo un alone nero lì dov'era bruciato.
Faceva male, l'ustione, ma si doveva andare avanti. Non sono mai esistito; non sei mai esistita: è la conclusione. Il tempo è galantuomo? Non credo. È il dissolutore di tutto; questo sì! È misura strana della nostra dissolutezza. Non ha colpe e non ha meriti se non quello di passare, di trasferire nello spazio sensibilità in divenire. Il teatro della fisica, il teatro del sentimento, il teatro dell'inesistente si materializzano nel loro - continuum - .
Passata come una meteora, osservata col cannocchiale, misurata, soppesata con calcoli astrusi, svanita in una fiammata. Anch'io ero sotto osservazione, sotto le lenti del tuo cannocchiale, come un sasso minaccioso, ingombrante, rutilante nello spazio. Un'occhiata, ombrosa inquietudine e via. Tutto passa. Nessuno potrà sapere se l'una e l'altro, passando nello spazio e attraendosi reciprocamente, abbiano influenzato il corso della storia, il corso dell'Universo, il corso del Tempo. -

Ma che idiozie va scrivendo! Così pensava mentre rileggeva lo scritto di quel grafomane in uno dei forum su cui, distrattamente, si soffermava di tanto in tanto.
Poi ripensò alle sue esperienze di vita e le si agghiacciò il sangue!