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Una voce, da lontano
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Titolo: Una voce, da lontano
Autore: Nassa
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Racconto n° 4894
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Sudore. Afa bestiale! Il ventilatore, pigro, affetta l'aria, rendendola appena più respirabile. Sulla pelle si alternano flussi di corrente ora più, ora meno bollente. La pelle non fa in tempo ad asciugarsi al passaggio leggermente più fresco che torna a rigarsi di rivoli salini. Ti ho davanti, frastornato; – meglio - i tuoi lombi mi fronteggiano. Splendidi! Sei forte di anche, per quanto la vita sia stretta. No, non c'è adipe! I glutei, sodi, sottolineano la consistenza della loro età, magnifica quarantenne! L'epidermide liscia mostra l'ancoraggio del muscolo alla cresta iliaca. E tu mi offri la polpa carnosa su di un piatto d'argento, senza vergogne. Le slip abbassate fin sotto il limite delle rotondità, invitano allo scambio completo. Il guerriero si arma, spogliandosi delle vesti, dolendosi dell'astinenza forzata. L'asta prende vigore, mentre s'avverte l'incombenza dell'arma. Vorrebbe banchettare senza guerra; mordere, affondare i denti nella polpa dell'arrosto che gli viene offerto, appetitoso. Anche se fosse avvelenato, lo preferirebbe, accontentandosi di morire dopo averlo spolpato.
Le ipnotiche mani s'avvicinano alle tue anche, mentre lo sballo sta per iniziare. Ti afferrano saldamente i fianchi perché non sguscino via. Infida, ti protendi indietro, arcuando la schiena, schiacciando le spalle contro il petto che ti affronta, forzando sui lombi, attratta dal cono d'ombra dell'attrezzo. Ti voglio ora! Ti pretendo! Serri le mani sulle mie, lì dove le avevo posizionate, sulla lussuria dei tuoi glutei. Le blocchi; le fai tue. Ora avanzano insieme. Quattro mani guidate dalla tua volontà. Lascio che soddisfino i tuoi desideri, completamente asservito, schiavo del piacere che provo. Sento le mie dita impossessarsi del tuo corpo, ma la volontà è la tua. Tu detti i movimenti, io obbedisco. Aspetto, atterrito, la scarica adrenalinica che rovescerai nei miei circuiti. Chiudo gli occhi per gustarti meglio. Scorrono, ora, le mani verso l'addome. Accarezzi con i miei polpastrelli la protuberanza, li disponi, li allarghi, offri l'ombelico al mio tatto. Brividi mi scorrono dalle dita alla schiena, al cervello, martoriato dall'attesa che si rinnovino le scosse, terremotando la mia materia grigia. Richiami le mie succubi terminazioni nervose verso il torace, risalendo fino al promontorio dei tuoi seni. Finalmente, padrone di quella conquista! Afferro i tuoi capezzoli che non protestano; non hanno nessuna remora a inturgidirsi al mio tocco, e stringo, stringo e torco, finché non puoi che avere un moto di ritrosia. Ti contorci intorno alle mie pinze senza cercare di fuggire. Gli occhi si serrano, mentre la bocca si distorce, senza proferire verbo. Ora ansimi. Sento che soffri, ma che provi il piacere della crudeltà che t'impongo. Non ti sottrai, anche se ti chini, ora da un lato ora dall'altro, a seconda della stretta, sfiatando. Poi giri il collo porgendo le tremanti labbra a me, alla mia bocca che ansa sul tuo collo. Pretendi un bacio.
Interminabile bacio, mentre le lingue si contorcono, una intrecciata all'altra! Le labbra, gonfie di piacere, combaciano, divaricate per lasciare esalare l'anima che si riversa da uno all'altra. Il nodo si rinsalda, mentre sbrogliamo l'innaturale allaccio, ponendoci frontalmente, uno nelle braccia dell'altra. I petti combaciano, i sessi s'incontrano, gambe contro gambe, anche su anche, addome su addome. Rantoliamo, entrambi senza ritegno. Io su te, tu su me. I nostri corpi ruotano inchiavardandosi uno nell'altro col movimento di un perfetto ingranaggio, lasciandosi cadere sul talamo che apre la corolla richiudendosi con un sobbalzante sospiro. Lenti come bradipi scivoliamo, aggrovigliandoci nella materia. Le teste s'innestano tra le gambe; le labbra si accostano alle ance dei rispettivi strumenti e proviamo a dar fiato alle trombe, esaltando il nostro piacere. Le tue vibrisse sondano, attraverso le labbra, la voragine della bocca; il mio attizzatoio scopre scintille nella tua fornace.
La viola suona motivi celestiali sulle corde dei sentimenti, mentre l'aspersorio sprizza fiotti di liquido seminale. Non sopporto più l'attesa! Le reni fanno male per eccesso di dopamina. Il dolore ha il sopravvento. Un leggero senso di nausea, eppure accetto che tu, chinata sul mio organo, tragga rapsodie melodiose a te solo note, di cui sei l'artefice, in attesa della fuga - finale che tarda ad arrivare per malizioso calcolo. Calda, suadente bocca! La lingua vibra sulla torpedine invelenita. Ma tu sai come incantare il cobra. Il tuo sguardo, il tuo vibrare, il calore che emani incanta la bestia. Ritta ti guarda negli occhi, prima di scomparire nella tua gola. Poi..., tutta una melassa! La cappella scompare alla vista, nelle profondità delle tue fauci. Sperduto, il serpe affonda fin giù, nella glottide. Sprofonda nel baratro vorace, tenta la risalita nello stretto camino per ripiombare nello spazio vacuo. Galleggia l'anima alle soglie del Paradiso! Con un rantolo lo ritrai per riprendere fiato. Sfiati, rossa in viso, per evitare di diventare cianotica. Sputi sulla testa del viscido crotalo, gravido del veleno risvegliato dalla tua brama, prima di accostarlo all'antro che prelude alla profonda caverna. Tuttavia, benevola, acconsenti che giochi con la chiave del tuo piacere: turgido, gonfio, compatto, non errante bigolo, proteso verso l'infinito, - oggetto - pronto all'innesto. Il tuo desiderio è il mio; la tua rabbia è la mia. Vorrei sprofondare in te come tu vorresti che io cadessi nel tuo labirinto, nella tua scatola a scatto, nella tua vertigine profonda, per non vedere più la luce, dimenticare l'esistenza. Preso per sempre, prigioniero della nostra libidine, consacrato dalla forza delle tue cosce, richiuse a tombale memoria. Oh, poterne morire per godere in eterno! Sparire dal mondo per diventare parte di te, inscindibile carne nella carne. Incistarmi in te per vivere le tue sensazioni; parassita amante, senza speranza di sopravvivenza una volta privato del magnifico orpello della tua serica pelle, della morbida carne, del calore del tuo sangue. Linfa vitale! Succhiarti come il mollusco dalla valva. Voglio essere il tuo carnefice, per sopprimere la mia esistenza parassita. Carnefice, dunque, di me stesso! Orrendo crimine, mi sovrasta, mi annulla, mi sopprime! L'aria mi manca, il respiro affannoso cerca di equilibrare l'accesso dispnoico. Dimeno la testa; vorrei correre per il mondo, così come sono, senza vergogna, vestito solo della mia pelle per gridare. E grido in me stesso: - Puttanaaaaaaaaaaaaaaaaaaa! - . Invece avverto la mia voce che ti sussurra, scompostamente, quasi sillabando: - A...MO...RE..E...E...E...E...É... - , sbrodolando gli ultimi fonemi. Il corpo, scisso dalla volontà, va per conto suo: - cavallina storna...che portavi colui che non ritorna - . I sussulti sono automatici, mentre tu mi afferri e mi sbatti come un pupazzo, trattenendo nel tuo corpo la parte di me che più t'interessa in quest'istanti. Forsennata, continui l'operazione che, per parte mia, ho concluso e che tu, caparbiamente, non vuoi e non puoi interrompere. Ti sento scrollare il mio essere intorpidito dall'eccesso libidinoso che l'ha travolto, esaurito. Resta solo il riflesso di stringere le chiappe mentre la filettatura s'incastra nella madre vite e rimane ancorata lì, in fondo, involucro vuoto. Il - capase - , invece, è tronfio del liquido oleoso, frutto dell'albero della vita che l'ha riempito e pigramente ondeggia nel ventre. Anche tu sei assalita dal nirvana, anche tu sussulti, contraendo la pelvi sempre più lentamente, fino a fermarti per la frizione delle due materie, ormai non più motivate, sazie dell'orgasmo che le ha travolte. Il peso del pupazzo che ti ha cavalcato non lo sopporti più. Il fastidioso bagno di sudore t'avvolge; l'avambraccio rifiuta il vinto, scalciando il burattino che crolla bocconi sulla schiena, disarticolato, rivoltato sul letto e lì resta rantolando, vescica svuotata.
Torpido sogno, ovattato suono di nenia che incanta. Vortice di stelle. Precipite dimensione in cui l'anima si perde. Sensazioni intense. Perdita di coscienza. Sta la materia distesa, pulsando leggermente. Vite senza fine; tramite di pace infinita; indefinita vena di umana esistenza; silenzioso vuoto del nulla.

Una voce, da lontano, attraversa lo spazio senza tempo, dilatata, come in un soffio: - Amore mio, sei tu che mi hai fatto godere! Sei meraviglioso quando mi penetri! È te che voglio! - . Il cuore sobbalza. Apro gli occhi, ma non voglio vedere! Nel bagno, sottovoce, è lei che parla al cellulare! Crolla il mondo.
Chiudo gli occhi, mentre sento che s'avvicina. S'accosta al cadavere disteso sul letto. Avverto l'ondulazione del materasso su cui preme le cosce. Poi, affacciata su di me, mi dà un bacio ma sono troppo lontano per assaporarne il piacere!