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Erma
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Titolo: Erma
Autore: Niña
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Racconto n° 4931
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Gli occhi chiusi. Irrequieta, sensuale. Un corpo nudo adagiato sul letto. Le palpebre abbassate, vibrano i globuli oculari in un continuo appena percepibile, i lineamenti corrugati leggermente, in vigile preoccupata attesa. La mano delicata, precisa, si agita con moto ondulatorio, mentre l'indice e il medio fremono nel solco inguinale, solleticando l'escrescenza carnosa che si arrossa in alto, turgida, sulle piccole labbra.
Percepisce, violento, l'odore del maschio. Finalmente! Muschio che l'inebria, le stringe la gola, risveglia l'anima, concupisce le membra. Avverte il piegarsi del letto sotto il peso della macchina perfetta per l'amore che le si appresta. Il fiato le alita sul corpo che vibra di desiderio. La carne del maschio calca la sua, si scava la fossa nel suo corpo. Improvvisa, come una mantide religiosa, s'appiglia a lui, richiudendo le braccia sul dorso massiccio. Prova la nuda consistenza tra le dita, legando a se con le braccia cullanti il bimbo appena nato dalle sue viscere. Lo accarezza con la destra, scompigliandogli i neri ciuffi sul capo, scendendo, lungo la cervice, sul collo. Il palmo della mano destra, aperto, scivola, soffermandosi a tratti, per meglio provare la consistenza, giù tra le scapole. Tasta di lato i dorsali, contratti nello sforzo di non cedere, prolungando il tormento dell'estasi; mentre la sinistra scende, sale e ridiscende, ghermendo i glutei acerbi. Brividi sensuali gli attraversano la schiena. La perfida carezza delle rosa unghie laccate bersaglia i centri nervosi, sulle reni. S'inarca l'amante; in moto riflesso, estroflette i muscolosi lombi sconquassati dal desiderio, simulando le spinte ondulatorie a vuoto sulle cosce della femmina in calore. Questo le consente di gustare il contatto con la turgida escrescenza carnosa che si allunga, prorompe fra le cosce, si dimena imperioso, cercando la via che non trova. S'affanna, si dimena. È giunto, bussa all'ingresso della cruna! È febbre di tumultuosa carne. La schiava del tempio evita la congiunzione carnale, rimandandola a tempi più maturi, pungolando la bestia che fumiga su di lei, grugnendo e sfiatando. Alimenta il sacro fuco nelle tumide forme burrose, sacrificate dalla sacerdotessa di Aphrodite e offerte alla bestialità di Pan. Assapora e fa suo tutto ciò che da lui proviene. La spirale del godimento l'afferra, provenendo dal risucchio vigoroso delle labbra del partner. Vibrante, l'aspira, mordicchia le tumide mammelle aureolate. Riserva il delicato trattamento agli irti capezzoli, gustandoli, cono gelato di carne ardente. Ogni ritrosia di vereconda femmina è lontana, obsoleta, senza senso. Oh, la stretta! É sceso sulle accoglienti cosce che gli si offrono, dilatandosi, si sollevano in cosciente delirante dono. S'affrettano a meglio contenere il suo completamento. E le dita lunghe, nervose, possenti da maschio, scendono cercando il varco a invadenti esplorazioni. La perplessa fessura si dischiude in trepida, ansimante attesa di ben più coinvolgente, profondo e squassante contatto; la tenera carne, innervata nel punto più sensibile del piacere, in diffuso tremore si agita. Non strazio vero, ma ansia di ricevere, l'assale; tenero vigore nel moto alterno che acuisce il senso di dolorosa insoddisfazione negli attimi in cui la piccola escrescenza carnosa, irretita, attirata fra forti labbra estranee, in una morsa cannibalesca, è succhiata fuori dal suo guscio. La tenera, inerme, mollusca forma non oppone resistenza; s'allunga di quel tanto che gli è consentito dalla sua femminile natura, conscia che la redenzione della sua esistenza sarà solo nel concedersi al gusto di chi l'assapora. Sobbalza al crudo contatto brutale con l'invadente ospite, lenito dall'umettante naturale secrezione protettiva. E, in quegli attimi d'eternità, dalla gola della femmina impenitente, dolente per il piacere in divenire, effondono deliranti suoni. Strumento da cui l'insuperabile musico sa trarre accordi d'inusitata sensualità. Il docile corpo, magistralmente asservito, vibra, da accordato violino, stupendosi ella stessa degli struggenti acuti e morbidi suadenti armonie che la nudità dell'amante estirpa alla sua natura. Aderisce al vigoroso, delicato interprete; dà tutta se stessa, mentre l'aria assume i colori dell'arcobaleno, celesti sentimenti, prima della struggente chiusa finale.
La coinvolgente, grande - manta - oceanica risucchia il vibrante plancton sessuale in un ingordo pasto, ventilando con le abbaglianti ampie pinne aperte e, richiudendole, costringe la danaica pioggia, dorata di saporito nepente, a penetrare nel vorace scavo, pronto a inglobare il prelibato cibo offerto.
Danza il fuco sull'ape regina incosciente della prossima fine. In uno spasimo acuto, il potente flusso dalle cervici attraversa tutte le vertebre dorsali, per venire sputato fuori dal grosso cannone inguinale. Midollo spinale, trasformato in linfa vitale. Si rigonfiano le gonadi doloranti nello sforzo di evitare il prematuro effluvio. Il maschio è respinto dal dorato imenottero che, richiuse le ali, gli si volge mostrando le carnose, sensuali terga. Sul fianco adagiata, la coscia sinistra rialzata, dischiude le mucose vogliose, affamate; attende l'assalto, volgendo le spalle, gli occhi serrati in fremente attesa. S'inarca, pretende che la verga potente s'insinui nel canale umettato, fra le crespe, nella cuna proibita, nascosta dalle pallide, turgide natiche. Il torpido maschio è stranito; sente il dolore del teso gonfiore, procurato dalla sanguigna linfa pulsante che non sa dove sbarcare per sfogare la sua forza vitale, per svuotare il sacco che tanto fa male.
La Dama, sapiente, lo guida sulla via più tranquilla e sicura pur sapendo che al primo dolore saprà assecondare l'amato. Dilatando con calma si stende opponendo, a piè fermo, il velato nitore. Si sbanda incoerente il micidiale attrezzo, la mira disperde, sfugge, scivolando verso il sottostante opercolo anale. La vulva carnosa sobbalza, allibita. Dalla mano, tapina, le sfugge la viscida serpe. Tradita, nella via posteriore si sente presa, superata d'un balzo la linea di demarcazione. Recriminare è inutile; è lei che gli ha aperto la strada. S'avanza imponente la macchina da guerra, superando ogni barriera; svelle il chiavistello. L'elmetto calcato sul turgido capo, spinto dal guerresco empito, scende nella valle, gridando all'assalto, il guerresco fante. Avanzare non può più; arretra come toro imbizzarrito alla festa di San Firmino, sbavante e furente. Ma la folla lo spinge, gli si chiude alle spalle; gl'impone di svuotare del loro contenuto le sofferenti, incontenibili, gonfie palle; l'aizza ad avanzare ancora, ancora. Il muro di carne lo arresta e il movimento è una danza impazzita: indietro e avanti, avanti e indietro. Il canale ormai è quello e nel vicolo stretto s'industria il poveretto, soffrendo e godendo della stretta aderenza. Intanto, l'iniziale sgomento della vulva tradita, lo sfregare violento sul clitoride oliato, facilitano l'introito, tralasciando il primordiale perverso proposito; rifiuta l'anale, sterile ingresso. La fiamma investe la povera druda ormai compromessa. Partecipe arde, ansima; sulla canna s'infila; non vuole che esca e vorrebbe protrarre in eterno quell'ansito immenso che la rapisce, la stende, l'innalza fino al settimo cielo, paradisiaca sensazione, ed, infine, la precipita nel profondo burrone. Quel desiderio vano, quel sentire profondo, la scuote, l'inebria. Si concede nell'impalpabile nebbia dorata, evanescente; lo sente salire, lo tiene e poi lo trattiene. Sfugge, esce, scende, risale e ridiscende, s'inerpica e ridiscende, impazzita. Scappare? È inutile, le cosce sono strette; preclusa è la via. Nel ventre scoppia la bomba. Vorrebbe troncare quel calore immane di ripetuto violento fiotto; ma non può e lo sente, caldo, dilagare nel ventre. Estasiata, immobile resta. Centellina il nettare divino che, suadente si muove e dilava uscendo all'esterno. Si spande sulle cosce estasiate, sbavando sull'addome sgonfiato.
Adempiuto il mistero, la vita continua con normale coinvolgente slancio finché non interviene un improvvido progestinico fermo.