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Amanti
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Titolo: Amanti
Autore: Niña
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Racconto n° 4992
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Amanti! Forsennatamente, quel giorno più del primo, i baci scivolano vorticosi sulle morbide labbra, sulle fronti ardenti di mille desideri, sugli occhi socchiusi in infiniti sogni, su candide epidermidi nude. Rosse su rosse, le labbra si dischiudono; si riaccostano, si succhiano, mordicchiandosi a vicenda con autofagico movimento. Unica, tremula carne mossa da una sola mente. Penetrano, incastrandosi perfettamente l'un l'altra, saldandosi in un solo desiderio, mentre le lingue accompagnano la danza, incuneandosi nei cavi spazi orali avvinghiandosi in un sodalizio indissolubile. Il tocco prezioso di mani leggere sembra brezza di sera sulla nuda terra, carezza sincera che induce a brividi di sottile piacere. Struggimento profondo assale e accentua la frenesia di concludere il carnale festino. Si toccano, si palpano, si stirano i demoni del sesso. Le cosce spalancate invitano le minute, nervose dita a penetrare nel sacro vestibolo, sì da consentirne l'esplorazione profonda. Reciprocamente si donano sul talamo nuziale, disfatto dall'ansia del godere. Titillare i rispettivi organi del sesso, giocare con l'innocenza di un tempo lontano, il clitoride proteso a percepire le onde alterne del piacere che sfibra; sapere di poter giungere oltre ogni limite senza fretta, senza che un'eiaculazione maldestra possa alterare il godimento e porre termine a quello strazio infinito che porta al paradiso. Donarsi senza tregua, con la piena conoscenza dei propri mezzi; perfettamente consci di prendere e dare la stessa merce. Senza stravolgimenti forzati, accogliere i piccoli tocchi che distorcono i muscoli dilatando il piacere, aspettare le delicate strette che provocano singulti, sospiri, mugolii. Lascive, lisce pelli, sfiorandosi, si compenetrano l'una nell'altra, si saldano, come cerbiatte dalle frementi umide, piccole narici odorano i reciproci umori, riconoscendosi e scambiandosi profondi, complici tocchi sapienti di lingue vibranti nei punti più sensibili della reciproca, univoca identità sessuale. Così le due - biches - si scambiano i sensi del loro immutabile affetto. Nude, approfittano delle intime parti succhiando, soffiando, offrendosi in libero dono che solo i veli di una camera da letto sanno gelosamente custodire, lontano da quel perfido mondo che vuole impallinarle, distruggerle, annullarle fisicamente, come se non fossero esseri umani come si schiacciano gli scarafaggi. - Anormali - è la scusa. Ansimanti, sfibrate, prive di ogni forza restano avvinte dal godimento ripetuto più e più volte fino a non potersi più muovere per lo sfinimento. Abbracciate, stravolte, le guance irrorate del sangue, le tempie pulsanti, il cuore in tumulto, schiantato dal ripetuto sforzo, tremando dall'incontrollabile piacere provato, si accasciano entrambe, i polsi avvinghiati: l'una, il capo gettato all'indietro a prendere aria, il respiro franto; l'altra, dolcemente adagiata sul seno della complice, dimentica del mondo, nel residuo sussulto dei sensi. Nell'ansimo acuto, le carni unite, saldati i corpi, sfiatando e sfidando le leggi di natura, scivolano, lente, in un sogno magico. - Volano, ardite fate; cigni battono le ali, solcando cieli infinitamente dilatati, impalpabili, tinti di rosa. Nel volo spaziato s'incontrano, intrecciandosi, i colli flessuosi; si scambiano baci inebrianti sui becchi appena accostati. Distratti da mille abbracci non s'accorgono che il tempo è cambiato; cupo, s'è fatto. In cielo i cori di angeli sono sopraffatti dal vento che soffia. Si gela, ora! Le piume sconvolte, impaurite, ravvolte da nuvole nere, s'affrettano a discendere, cercano scampo poggiando il piede in luogo sicuro. Un fulmine brandito da una mano oscura ferisce le improvvide amanti. Bruciata la pelle, distrutto è l'afflato; annullate nell'intimo sentimento, giacciono incenerite. Ma non dura il misfatto; il tempo trascorre e le accigliate nuvole volano via con il loro rimbrotto lontano; il sole torna ed il gelo è disciolto. Le ceneri sparse, sospinte da un pietoso leggero vento riprendono quota, mulinando e girando in una danza leggera e si mischiano in cielo. Mentre candide nuvole le accolgono e fermano le forme di due dolci amanti che al sole si beano l'un l'altra abbracciate. - La cupida mano intrecciata ora è destata dal sogno irriverente. Il lesbico incontro si dissolve nella mente della partecipe attrice. É triste! Torna a pensare al momento in cui ha deciso di percorrere la china e saltare il fosso. Torna, incupita, al giovane amante. Lo rivede muscoloso, aitante. Gentile, lo ricorda. Un vigoroso esponente del suo torbido sesso, se vestito, ma nudo... , è uno schianto per le giovani sprovvedute amanti. Il ciuffo nero sugli occhi scuri, profondi; il naso ben proporzionato, le mascelle solide, senza eccessi. Il collo muscoloso. Le spalle ampie, contornate dai muscoli degli omeri sviluppati dall'esercizio fisico; il torace ricoperto da riccioli neri, con pettorali prominenti come seni di acciaio; una terza da donna. I capezzoli densi, appena rilevati per la tensione della carne allenata all'attività sportiva, sono umboni del desiderio. Ai fianchi della cassa toracica si aprono i dorsali come ali, come la pelle di uno scoiattolo volante, distesa per lanciarsi nel vuoto. Gli addominali, simili a colonne tortili, si ramificano, distendendo catene montuose nella piana del ventre; si attorcigliano, gonfiandosi ed estendendosi, nel movimento a stantuffo dell'amore che tante volte ha assaporato, gioendo del maschio potere di rapina che permeava i suoi teneri meandri femminili. É lui! Lo sente proteso nelle intime parti del suo corpo a portarle il refrigerio del godimento più intenso. Oh, come godeva! L'avvolgeva completamente nelle sue spire, la soffocava, la portava alla disperazione, finché ella non avvertiva l'ultima umida, lunga bordata a cui avrebbe voluto sfuggire, come ogni donna per riflesso condizionato, non per esplicita volontà. Dafne agita violentemente la testa per sottrarsi all'amplesso di Apollo, tanto desiderato. Irretita, sente penetrare il flusso vitale, il caldo fiume che l'inonda, le travolge i sensi, lasciandola estasiata. Vorrebbe che quel torbido torrente scorresse inesauribile, in eterno; le mani che prima protestavano contro il turpe invasore che la pestava nelle morbide curve e l'assaliva per espugnare ogni inutile difesa, ora si avvinghiano alla schiena del potente Alfeo, segnandone le carni, quasi per vendetta. Lo trattengono bevendo ogni sorso del liquido rigeneratore che da lui proviene, temendo di perderne una sola goccia. Il morbido corpo è pregno dell'ippocratico umore. Accarezza, frenetica, la tensione muscolare del vincitore sui fianchi, sui glutei, sui dorsali possenti, nella cuna vertebrale, lungo gli anelli del midollo, fonte preziosa del flusso che, superato ogni sbarramento, è accolto nel sotterraneo santuario. D'improvviso la presa le manca. La carne si scioglie. L'armamento è dismesso. S'affloscia come palla sgonfia; le pesa sul corpo. Schiacciata da un intero bue piegato sulle ginocchia, inanimato a seguito del colpo alla nuca sparato da se stesso, non respira più. La soffoca, le ingenera ipossia. Un colloso sentore le brucia le cosce. Inizia la sua battaglia per scrollarselo di dosso. Lo cincischia, lo scosta, a fatica lo rivolta su se stesso, ridicolo pupazzo di carne bollita, sgusciando a fatica da sotto.
La doccia la quieta, la purifica, mentre nella stanza accanto il torpido barile ronfa, accantonato in un angolo. Ah, se avrebbe voluto continuare così! Ma un giorno scoprì l'amara verità. Di tanto in tanto si depilava, il macho, cospargendosi il corpo d'unguento profumato. Ed era gradevole anche se non lo faceva spesso e dall'ultima volta ne era passato di tempo. Sembrava aver accettato il suo dimorfismo sessuale. E fin qui non v'è nulla di strano. Un po' estremo, forse, ma non vuol dir nulla. Se non ché un pomeriggio, tornando a casa dal lavoro un paio d'ore prima del solito, non scoprì ciò che non avrebbe mai voluto vedere né sapere. Aprì la porta con le chiavi e si diresse verso la camera da letto per mettersi in libertà. Restò annichilita. Nella stanza semibuia s'articolava sul letto il ributtante, schifoso mostro peloso, a due teste che fuoriuscivano, opposte, alle estremità in mezzo alle zampe. Costanti, soffocati grugniti provenivano dalle due bocche che si aprivano a pinzarsi; vibravano sul letto agitandosi come un grosso ragno bicefalo. Sbigottita, l'involontaria spettatrice mise a fuoco la scena. Impallidì, deglutendo. Si davano sollazzo succhiandosi l'uccello, i perversi, la testa, una fra le gambe dell'altro. Le cosce aperte accoglievano la tensione dei tricipiti, dei polpacci, mentre i pettorali strofinavano ruvidamente sugli addomi pelosi, in speculare immagine. Rudi carezze, in spasmodico ritmo. Una mano corre alla preda, mentre l'altra cerca qualcosa che non trova, fino a raggiungere la lunga, dura asta ricurva. Trionfalmente la impugna. Si srotola la scena nuovamente innanzi agli occhi ancora impietriti. Con calma, i volti infuocati, si rialzano, i due pervertiti, mentre gli - argomenti - eretti, protesi, calamitati ciascuno dall'altro, vincono facilmente la forza di gravità, vibrando in attesa del scontro inevitabile, fortemente voluto da entrambi, che dovrà dirimere la contesa. Ciascuno tasta le mammelle tese sul petto dell'altro senza troppe smancerie. L'uno succhia con forza i capezzoli dell'altro che, mugolando come bestia in calore, si stende supino sul giaciglio, battendo sul letto la mano impazzita per il dolore misto al piacere. In quella posizione, inarca la schiena richiamando un cuscino sotto le anche; le gambe protese in alto, aperte, fanno da davanzale perché il compagno possa affacciarsi sul tappeto fiorito di muscoli e ammirare l'armonico sviluppo del torso, accrescendo, se possibile, l'erezione. Le caviglie poggiano sulle spalle del concubino, in attesa del colpo decisivo. L'Ercole, con studiata lentezza, distanzia le gambe sulle spalle, divaricandole, bene aperte per quanto si appresta ad eseguire , misurando la forza delle mani dalla presa ineludibile, come un atleta, in palestra, affronta il bilanciere poggiato sul trespolo. Si china in avanti e, sollevato il quarto inferiore del manzo all'altezza della bocca, utilizza la ruvida lingua per umettare l'atrio crespato del compagno che collabora, soddisfatto, dilatando l'apertura, mentre il gonfio, rugoso sacco seminale si rattrappisce, immiserendosi, desolatamente inutile nella posizione di ricezione in cui è relegato. Affacciata sulle gonadi sterili, lo guarda, la bieca torre invidiosa che batte sul ventre, imprecando verso il cielo per l'umiliata, inutile potenza che si ritrova a reprimere. Rassegnato, sa quel che dovrà subire. Il desiderio s'innerva al tocco ripetuto e vigoroso della lingua. Il fiotto prostatico fuoriesce come bava vischiosa dalla bocca del ragno; dal cono di entrambi i vulcani che si fronteggiano, uno di fronte all'altro, erutta il fiotto colloso. Le gambe ritrovano l'appoggio, saldandosi alle spalle, mentre l'atletico insertivo s'inarca sulle reni, caricandosi di potenza. Con discrezione chiede l'accesso, spingendo la prodigiosa nerchia nello stretto cunicolo rosa che si dilata come un pane di burro davanti a tanta esuberanza. Si lamenta il succube, ma non si tira indietro. Come un fanciullo che piange senza motivo, lo accetta, per libera scelta. Il vestibolo è presto superato dopo un penoso introito. Le scale del piacere sono lì, invitanti, con passatoia rossa, rosso sangue. L'urticante iniziale accoglienza dell'ingombrante ospite fa digrignare i denti allo sperduto amante. Poi, l'ingombro si fa desiderio, smania di gustare fino in fondo lo stimolo fatale; più profondo, fino al punto di non ritorno, del piacere assoluto. Il gonfio ventre s'inebria e inizia la sarabanda. La bestia in calore accelera i tempi, impegnato nello sforzo anaerobico, pur di giungere in fretta là dove vuole arrivare. Sale e scende, senza contare più le volte, fino allo sfinimento. Il coito nel canale ostruito produce la fantasmagorica sensazioni di devastazione, di indicibile godimento, ma anche di fastidioso ingombro. L'animo si sperde, mentre al protagonista della parte femminile della rappresentazione inizia ad urge un eguale bisogno che finora ha represso per dedizione all'amante. Ma ora passa all'incasso, pretende ciò che gli è dovuto. Abituato a godere da maschio, smanetta freneticamente il tubero che, inutilizzato, si danna costretto all'impotenza. Finché non esplodono entrambi, l'uno ben custodito nel cunicolo stretto riposto nelle buie anse del ventre, l'altro, privato del possesso, vomita tutta la rabbia di cui è capace sul succube lenzuolo. Svuota così l'inerte subalternità a cui è relegato. E mentre svuotati, esausti sospirano uno sull'altro, le canne disarmate, piange la povera Lesbia che rifugge ogni tocco squassante dalla lurida, traditrice femminella, consolandosi nelle braccia di chi la sa far sentire finalmente donna.