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Titolo: Vibrazioni
Autore: Niña
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Racconto n° 5011
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Gli occhi chiusi, Irrequieta, sensuale, un corpo nudo adagiato sul letto. Le palpebre abbassate, vibrano i globuli oculari in un continuo impercettibile moto, i lineamenti corrucciati, quasi in vigile, preoccupata attesa. La mano delicata, precisa si agita,mentre due dita fremono nel solco inguinale.
- Ancora sete ho di te... soltanto/sola a te solo e col sole declino -
Violento percepisce l'odore del maschio. Finalmente! Muschio che le stringe la gola, risvegliando la concupiscenza delle membra. Prova la nuda consistenza tra le dita, legando a se con le braccia cullanti il tenero, carnale bimbo. Lo accarezza con la destra, scompigliandogli i neri ciuffi sul capo, scendendo lungo la cervice sul collo. Il palmo della mano, aperto, scivola tra le scapole. Tasta di lato i dorsali, contratti nello sforzo di resistere al tormento dell'estasi; mentre la sinistra scende. Impazzita sale e ridiscende, ghermendo i glutei acerbi. Brividi sensuali attraversano la schiena. La punta delle unghie bersaglia i centri nervosi, sulle reni. S'inarca l'amante; in moto riflesso estroflette i forti lombi sconquassati dal desiderio; le consente di gustare il contatto con la turgida escrescenza carnosa che si allunga, prorompe fra le cosce, si dimena imperiosa. Bussa all'ingresso della cruna. È febbre di tumultuosa carne. Affonda il sacro fuco nelle tumide forme burrose sacrificate dalla sacerdotessa di Aphrodite, offerte alla divinità. Suo è tutto ciò che da lui proviene. La spirale del godimento le giunge dal risucchio vigoroso delle labbra del suo complemento. Vibrante, l'aspira, mordicchia le tumide mammelle aureolate. Riserva il delicato trattamento agli erti capezzoli, gustandoli, cono gelato di carne ardente. Ogni ritrosia di vereconda femmina è lontana, obsoleta, senza senso. Oh, la stretta! É sceso sulle accoglienti cosce che gli si sollevano, si dilatano, si offrono, appena sollevate in cosciente delirante dono. S'affrettano a meglio contenere il suo completamento. E le dita lunghe, nervose, da maschio, scendono cercando il varco a invadenti esplorazioni. La perplessa fessura si dischiude in trepida, ansimante attesa di ben più coinvolgente, profondo e squassante contatto; la tenera carne, innervata nel punto più sensibile del piacere, in diffuso tremore si agita. Non strazio vero, ma ansia di ricevere l'assale; tenero vigore nel moto alterno che acuisce il senso di dolorosa insoddisfazione negli attimi in cui la piccola escrescenza carnosa, irretita, attirata fra forti labbra estranee, in una morsa cannibalesca, è succhiata fuori dal suo guscio. La tenera, inerme, mollusca forma non oppone resistenza; s'allunga di quel tanto che gli è consentito dalla sua femminile natura, conscia che la redenzione della sua esistenza sarà solo nel concedersi al gusto dell'intenditore. Sobbalza al crudo contatto urticante con l'invadente ospite, lenito dall'umettante naturale secrezione protettiva. E in quegli attimi d'eternità dalla gola della femmina impenitente, dolente per il piacere ancora in divenire, effondono deliranti suoni. Strumento da cui l'insuperabile musico sa trarre accordi d'inusitata sensualità. Il docile corpo, magistralmente asservito, vibra da accordato violino, stupendosi ella stessa degli struggenti acuti e morbidi suadenti armonie che la nudità dell'amante estirpa dalla sua natura. Aderisce al vigoroso, delicato interprete; dà tutta se stessa, mentre l'aria assume i colori dell'arcobaleno, celesti sentimenti prima della struggente chiusa finale.
La coinvolgente, grande - manta - oceanica risucchia il vibrante plancton sessuale in un ingordo pasto, ventilando con le abbaglianti ampie pinne aperte e, richiudendole, costringe la danaica pioggia dorata di saporito nepente a penetrare nella vorace apertura al di sotto dei gonfi pettorali, pronta a inglobare tutto il prelibato cibo offerto.
Danza il fuco sull'ape regina incosciente della prossima fine. In uno spasimo acuto, il potente flusso che dalle cervici attraversa le vertebre dorsali, perché sputi fuori il midollo trasformato in linfa di nuova vita. Si rigonfiano le gonadi doloranti nello sforzo di evitare il prematuro effluvio. Il maschio è respinto dal dorato imenottero che, richiuse le ali, gli si volge mostrando le protuberi sensuali terga. Sul fianco adagiata, la coscia sinistra rialzata, dischiuse le mucose vogliose, affamate, attende l'assalto volgendo le spalle, gli occhi serrati in fremente attesa. Prostràta, pretende che la verga potente s'insinui nell'umettato canale, fra le crespe, nella cuna proibita, nascosta dalle pallide, turgide chiappe. Il torpido maschio stranito, afferrato per il teso gonfiore irrorato da pulsante sanguigna linfa non sa dove entrare per sfogare la sua forza vitale, per svuotare il sacco inguinale che tanto ormai gli fa male.
Ma sapiente la Dama lo guida sulla via più tranquilla e sicura pur sapendo che al primo dolore saprà attendere l'amato. Dilatando con calma si stende opponendo a piè fermo il corposo nitore. Si sbanda incoerente il micidiale attrezzo, la mira non prende, sfugge scendendo verso il sottostante opercolo anale. La vulva carnosa sobbalza allibita. Dalla mano, tapina, le sfugge la viscida serpe. Tradita dalla via posteriore si sente, superata d'un balzo. Recriminare è vano; è lei che gli ha aperto la strada. S'avanza imponente la macchina da guerra, disserra ogni barriera, svelle il chiavistello. L'elmetto calcato sul turgido capo, spinto dal guerresco empito, scende nella valle, gridando all'assalto, il guerresco fante. Avanzare non può più; arretra come toro imbizzarrito alla festa di San Firmino, sbavante e furente. Ma la folla lo spinge, gli si chiude alle spalle; gl'impone di svuotare del loro contenuto le sofferenti, incontenibili palle; lo aizza ad avanzare ancora, ancora. Il muro di carne lo arresta e il movimento è una danza impazzita: indietro e avanti, avanti e indietro. Il canale ormai è quello e nel vicolo stretto s'industria il poveretto, soffrendo e godendo della stretta aderenza. Intanto, l'iniziale sgomento della vulva tradita, lo sfregare violento sul clitoride ben oliato, facilitano l'introito, tralasciando il primordiale perverso proposito; rifiuta l'anale, sterile ingresso. La fiamma investe la povera druda ormai compromessa. Partecipe arde, ansima; sulla canna s'infila; non vuole che esca e vorrebbe protrarre in eterno quell'ansito immenso che la rapisce, la stende, l'innalza fino al settimo cielo, paradisiaca sensazione, ed, infine, la precipita nel profondo burrone. Quel desiderio vano, quel sentire profondo, la scuote, l'inebria. Si concede nell'impalpabile nebbia dorata, evanescente; lo sente salire, lo tiene e poi lo trattiene. Sfugge,esce, scende, risale e ridiscende, s'inerpica e ridiscende. Vorrebbe scappare, ma le cosce son strette; preclusa è la via. Nel ventre scoppia la bomba. Vorrebbe troncare quel calore immane di un ripetuto violento fiottare; ma non può e lo sente bagnare nel ventre. Estasiata rimane. Centellina il nettare divino che, suadente dilaga e dilava fino a fuori. Si stende sulle cosce estasiate, sull'addome sbavato.
Adempiuto il mistero, la vita continua con costante coinvolgente slancio se non interviene un imprevisto progestinico stop.