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Una sconosciuta
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Titolo: Una sconosciuta
Autore: Daniele
Contatto:
Racconto n° 5078
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Le Regole
Erano solo due sconosciuti, qualche mail e qualche foto per capire se, almeno a pelle, potevano piacersi. Poi qualche telefonata.

Le regole gliele aveva dettate al telefono nella prima conversazione che avevano avuto.
Tenere gli occhi bassi, non guardare mai un Padrone direttamente se non autorizzata.
Non chiudere mai la bocca, tenere le labbra sempre leggermente socchiuse.
Non accavallare le gambe, tenerle sempre leggermente aperte, un dito tra un ginocchio e l'altro, non di più e non di meno. Di più ti farebbe apparire come una baldracca, di meno come inaccessibile e questo è severamente vietato.
Indossare sempre vestiti che facilitino l'accesso, mai pantaloni, mai gonne strette.
Quando è richiesto, non indossare l'intimo.
Queste sono le regole iniziali, le aveva detto, successivamente ne seguiranno altre. La sua era una voce roca, ma suadente, maschia, inflessibile. Non aveva mai alzato la voce, ma si sentiva che non amava essere contraddetto e poi l'aveva avvisata. Se non seguirai le regole, se non ubbidirai prontamente ai miei ordini, sarai punita. Ed ora, aveva aggiunto, ripetimi le regole. Le voglio sentire dalla tua voce voglio sentire che le hai imparate e poi vorrò vedere se sarai capace di rispettarle.
La sconosciuta aveva deglutito, si sentiva già intimorita, pensava di essere incapace di ricordarle e di recitarle. Il silenzio dall'altra parte del telefono era eloquente, più di ogni rimprovero, più di ogni insulto. La sconosciuta stava sudando. Poi balbettando iniziò a recitare e man mano che ripeteva le regole si sentiva rinfrancata. Felice di soddisfare il volere di quello sconosciuto di cui non sapeva niente. Ma che già era entrato prepotentemente nella sua vita e la stava cambiando.

L'ordine
In precedenza si erano scambiati delle mail conoscitive. Lei aveva raccontato un po' di sé e lui lo stesso, ma non avevano approfondito. Lei non riusciva a raccontare quello che sentiva e quello che voleva. Lui spazientito le aveva dato un numero di telefono. Lei ci aveva pensato molto prima di chiamarlo, era timorosa e timida. Poi prese coraggio e lo chiamò. Lui l'ascoltò un po', lei più che altro farfugliava, era nel pallone. L'unica cosa che capì era che non voleva contatti genitali, era il suo modo disse per rimanere fedele a suo marito e non voleva essere punita fisicamente perché non sopportava il dolore. Bontà sua disse che accettava tutto il resto. Lui prese la situazione in mano.
- Ora stai zitta ed ascoltami. Prima di tutto mi darai del Lei e mi chiamerai Signore. Chiaro? -
- Sì, Signore. –
- Brava, continua così ed andremo d'accordo. –
Poi le aveva dettato le regole e come abbiamo visto gliele aveva fatte ripetere.
- Ora ti darò un ordine e voglio che lo esegui immediatamente. –
Lei rimase in silenzio, non sapeva se accettare e se accettava cosa poi sarebbe successo. Il silenzio si protraeva ed era pesante, incombente. La sconosciuta non sapeva come venirne fuori. Lui non la sollecitava, ma quel silenzio era peggio. Alla fine lei non resistette più. E finalmente disse – Sì, Signore. –
Lui le disse – Indossa solo gonna e camicetta, scarpe con il tacco più alto che hai. Truccati bene, un trucco evidente. Niente intimo, niente calze. Così come ti ho detto ed a piedi vai al supermercato e fai la spesa. Quando sei al supermercato mi richiami. –
Per fortuna era estate, per fortuna il supermercato era a solo cinquecento metri. Ma mezza nuda, così si sarebbe sentita senza mutandine e reggiseno, non ci era mai andata.
Poi si prese coraggio. In fondo cosa poteva succederle. Si vestì come voleva lui e si truccò, sul trucco barò un po', solo un po' di più del suo standard. Quindi uscì sperando di non incontrare nessuno. Purtroppo andò diversamente, proprio nell'androne, a due passi del portone, trovò una sua coinquilina. Una quarantenne, più o meno una sua coetanea. Che le sorrise – Elisabetta sei splendida... direi provocante. Se non ti conoscessi direi che stai andando ad un appuntamento. – Elisabetta arrossì, sperò che lei pensasse di piacere e non di imbarazzo, poi sperando di nascondere l'emozione rispose – Ma no Luisa, che dici, sto solo andando al supermercato, mi sono accorta che mi mancano alcune cose... ed al massimo tra mezzora sarò di nuovo a casa. – Poi come se avesse fretta scappò via. Quei cinquecento metri furono terribili, si sentiva mezza nuda ed osservata, come se tutti sapessero che sotto non indossava nulla. Per fortuna, in quel pomeriggio estivo ed assolato, c'era poca gente in giro. E soprattutto nessuno che conosceva.

Quando arrivò al supermercato lo chiamò. – Sono al supermercato Signore, mi sono vestita come mi ha chiesto Lei. Che devo fare? – bisbigliò al telefono. – Slaccia tutti i bottoni della camicetta utili a far vedere buona parte del seno. –
- Ma Signore... qui potrei incontrare gente che conosco... -
- Ubbidisci vacca, altrimenti ti costringerò a tornare a casa con le tette di fuori. –
Lei ubbidì. – Fatto Signore, mi sento una puttana. –
- Credimi le puttane fanno altro, ma non è male che tu ti senta in imbarazzo. Ora scattami una foto di queste tette e mandamela. –
Si guardò intorno, vide che nessuno la osservava e scattò la foto. Quindi la spedì. Rimase sulle spine fino a quando lui non la richiamò e le disse – potrai riabbottonare la camicia quando uscirai dal supermercato. Ora vai dove c'è gente e chinati, porta il culo bene in alto, come se ti dovessi sistemare la scarpa. Fai vedere quel culo a tutti. Poi puoi tornare a casa. -

L'incontro
Apre la porta con tempismo perfetto, lui sta uscendo dall'ascensore. Tiene gli occhi bassi, ma una sbirciatina riesce a darla. Un signore sui cinquanta e passa, ben piantato con i capelli grigi corti. Elegante, severo. Lui entra in casa come se fosse casa sua. La saluta con un cenno, si leva il cappotto e glielo porge. Si accomoda sul divano e sorride alla sua ospite. Nel salotto c'è una luce diffusa, bassa, intima.
La padrona di casa è un po' a disagio. E' in piedi di fronte a lui, occhi bassi, e attende. Si aspetta che il suo ospite dica qualcosa.
- Cosa ha da bere? – Lui le da del lei, non è rispetto, è distanza, spersonalizzazione. Da un momento all'altro potrebbe passare al tu, essere più diretto, ed incalzante
- Whiskey, cognac, grappa, amaro. – mormora lei.
- Una grappa, grazie. -
La padrona di casa è una bella donna, si è truccata e vestita elegantemente. Indossa una gonna nera lunga al ginocchio, ma larga. Accessibile. Anche le calze sono nere. Una camicetta bianca, basta slacciare 2 bottoni e può mostrare il seno. Accessibile. Le scarpe hanno un tacco alto che la slanciano ancora di più, Lei è già molto alta. Niente intimo quella sera. Molto accessibile. Al collo porta un collarino nero di velluto che designa il suo stato di sottomessa.
Lei va verso il mobiletto bar ondeggiando sui tacchi, versa una generosa dose di grappa in un bicchiere adatto allo scopo e ritorna da lui. Lui lo prende in mano sfiorando quella di lei.
– Mettiti in ginocchio qui, di fronte a me, comoda. Accosciati pure sulle natiche. – Non c'è nessuna arroganza nella sua voce, ed il tono è gentile, ma è un ordine e lei lo esegue. Si inginocchia di fronte a lui e poi si lascia andare fino a toccare con il didietro i talloni e adagiandosi su di essi.
Il Padrone vuole essere certo che lei abbia capito tutto. – Elencami le regole che ti ho dato – le dice.
Lei arrossisce, elencare a voce alta, di fronte ad un quasi sconosciuto, quelle regole la tocca nell'intimo. Dapprima con voce tremante poi sempre più sicura ed alla fine con orgoglio enumera le regole di cui abbiamo già detto.
- Bene! – dice lui. – Le regole le conosci. Ora dimmi cosa potrebbe accaderti se sbagli? –
Lei si agita sulle natiche, è imbarazzata. – Non lo so Signore. Lei non mi ha detto nulla in proposito. Abbiamo messo solo dei limiti alle punizioni che mi potrà dare. Niente punizioni corporali. –
- Esatto - risponde lui, - niente punizioni corporali. Ma ci sono tanti altri modi per punirti. Ora te ne dirò qualcuno, ma poi è solo questione di fantasia. Ti posso ordinare di stare in ginocchio, faccia al muro, per un certo tempo. Ti posso ordinare allo stesso modo di stare in piedi, sempre faccia al muro, ma con la gonna da tenere sollevata in modo da tenere le natiche scoperte. Oppure di rimanere ferma a quattro zampe con un vassoio depositato sul tuo dorso o sulle tue natiche e mettere su quel vassoio una bottiglia. Oppure ti posso ordinare di denudarti e poi legare i tuoi polsi in alto. Tanto in alto da costringerti sulla punta dei piedi. Che ne dici? –
Lei non rispose. Il Padrone non aveva bisogno della sua risposta, era una domanda retorica. Le ordinò di mettersi in piedi.
- Ora solleva la gonna – le disse, sempre senza alzare la voce, ma con un tono che non ammetteva replica.
Lei sollevò la gonna, vergognosa e ringraziò la regola che le imponeva di tenere gli occhi bassi. Purtroppo per lei, il Padrone poteva ordinarle di sollevare gli occhi e guardarlo. Così fece. E lei prima arrossì e poi divenne bianca. Lui la guardò negli occhi e trattenne il suo sguardo. Lei era molto a disagio, ma si trovò costretta a ricambiare. – Hai delle gambe molto belle – disse lui, - delle cosce stupende. – Cosce che lei vergognandosi di essere così offerta e aperta tentò di chiudere quasi senza rendersi conto. – Non lo fare – disse lui. – Ti dovrei punire immediatamente. Prima ancora di averti esaminata. – Lei riuscì a rispettare la regola, ma non sapeva ancora per quanto.

L'esame
Lui si alzò dal divano, ma le disse di rimanere ferma dove si trovava.
Lei rimase ferma. Rimanere ferma ed immobile non era poi tanto facile, le gambe iniziavano a vacillare ed a tremolare.
Lui andò dove Lei aveva sistemato il suo cappotto. Da una tasca interna estrasse un astuccio. Dentro l'astuccio c'era uno strumento, una bacchetta, flessibile e liscia, era metallica e fredda, tutti gli angoli erano smussati ed era piegata in quattro. Lui la dispiegò ed ora era davanti alla sua preda. Senza dire niente con la punta della bacchetta sotto il mento le sollevò il viso. Lei seguì il volere della bacchetta, il suo viso era ora sollevato e i suoi occhi all'altezza di quelli del Padrone. Lui le sorrise e la guardò tra le gambe. La gonna era sempre sollevata, il suo pube era in mostra, liscio, pulito, ammiccante. La bacchetta l'accarezzò sulle guance. Lei riabbassò lo sguardo. Lui portò la bacchetta in basso e l'accarezzò tra le cosce.
Lui non parlava, per lui parlava la bacchetta che dall'interno delle cosce spingeva verso l'esterno. Lei capì che doveva allargare le gambe, e lo fece. La bacchetta risalì verso l'alto. La carezza della bacchetta l'aveva già eccitata, era diventata rossa. Ora si trovava sulle grandi labbra e l'accarezzava delicatamente. Lei si eccitò ancora più. Le labbra si dischiusero, si sentiva bagnata, ma lui cambiò ancora percorso. La bacchetta ritornò in alto, sulle labbra della bocca. La punta della bacchetta indugiò lì. E lei le socchiuse. La bacchetta penetrò per qualche centimetro. Delicatamente, molto delicatamente la bacchetta iniziò un vai e vieni tra le labbra di Lei. Lei ne fu soggiogata, non ebbe bisogno che le venisse ordinato niente, iniziò ad imboccarla e leccarla. Ora la punta della bacchetta era molto bagnata della sua saliva.
Lui l'estrasse. E da quando era iniziato quel gioco parlò per la prima volta. - Sbottona la camicia. – Lei lasciò ricadere la gonna e portò le dita ai bottoncini della camicetta. Si sbottonò. Il seno fu messo in esposizione. I capezzoli erano ritti, eccitati. Anche in basso Lei sentiva di essere bagnata. Lui passò la bacchetta sui capezzoli, sul seno. Delicatamente, era una carezza. Il seno si gonfiò ancora, i capezzoli divennero più puntuti. Lei ora smaniava, ma non osava agitarsi, cercava di rimanere ferma. Lui la osservava. Parlò ancora. – Ferma, non mi dare l'occasione che cerco per punirti. – E lei cercò di rimanere ferma, ondeggiò impercettibilmente sui fianchi e cercò di non tremare sulle gambe, ma sentiva che era sempre più difficile. La bacchetta abbandonò il seno, lasciandolo gonfio e palpitante. – Risolleva la gonna. – le ordinò. Lei accolse l'ordine con sollievo. Muoversi anche solo di poco l'aiutava a mantenere la posizione e sperava che ora l'accarezzasse tra le gambe. Sentiva che ne aveva bisogno. La bacchetta si diresse proprio lì. La punta indugiò sul clitoride, gonfio e bisognoso di carezze, anche ruvide. Le ebbe. Ora Lei non sapeva come comportarsi. Era difficile rimanere ferma. Lui la guardava attentamente, ironico e sogghignando. Lei smaniava, si morse le labbra per non lasciarsi andare. Lui toccò ancora una volta il bottoncino e poi lentamente, delicatamente la penetrò. Lei sobbalzò, ma i piedi, però solo i piedi rimasero fermi, tutto il resto del corpo fu percorso da un lungo brivido. Una scarica elettrica che non riuscì a domare, che la smosse tutta. Lui fece finta di non accorgersi. Ora la bacchetta guidata dal polso di lui andava avanti ed indietro. Era liscia ed intrisa di umori, si muoveva dentro di lei agevolmente, avanti ed indietro. Lei era scossa, piegata per accoglierla meglio. Si mordeva ancora le labbra per non gridare, ma voleva gridargli di andare più veloce, più forte, dentro di lei.
Ed invece lui, quando lei stava per scoppiare estrasse la bacchetta e la lasciò in piedi, ferma ed insoddisfatta. Lei rimase sconvolta, il suo pube ancora era preda di spasimi. Forse volendo poteva ancora venire semplicemente stringendo le cosce, sicuramente con qualche piccola carezza, ma lo sguardo di lui era implacabile. Lei rimase ferma con la gonna sollevata, il seno gonfio, i capezzoli ritti, le labbra vivide. – Ricomponiti. – le ordinò lui.
Lei, non voleva e se ne pentì subito, ebbe un motto di stizza, ma si sentiva defraudata e non poté impedirlo. Lui la guardò beffardo. – Ti devo punire. Lo sai? –
Lei umiliata rispose – Sì Signore. -

La Punizione
- Spogliati. –
Era già mezza nuda, eseguì, fu questione di un attimo.
Lui la osservò, ma quel corpo non aveva più nessun segreto per lui. Era piacevole.
Si levò la cravatta e le legò le mani dietro la schiena.
Poi si mise i guanti, guanti di pelle. E l'accarezzò lungo tutto il corpo, ma mai sulla fica. Sulle spalle e sulla schiena, sul seno e sui capezzoli. Li strizzò ed ottenne un gemito soffocato. Sapeva che lì in basso lei ribolliva, ma non la sfiorò neanche. Si chinò per guardare e ci alitò sopra. Fu impressionante, lei spinse il pube in avanti e la pelle si increspò in tutto il corpo, mentre le sue grandi labbra si socchiusero, erano lucide e visibilmente bagnate. Lei guaì, ma si trattenne, avesse avuto le mani libere si sarebbe toccata.
- Sei una cagna – le disse e lei arrossì.
Lui la mandò in un angolo, faccia al muro e le legò, ancora con la cravatta, le mani dietro la schiena.
Si versò un altro dito di grappa e si sedette sul divano ad osservarla.
- Starai lì mezzora. Se ti giri farai mezzora di più. Faccia al muro e gambe aperte e soprattutto silenzio. -
Lei si sorbì la punizione, ogni tanto spostava i piedi per sistemarsi meglio e per fare riposare un po' le gambe, ma nella sostanza non si mosse. Lui la osservò per tutto il tempo in silenzio, era deliziosa e commovente nel suo tentativo, riuscito, di ubbidirgli.
Allo scadere della mezzora lui le sciolse le braccia. La portò sul divano, la fece sdraiare e le massaggiò spalle e collo. Eseguì il massaggio senza nessun approccio sessuale, lei si sciolse e mugolò soddisfatta. Dieci minuti dopo la lasciò ancora una volta eccitata e frustrata. – A domani – le disse, - hai tanto ancora da imparare. –