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No, non è la gelosia
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Titolo:
No, non è la gelosia |
Autore:
Moemi |
Contatto:
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Racconto
n° 514 |
Altri
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Harry: Stasera vado a Pietrasanta. Che fai nel weekend? Sally: Non so... le solite cose. E tu? Come mai proprio a Pietrasanta? Harry: Vado a vedere una mostra di Botero. E m'incontro con Annalisa.
Stringendo istintivamente la mano a pugno, Giò si trattenne dal digitare la marea di altre parole che le si erano arrampicate sulla punta del suo dito indice (usava sempre e solo con quello) e digitò sulla tastiera un semplice: "Buon divertimento." Poi, prima di dare l'invio a quelle parole che da sole sembravano un po' fredde, aggiunse un diplomatico: "Ha l'aria di essere una cosa carina." Chiudendo la finestra dell'Icq, Giò si portò le dita alle labbra, per mordersi l'unghia del dito che aveva osato essere così prudente; quasi avesse fatto tutto da solo e lei non centrasse nulla con la decisione di scrivere determinate cose. Poi rinunciò, aveva fatto tanta fatica per farsi crescere le unghie, non valeva la pena rovinarle per un gesto di stizza. Quello che più le seccava era l'idea che Fabrizio le avesse chiesto dei suoi programmi per il weekend solo per poter inserire l'argomento "Annalisa." Insomma, la cosa sembrava fatta apposta: poteva anche dirglielo dopo averla vista, oppure inserirlo per caso nel discorso; ancor meglio poteva dirle: "Domani vedo Annalisa" e forse lei non si sarebbe sentita nel modo in cui si sentiva in quel momento. E come si sentiva Giò in quel momento? Come se stesse ingoiando un grosso rospo e questo le si fosse bloccato in gola. Cos'è, sei gelosa? - le diceva una vocina nella testa. Forse era la voce dello stesso Fabrizio, che glielo aveva chiesto più di una volta. No, non sono gelosa. - rispondeva cocciutamente Giò a quella voce. Che senso aveva? Prima potevano parlare di Annalisa senza alcun problema, potevano anche scherzarci su; si era creata una bella amicizia tra loro (cos'altro poteva essere, dal momento che vivevano a quasi mille chilometri di distanza?) e Giò ci teneva molto che non si rovinasse il rapporto, che Fabrizio si sentisse ancora libero di parlare con lei. Eppure, anche l'ultima volta che le aveva detto di aver incontrato Annalisa, Giò era stata un po' secca nelle sue risposte, quando lo aveva ritrovato in chat. Se non era gelosia, allora cos'era? Cosa le bruciava? Ragioniamo, - si disse, memore degli insegnamenti di un libro che aveva letto poco tempo prima - cos'è la gelosia? La gelosia è una perdita di fiducia in sé stessi. Quando non si ha fiducia in se stessi, si tende a pensare che tutto sia migliore e più importante di noi agli occhi della persona per cui si prova affetto. Considerata la modesta fiducia che aveva in se stessa in quel momento (per non parlare di quel periodo in generale!) poteva considerare se stessa come affetta dai primi sintomi di una gelosia che proprio non le andava giù. Fabrizio era solo un amico, punto. L'unico incontro che era avvenuto tra loro era un incontro tra amici, i baci dolcissimi che si erano scambiati erano baci tra amici e il sesso... beh, un reciproco scambio di piacere, come si fa tra amici. Niente di diverso da quello che accadeva tra lei e Alex da quasi tre anni, e che Giò aveva lasciato accadere, senza alcun rimorso, il giorno dopo l'incontro con Fabrizio. Al pensiero delle impetuose "coccole" di Alex, il volto di Giò diventò di fuoco. "Per festeggiare il tuo ritorno" le aveva detto, intrufolando le mani nei suoi jeans senza curarsi di sbottonarli, come sempre. In questo modo, Giò aveva perso bottoni a numerose paia di pantaloni, ma a quanto pare Alex si divertiva così. Gli piaceva carezzarle il sedere e cominciare a penetrarla con le dita ancor prima che Giò si sbottonasse i jeans per agevolare i suoi movimenti. L'aveva masturbata finché Giò non era più riuscita a resistere e sottrattasi alla pressione delle sue dita, gli aveva calato a sua volta i jeans sulle cosce per poi cavalcarlo con entusiasmo. E quando, dopo l'orgasmo, erano scoppiati a ridere, non era cambiato nulla: erano ancora amici. Quindi, dov'era il problema se Fabrizio avesse fatto le stesse cose con Annalisa? Non c'era assolutamente problema. Non c'era problema. No, non c'era alcun problema. Tranne per il fatto che Giò si sentisse gelosa, è chiaro. Non tanto gelosa. Appena un po'. Indossando la giacca rossa di pelle, Giò prese la borsa e uscì di casa, dirigendosi verso il centro. Se era un problema di fiducia in sé stessa, c'era un rimedio rapido e utile: una sessione di shopping selvaggio.
Un'ora dopo, Giò dondolava la busta contenente un nuovo paio di stivali, neri, tacco alto, che nel negozio avevano avuto il merito di slanciarla magnificamente, mistificando il suo metro e sessantacinque. La passione sfrenata delle donne per le scarpe era un mistero che gli psicologi avrebbero studiato a lungo; ma Giò riteneva che l'acquisto andasse accompagnato da almeno un capo di vestiario abbinato, altrimenti la magia svaniva miseramente davanti ad un armadio privo di almeno un vestito che le stesse divinamente bene quanto le scarpe. Ragion per cui non tornò subito a casa, ma si diresse invece verso il palazzo della Rinascente, decisa ad infierire nuovamente sul suo conto in banca, pur di non sentire nella testa quella fastidiosa domanda: Sei gelosa, Giò? Decise di provarsi un tubino di raso color ruggine. E 'fanculo la gelosia. Guardandosi nello specchio, decise che l'abito le stava proprio bene, nonostante l'accostamento con le parigine nere che le si fermavano sopra il ginocchio sciupassero un po' la sua eleganza. Se solo fosse riuscita a chiudere completamente la cerniera, avrebbe avuto una migliore visione d'insieme. Schiudendo appena la porta del camerino, sbirciò fuori per cercare qualcuno che l'aiutasse nell'impresa ed incrociò lo sguardo incuriosito di un ragazzo biondo che vagabondava nei pressi dei camerini di prova. "Pssss! Scusa! Verresti qui un secondo?" e gli fece segno con il dito di avvicinarsi. "Dici a me?" le chiese il ragazzo, indicandosi il petto "Sì, a te: ho bisogno di una mano... " "Vuoi che ti cerchi una commessa?" le chiese ancora guardando in giro. "No, lascia stare... fai prima ad aiutarmi che a trovarne una. Dai, vieni qui, io non posso uscire, sono scalza!" E così il ragazzo, guardandosi attorno circospetto, si infilò nel camerino con lei. "Mi alzeresti la cerniera del vestito? Io non ci arrivo." Una volta eseguito il compito, il ragazzo non uscì dal camerino; si fermò a guardarla mentre si specchiava. Giò non lo scacciò, in fondo un po' di ammirazione maschile era proprio quello che le serviva, e il tipo non sembrava avere cattivo gusto, almeno a giudicare dal modo in cui era vestito: giacca lunga di pelle su una camicia bordeaux lasciata fuori dai jeans blu scuro e stivali neri di pelle a punta squadrata. "Secondo me ti sta proprio bene. Voglio dire, se ti interessa il mio parere... " affermò lui all'improvviso. "Dici?" gli sorrise Giò, lusingata dal complimento. "Sì, con un paio di scarpe alte, non so, un paio di stivali... sarai fighissima." "Sì, lo indosserei con un paio di stivali che ho appena comprato." "Ce li hai qui con te? Perché non li indossi? Così vedi come stanno con il vestito." "Mah... con le parigine forse l'effetto sarà sprecato lo stesso." Il ragazzo le sorrise divertito, e le sfiorò il bordo delle calze con le dita. "No, che dici... sono sexy queste calze! Almeno, a me fanno un certo effetto.. ." concluse maliziosamente. Giò rispose al sorriso, esaminandolo ben bene. Proprio niente male - pensò. Lo sconosciuto che aveva attirato incautamente nel camerino era giovane, forse sui trent'anni, ed aveva un'espressione da mascalzone che la riscaldava nel suo punto più nascosto. "Hai ragione, forse è meglio che provo anche gli stivali. Ma non vorrei che qualcuno ti stesse aspettando qui fuori, chissà cosa penserebbe che stiamo facendo!" lo stuzzicò Giò. "No, sono da solo... e comunque mi stavo annoiando, adesso invece ho qualcosa da fare: ti aiuto a scegliere il vestito." Con pose da attrice consumata, Giò infilò uno stivale e poi poggiò il tacco sullo sgabello nell'angolo del camerino, e tirò su la cerniera laterale, molto lentamente. Gli occhi del biondino, che si era appoggiato alla parete a braccia incrociate, seguivano attentamente i suoi movimenti. Infilando anche l'altro stivale, Giò abbassò gli occhi sulla punta e gli chiese: "Se lo sapesse la tua ragazza, che sei qui... sarebbe gelosa?" "Dal momento che non lo saprà, perché domandarselo? E poi non stiamo facendo nulla di male... per ora." Quel "per ora" appena sussurrato, fece fremere Giò d'anticipazione. Si alzò per guardarsi allo specchio, dandogli le spalle. "Allora, come sto?" Gli chiese. Ma lui non le rispose. Poteva scorgere nello specchio il suo sguardo, voglioso come quello di un lupo. Lupastro - pensò - e tu cosa penseresti, guardandomi? Ma non le piacque questo pensiero, così chiuse gli occhi per scacciarlo e sobbalzò sentendosi sfiorare le spalle. "Ti sta benissimo. Dovresti davvero prenderlo. Aspetta, non ti muovere, ti aiuto ad abbassare la cerniera." Diligentemente, gliel'abbassò fino in fondo alla schiena, dove si fermava l'apertura. Giò non aprì gli occhi neanche quando il vestito le scivolò via dal corpo finendo sulla moquette del camerino. "Alza il piede." Le ordinò il ragazzo. "Adesso l'altro. Brava. Sarebbe un peccato se si rovinasse il vestito." Solo in quel momento Giò dischiuse le palpebre, e si vide nello specchio coperta solo dal reggiseno e le culottes nere, mentre le mani del biondino le carezzavano i fianchi. "Uhm... come ti chiami? Non mi piace fare l'amore con le persone che non conosco." le chiese, lasciandole una fila di piccoli baci bollenti sul collo e infilando le dita nelle coppe del suo reggiseno. "Giò... e tu?" rispose lei tremante d'eccitazione, inarcandosi per offrirgli la gola. "Luciano... Hai dei bellissimi seni, Giò." "Grazie. E tu sei bravo a... beh... sei bravo!" ridacchiò Giò, strofinando i glutei contro la patta rigonfia dei pantaloni di Luciano. Poi non parlarono più. Avevano fatto abbastanza conversazione. Gli unici suoni che provenivano dal camerino erano gli ansiti dei due mentre si liberavano parzialmente dei vestiti, o di quello che era rimasto per quanto riguarda Giò, intrecciando lingue e dita. Giò si mordeva le labbra per non gemere troppo forte, non voleva attirare l'attenzione degli altri clienti o di una commessa, ma la lingua di Luciano sui capezzoli le stava facendo girare la testa. Avrebbe voluto prendergli i sesso tra le labbra, per conoscere che sapore avesse, ma poi si disse che forse doveva essere meno precipitosa e si accontentò di carezzarglielo, scendendo a sfiorargli le palle. Luciano gemette, si era sentito pungere dalle unghie di Giò. Maledette unghie, non le sopportava più, le avrebbe tagliate quanto prima. Quando Luciano tirò fuori dal portafogli la bustina del preservativo, Giò ringraziò il cielo che gli uomini prudenti non esistessero solo nei romanzi rosa e lo aiutò ad infilarlo, lambendogli delicatamente l'asta del pene e la cappella gonfia. "Girati verso lo specchio." le ordinò afferrandola per i fianchi; quando si fu chinata abbastanza da permettergli di penetrarla agevolmente, si spinse dentro di lei, scivolando sugli umori che la bagnavano copiosi. "Apri gli occhi, guardati... guardati mentre godi. Guarda come sei bella, eccitata... " Sussurrandole sul collo Luciano la spinse più vicina allo specchio, finché i seni di Giò non si schiacciarono contro la sua superficie fredda, facendola fremere. Ma Giò non si voleva guardare allo specchio e serrava le palpebre. Aveva paura che tutto il lavoro fatto fino a quel momento, per ritrovare un po' di fiducia in sé stessa, sarebbe crollato una volta che avesse scorto il suo riflesso. Le ultime spinte, più forti, la portarono al culmine rapidamente, senza che fosse uscita dal suo buio. Luciano la raggiunse a breve, stringendosi al suo corpo nudo. All'improvviso sentirono bussare e una voce di donna domandò: "E' libero questo camerino?" "No! Occupato!" si schiarì la voce Giò, allarmata, mentre Luciano fermava la porta con il piede. "Merda! E adesso come usciamo da qui?" gli bisbigliò. "Vestiti ed esci prima tu: dì che c'è la tua amica che si deve rivestire. Si stancherà di aspettare e entrerà nell'altro camerino. Ed io potrò uscire." "Sei sicuro? E se ti vede?" "Chi se ne frega! Al massimo ci invidierà..." le rispose con un sorriso rassicurante. Giò si rivestì in fretta e prima di uscire rimase a guardarlo in silenzio: non sapeva che dire. "Ti stava davvero bene il vestito." le ripeté Luciano. "Ti serviva per sedurre qualcuno?" "Ma no, che dici?" arrossì Giò, distogliendo lo sguardo. "E no, voglio saperlo! Sono geloso... " bisbigliò lui, fingendo un espressione seria. Giò non resistette: scoppiò a ridere forte, spaventando la donna che aspettava fuori dal camerino. Gli stampò un bacio sonoro sulla guancia ed uscì. Luciano rimase in attesa. "Non può entrare signora, il camerino è ancora occupato." la sentì dire alla signora. "Ma è una vergogna! E che è educazione entrare in due, in tre, in un camerino? E le commesse che ci stanno a fare, che non controllano!" La signora carica di tailleur color azzurro e ciclamino sbottò innervosita, ma Giò la lasciò dire e si diresse verso la cassa. Mentre pagava il vestito, il cellulare le vibrò nella tasca della giacca. Era un messaggio di Fabrizio:"Come va, piccola?" Va che ho scoperto che non c'è nulla di male ad essere un po' gelosa - pensò lei - e che spero che tu ti diverta. Ma non rispose al messaggio. Si cacciò nuovamente il cellulare in tasca ed uscì dal negozio.
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