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Chiedimelo!
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Titolo: Chiedimelo!
Autore: Teresa
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Racconto n° 5189
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La stanza era illuminata da quei caldi e mobili chiaroscuri che solo la fiamma danzante delle candele sa creare. Luci e ombre, indispensabili le une alle altre.
Lei era di fronte a lui, ad alcuni passi di distanza.
Indossava un vestito lungo, celeste pastello. Ad ogni respiro la luce ne mutava la sfumatura. Elegantemente scollato sul seno, era stretto in vita da una cintura d'argento di fili intrecciati, gli stessi che, seppur in minor numero, creavano il girocollo e gli orecchini pendenti, donando riflessi luminosi alla linea del volto ed ai capelli lunghi, lasciati ricadere sulle spalle scoperte.
I piedi scalzi erano l'unico richiamo al suo passato. Indelebile.
Da quanto tempo non la vedeva?
La stessa semplice eleganza. Lo stesso profumo.
Molte stagioni si erano susseguite dal giorno in cui si erano lasciati, ma ora il ricordo della loro storia era tutto lì, con loro. Inaspettato. Vivo.
Il corpo di lei sembrava immutato. La stessa nobile magrezza, la stessa vita stretta, lo stesso seno, piccolo, ma riscattato nell'eccitazione da capezzoli grossi e turgidi. Ed eccoli, premere prepotentemente sotto il tessuto del vestito, che le avvolgeva aderente il petto.
Il volto, un poco accaldato da un bicchiere di vino appena bevuto, non era cambiato, forse solo mosso da un accenno di lievi e piccole rughe, sparse qui e là. Gli occhi ricolmi da quel suo dolce desiderio provocante.

Le si avvicinò e con una mano le sfiorò una guancia, poi il collo. Sentì il fremito che le attraversò il corpo. Prese con la mano una ciocca di capelli, morbidi, profumati e li stropicciò tra le dita. Lei fece un respiro più profondo, lui le soffiò nell'orecchio. Lei si sbilanciò leggermente, ed una spallina del vestito scivolò giù, scoprendo un seno.
I suoi occhi si abbassarono d'istinto, come per coprirlo e nascondere un imbarazzo nuovo, ma fu un attimo e si risollevarono lentamente verso di lui, fissandolo con un taglio di luce. Un invito, un segnale, un desiderio, un mare di ricordi.

La loro storia di amanti, nata quasi per caso, era cresciuta nel tempo tessendosi di tanti pezzi diversi, di tanti ruoli diversi.
Immersi in una sorta di alchimia che li aveva attratti a vicenda, di corpo e di testa, ognuno aveva assaporato dell'altro l'eccitazione più profonda, nell'erotica consapevolezza che tra loro tutto potesse suscitare piacere, anche a volte il provare o procurare dolore, spesso superando nuovi confini, ma sempre con l'attenzione premurosa di non arrivare mai ad un punto di non ritorno, di non piacere, di puro dolore. Alla base di tutto, quel potere che lei gli aveva concesso, quel potere che lui aveva esercitato su di lei, per mesi e mesi, in un continuo crescendo.

Inebriato dai ricordi, lui prese tra le dita quel capezzolo scoperto e cominciò a stringerlo dolcemente, mentre lei lo fissava dritto negli occhi; poi strizzò forte, come un tempo, e lei buttò la testa indietro, ansimando e piegandosi un poco sulle ginocchia. Pochi movimenti di eccitante bellezza.
Quanto tempo era passato, dall'ultima volta?
Le slacciò la cintura d'argento, che cadde a terra tintinnando, poi le spostò la spallina ancora al suo posto ed il vestito scivolò giù.
La donna che fu la sua confidente, la sua amante, la sua amica, la sua schiava, di cui conosceva ogni più intimo segreto, era lì, nuda, uguale ad un tempo, con il suo fascino e le sue imperfezioni, che mescolati la rendevano bella.
La prese per mano e l'avvicinò al tavolo. Lei si appoggiò con le natiche.
Con un dito della mano le toccò la bocca, poi scese lentamente lungo il collo, tra i seni, oltrepassò l'ombelico ed il ventre ed i radi peli del pube e giunse all'imbocco della sua vagina, in mezzo a quelle labbra, che lei sapeva trasformare in uno strumento di mutevole piacere avvolgente. Ritrasse il dito bagnato e lo leccò, lentamente, riassaporandone il gusto.

Il profumo delle candele fu come un richiamo.
Ne prese una. Lei lo guardò e, con un desiderio carico d'odio, inarcò la schiena appoggiandola al tavolo.
Non la bendò, né legò, come aveva fatto tante altre volte, trasformandole l'attesa stessa in una tortura.
Essere libera di vedere e di muoversi, lui lo sapeva, diventava per lei una sfida. Una sfida all'istinto primordiale di autodifesa. Una sfida tra la paura del dolore e il desiderio del piacere. Quel desiderio di percepire l'attimo in cui il primo si fonde nel secondo, in cui dall'uno nasce l'altro. Il cuore stesso di un ossimoro. Ogni volta nuovo e diverso.
La mano di lui si alzò perpendicolare al tavolo e la luce della candela gli illuminò il viso.

Lei rivide quegli occhi, duri e protettivi, dolci e crudeli. Sentì il suo respiro ed il suo odore, ora di maschio eccitato, eccitante.
Ebbe un fremito che la infiammò di voglia e le strizzò ogni punto della sua intimità, per poi risalire fino alle labbra della bocca, che d'istinto si morse.
Era libera di andarsene e, come sempre in passato, bastava pronunciare una parola, per interrompere il tutto. Non l'aveva mai usata. Chiuse gli occhi per pochi istanti, giusto il tempo per far riemergere la sua vera anima che a lungo aveva cercato di sopire. Quando li riaprì, vide sopra di sé il braccio di lui, con crudele premura, ancora indeciso sulla distanza da tenere tra la candela ed il suo corpo. Tutto era concentrato su quel breve spazio fisico temporale. E tremava immobile, avida dell'attesa, ma timorosa per l'istante successivo, sempre alla fine improvviso e ignoto.
Una bruciante liquida goccia di cera scese e la colpì su un capezzolo. Raffreddandosi.
Un istante di fuoco, su uno dei suoi punti più erogeni, che si sublimò in desiderio. La tensione dell'attesa, la paura del dolore fugace, l'istante meraviglioso in cui il dolore si trasforma in eccitazione. Follia? Schiavitù?
Altre gocce si susseguirono senza che lei desse un accenno vero di ribellione, ma solo lievi sussulti profondi, assetata di quelle ondate di dolore e piacere che le lacrime di cera le stavano procurando, come una terra riarsa, che si offre alla pioggia, quando inizia a scendere dopo tanto tempo.
Lui, variando solo con l'altezza del braccio l'intensità degli ossimori di cui era padrone ed artefice, beveva a grandi sorsi tutte le emozioni che il volto e il corpo e l'anima di quella donna gli stavano donando. Eccitandosi. Come un tempo.
Poi posò la candela e le passò dolcemente una mano tra le cosce riscaldate dall'umidità del suo piacere. Arrivò alla sua vagina, calda, scivolosa. Fu un attimo e quel tocco scatenò in lei un orgasmo profondo, lungo, meraviglioso. Un orgasmo che coinvolse ogni più piccola parte del suo corpo, conscia e inconscia. Ansimante, si piegò un attimo in avanti facendo forza sui reni, per dare un bacio a quell'uomo, che tanto le era mancato, ma ricadde subito all'indietro, quando lo vide abbassarsi e sentì la sua lingua morbida iniziare a leccare la sua intimità infuocata e bagnata, come un balsamo dolce e appassionato.
Si abbandonò completamente a quelle sensazioni, che le offuscavano la mente e le toglievano il respiro. Sentì la bocca di lui avvolgerla, quasi risucchiarla, sentì la saliva mescolarsi al suo piacere, finché l'eccitazione di nuovo si diffuse in tutto il suo corpo, fino a esplodere ancora senza argini, quando lui le morse le labbra e poi il clitoride, perché lì il dolore è pungente, perché in quel punto sembra siano concentrati tutti i ricettori sensoriali ed è un qualcosa di fantastico!
Era senza fiato.

Lui si chinò a baciarla. Poi l'aiutò a mettersi in piedi, l'abbracciò forte, l'accarezzò. Era sudata. I capelli le ricadevano disordinati addosso. Selvaggiamente femmina. Dolcemente femmina.

Lei posò la testa sul suo petto, immersa nel suo profumo, nel suo odore.
Cos'era tutto ciò, cos'era? Realtà, sogno?
Ma se era sogno, perché sembrava così reale? Se era realtà, perché temeva fosse un sogno? Quanto tutto le era mancato! Quanto quell'uomo le era mancato!
Una timida lacrima le scese lungo il viso.
Dicono che la felicità sia solo luce che brilla sull'altra faccia di una lacrima, dicono.
Lui la vide e con un bacio la raccolse.

Era ancora vestito. Lei gli sbottonò la camicia e armeggiò tremante con la cintura dei pantaloni, che sfilò e tenne in mano, accarezzandola. La stessa vecchia cintura di cuoio, ancora morbido, lavorata con disegni geometrici, che l'aveva fatta bruciare, più volte, di dolore e di desiderio.
Lui si tolse la camicia e i pantaloni e le prese dalla mano la cintura. Non indossava altro. Il suo membro grosso, turgido, rigido, scappellato. Fortemente eccitato.

D'istinto lei si abbassò in ginocchio e con la lingua glielo accarezzò per tutta la sua lunghezza, trattenendosi un poco, picchiettando dolcemente, sulla punta morbida, per poi prenderlo in bocca e affondarlo fino in gola. Un attimo. Perché lui tirandola per i capelli la fece alzare in piedi. Sapeva quanto era brava in quell'arte, di bocca e di mani, ma non voleva quello ora, non ancora.
I loro corpi a contatto sprigionavano l'odore forte e caldo del desiderio. Lei gli si strofinò contro vogliosa, ma lui si sfilò, quasi bruscamente, e la girò, facendole appoggiare il petto sulla superficie del tavolo. Da quella posizione il suo membro era all'altezza giusta dei suoi glutei. Glielo sfregò contro e poi in mezzo. La sentì gemere. Per un momento si lasciò andare al desiderio prorompente di penetrarla. Lei lo accolse e ne assaporò tutta la dura pienezza e le forti e voluttuose spinte, che assecondò eccitata. E un altro orgasmo stava per risalirle, quando lui uscì, coscientemente crudele.
Lei d'istinto strinse le gambe, per ricacciare indietro i preludi di un piacere negato. E voltando la testa gli lanciò uno sguardo d'odio.
Lui, con sulle labbra un duro sorriso, le accarezzò le natiche, prima con la mano sinistra, poi con la cintura, che fece scorrere lentamente, avanti e indietro.
Il suo respiro si fece selvaggio. Lei rimase in ascolto, quasi trattenendo il fiato.
E nella stanza echeggiò la prima parola della serata... chiedimelo!