I migliori Racconti di RossoScarlatto
Racconto del mese
Autore del mese
RossoScarlatto Community
Spirito di squadra
Biblioteca
Titolo: Spirito di squadra
Autore: Emma
Contatto:
Racconto n° 532
Altri racconti dello stesso Autore:
Per tutti gli anni del liceo, ho giocato a pallavolo con discreto successo nella squadretta della mia cittadina. Poi mi sono trasferita a Pavia per l'università e ho dovuto desistere. A Pavia però ho scoperto l'esistenza di una squadretta di universitarie che potrebbe fare al caso mio. Sono andata qualche volta a vederle giocare e infine mi sono decisa a chiedere se per caso mi prendessero a giocare con loro.
"Vieni martedì sera. Ci alleniamo insieme, proviamo come te la cavi e ne parliamo."
E stasera mi sono presentata in palestra e mi hanno fatto allenare con loro. Tutte ragazze simpatiche. Giocano bene, ma non più di me. Si vede che giocano per divertirsi, senza troppo pensare ai risultati. Mi accolgono con simpatia. Sì, posso unirmi a loro e allenarmi con loro. Prima o poi, quando sarò entrata nello spirito della squadra, mi faranno giocare anche qualche partita vera.

Fuori dalla palestra, tutte se ne vanno e mi ritrovo con Marcella, che si offre di fare due passi con me fino alla fermata del bus. Facciamo quattro chiacchiere in attesa che arrivi, ma quello tarda maledettamente. Pavia non è una gran città, ma farsela a piedi, da una periferia a quella opposta, non è comunque piacevole, specie alle undici di sera.
"Io - dice Marcella- abito a due passi e sono sola. Se nessuno ti aspetta, perché non vieni a dormire da me, così ce la raccontiamo su con più calma."
In effetti, non mi aspetta nessuno. Marcella mi assicura che non disturberò affatto e così mi decido ad andare da lei.
Anche il suo è un appartamentino da studentessa fuori sede, più o meno come il mio. E però molto più accogliente. C'è la sua stanza col lettone matrimoniale, ma c'è anche un'altra stanzetta con un lettino singolo dove potrò dormire io. Mi trovo subito a mio agio. Mi presta un pigiama, ci cambiamo e, prima di andare a dormire, ci fermiamo in salotto a chiacchierare.

"Allora, sei proprio decisa a giocare con noi? Mi chiede Marcella.
"Certo, perché?"
"Non dirmi che non te ne sei accorta?!"
"Accorta di cosa?"
"Ma dai, che si vede benissimo"
"Cosa si vede benissimo?"

No, non mi ero mica accorta di niente, e così Marcella deve spiegarmi tutto per filo e per segno. Quella in realtà non è una normale squadra di pallavolo, ma un covo di pervertite che, con la scusa della pallavolo, si dedicano al loro passatempo preferito: far l'amore tra di loro.

"Ma allora siete lesbiche?!"
"Non dirmi che non si vede?!"
"No che non si vede".
"Ma non hai visto quando ci siamo fatte la doccia come tutte ti guardavano?!"

Sì, forse mi guardavano, ma mica avevo pensato che mi guardassero con secondi scopi.
"E non hai visto come tante si insaponavano la schiena a vicenda?!"
Sì, avevo visto che certe ragazze si insaponavano la schiena, ma, dopo la partita, sotto la doccia, questo lo facevamo abitualmente anche nella mia vecchia squadrettina. E non eravamo mica lesbiche.
"Ma perché stasera c'eri tu, che sei nuova, e ci siamo contenute. Se no, sai che insaponamenti molto più audaci ti saresti vista!"

Marcella mi spiega che in realtà non è che siano proprio lesbiche, nel senso che un ragazzo che le tromba ce l'hanno praticamente tutte, ma che, in barba ad amici e morosi, a loro piace anche spassarsela tra di loro e che la pallavolo è proprio la scusa che serve.
Insomma, Marcella mi spiega la situazione. Se mi va di giocare con loro, sono liberissima di farlo, ma devo adeguarmi all'andazzo generale, entrare nello spirito della squadra e partecipare ai loro giochi. Altrimenti, amiche come prima, ma ciascuna per la sua strada.

"Ma io ..." - Obietto senza finire la frase.
"Lo so. - continua Marcella, senza farmi finire - Lo so. Tu sei una brava ragazza che certe cose non le ha mai fatte e non sai se ti piaceranno. Anch'io, l'anno scorso, ho pensato la stessa identica cosa e, quando me lo hanno detto, sono stata sul punto di mandare tutte a quel paese e di scappare via. Poi ho provato, mi è piaciuto e adesso sono una delle colonne della squadra.
Marcella fa una pausa, mi guarda, e poi continua sorridendo: "Tanto una colonna, che mi incaricano anche di spiegare lo spirito di squadra alle nuove arrivate."

"Quindi mi hai invitata per questo?"
"Certo. Devo spiegarti l'andazzo, istruirti e farti provare. Se funziona e vedo che sei delle nostre, passo la voce e entri in squadra".
" Ma io ...." Obietto ancora io, che mi sento cadere il mondo attorno e avrei voglia di scappare.
"Tranquilla, ragazza. Non ti ho portata qui per violentarti. Se ti va, ti spiego tutto, dormi con me nel lettone e sicuramente scopri che ti piace. Se non vuoi, prometto che non farò nulla che ti dispiaccia. Dormi nel lettino e domani mattina te ne vai come sei venuta: casta, illibata e ancora brava bambina".

"Rilassati - mi dice Marcella - che tanto non ti succede nulla di brutto. Adesso ti racconto come è successo a me."
Si avvicina a me sul divano, mi prende una mano, se la appoggia sulla coscia, me la accarezza e comincia a raccontarmi. Con tutta calma, mi racconta di un anno prima, quando anche lei era andata a chiedere se poteva giocare. Era toccata a Silvia istruirla sulla spirito di squadra, invitandola a casa sua dopo il primo allenamento, esattamente come ora toccava a lei fare. Sì, Silvia, quella coi capelli ricci, che sotto la doccia era vicino a noi e aveva le tettine a punta e niente peli. Mai e poi mai fino ad allora aveva previsto di farsi una ragazza, ma poi lei l'aveva baciata, erano finite a letto e, nel giro di una sera, la conversione si era operata e nello spirito della squadra ci era entrata alla grande.

" E tu hai mai convinto nessuna altra prima di me?"
"Ho convinto Marzia, quella più spilungona che gioca sotto rete, un paio di mesi fa."
" E come l'ha presa?"
"Bene, direi, tanto è che gioca con noi e non manca mai ad un allenamento!"
"E ti sei fatta anche le altre?"
"Tutte me le sono fatte. Dopo gli allenamenti, ci facciamo sempre tutte. Prima sotto la doccia, poi a piccoli gruppi a casa dell'una o dell'altra".
"E il tuo ragazzo?"
"Il mio ragazzo non ne sa niente. Lui è convinto che giochiamo e basta".

Non so più cosa pensare. Marcella mi tira dalla sua parte sul divano, mi fa coricare con la testa sulle sua ginocchia e si mette ad accarezzarmi i capelli.

"Sai - mi dice - sono contenta che sia toccato a me parlarti di queste cose. Sei una bella ragazza e mi piace essere io la prima a inaugurarti. Non ti ho perso d'occhio un attimo mentre ci allenavamo e ho aspettato con ansia il momento di fare la doccia per vederti nuda. Mi piaci. Se riesco a convincerti, sarai la mia conquista migliore."

E decisamente disarmante sentirla dire queste cose, così come è disarmante sentire le sue mani che mi giocano coi capelli e mi coccolano come se fossi una bambina, o forse una sorella. E non sono neanche più allarmata: adesso sono calmissima. E' un'amica che mi coccola come un'amica: che mi fa stare bene, che mi dà serenità.

"Vieni", mi dice Marcella alzandosi di scatto in piedi e tendendomi una mano per fare alzare anche me. Mi alzo. Mi trovo di fronte a lei e lascio che si avvicini e mi prenda il viso tra le mani. Le sue mani sulla mia pelle sono morbide, calde, rassicuranti.
"Chiudi gli occhi".
Mi abbraccia teneramente. Teneramente mi bacia sui capelli, poi la fronte, poi la guancia, poi il collo.
"Rilassati e non dire niente".
Mi bacia sulle labbra. Prima sfiorandomele soltanto, poi incollandosi alla mia bocca e cercandomi la lingua con la lingua.
Non ho più pensieri per la testa, solo la sensazione di caldo e di morbido della sua bocca.
Prima che le ginocchia mi cedano, stacca la bocca dalla mia bocca, mi raggiunge il collo, vicino all'orecchio, e mi sussurra un tenerissimo "Vieni".

Mi conduce per mano verso la stanza del lettone. La seguo senza dire nulla.