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Angelica
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Titolo:
Angelica |
Autore:
Passionale |
Contatto:
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Racconto
n° 550 |
Altri
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Angelica non era proprio il nome che le si addiceva, lo capii la prima volta che i nostri sguardi si incrociarono, in occasione delle presentazioni di rito il giorno in cui fui trasferito nella nuova sede dell'azienda in cui lavoravo. Era il direttore del reparto di informatica, la responsabile assoluta di ogni bit che usciva dai computer, qualunque lavoro, piccolo o grande che fosse, passava nelle mani del cliente solo dopo che lo aveva passato al setaccio ed era sicura al cento per cento delle funzionalità del prodotto da consegnare. Aveva con tutti gli impiegati, suoi collaboratori, un atteggiamento distaccato, freddo, rivolgendosi a chiunque con cortesia ma con la precisa intenzione, ogni volta, di rimarcare e ribadire chi fosse il capo e chi il subalterno. Avevo già collaborato con donne mie superiori, ma sempre lavorando in assoluta armonia e amichevole rapporto, senza mai subirne l'autorità o lo spirito di rivalsa tipico di ogni donna in carriera. Angelica era diversa, la dottoressa Martini Creola, questo era il suo nobile cognome, non doveva rifarsi di niente, non credo ci sia mai stato un uomo capace di sottometterne il carattere forte e deciso. Era proprio così... quasi algida nel suo apparire e maledettamente sicura di ogni azione che compiva. Tuttavia, fin dalla prima volta, capii che non mi sarei trovato male con lei, perché la mia sensibilità, ed il mio modo di fare, erano strumenti capaci di ammorbidire quella apparentemente fredda statua di marmo. Il fisico era magro, androgino, spalle larghe, fianchi stretti, modellati da anni di nuoto agonistico, ne esaltavano la figura, stretta nei suoi abiti aderentissimi come una seconda pelle. I capelli neri incorniciavano un viso geometrico, su cui spiccavano come stelle nelle notti d'estate, i suoi occhi verde smeraldo, la cosa più bella che possedesse, almeno quella che, più di ogni altra, amavo osservare ed apprezzare. Sul mio lavoro non ebbe mai nulla da ridire, erano anni che mi occupavo di programmazione ed il computer era il mio secondo cervello, tanto che un giorno, davanti a tutti i miei colleghi, suoi collaboratori, mi rivolse un complimento del quale, secondo me, si pentii immediatamente, non perché avesse cambiato idea ma per il fatto di aver mostrato un lato tenero della sua inflessibilità. "Devi essere davvero bravo, è la prima volta che le sento pronunciare parole di encomio... complimenti", mi disse la sua segretaria che la seguiva da anni. La cosa mi riempì di soddisfazione, un complimento fatto da lei valeva il doppio e poi, questa sua seppur fugace attenzione nei miei confronti, mi portò ad osservarla con occhi diversi. La dottoressa Martini Creola mi piaceva, mi era piaciuta da subito ma sia per ragioni di etica professionale, sia per non perdere il lavoro, mai e poi mai, fino a quel momento, mi ero permesso di far trapelare la minima attenzione personale nei suoi confronti. Un giorno mi trovavo nel suo studio, erano le nove di sera, ed il giorno dopo avremmo dovuto consegnare un lavoro ad un cliente giapponese con il quale eravamo già in ritardo. Mi chiamò con la solita freddezza invitandomi con la consueta cortesia a raggiungerla nel suo ufficio. Bussai, entrando udii a malapena il suo "Buonasera prego si accomodi". Mi sedetti davanti a lei, che era dall'altra parte dell'immensa scrivania di cristallo che aveva fatto arrivare dai magazzini Ocean di San Francisco, dove era stata in viaggio di lavoro, se ne era innamorata e, non badando a spese, raggiunse l'amministratore delegato della società per farsene vendere una. Vidi io stesso la fattura di cinquemila dollari, una follia per soddisfare un capriccio di chi non era disposta a darti un centesimo di più di quanto pattuito nel contratto di assunzione, anzi, se volevi farla imbestialire, dovevi parlarle di aumento, diventava come un toro ferito davanti al drappo rosso ondeggiante nell'arena. Per le sue cose non aveva limiti, ciò che voleva, prima o poi, lo comprava. Mi parlava ma il suo sguardo era incollato al monitor, seguiva ogni centimetro quadrato dello schermo, ogni carattere, linea colore, tutto doveva avere la sua approvazione, altrimenti si ricominciava daccapo. Il motivo del suo invito era la richiesta di chiarimento su una schermata che avevo costruito io, solo che, nel farmi le domande, non mi dava modo di vedere cosa stesse visualizzando dato che mi trovavo dalla parte posteriore dello schermo. Nel farle notare la cosa mi alzai un po' dalla sedia per poter almeno sbirciare a cosa si riferissero le sue perplessità. Nel vedermi in quella scomoda posizione mi fece cenno con la mano di passare dall'altra parte aggiungendo: "Faccia una cosa, si segga lei al mio posto e mi illustri dettagliatamente i passaggi di questo programma". Feci come mi chiese, inizia a digitare poi, portando per un attimo le dita vicino alla bocca, in atteggiamento di riflessione, sentii che i polpastrelli delle mie dita profumavano del suo Chanel ed ebbi, quasi istantaneamente, un brivido, una fremito lungo il fianco destro. Il suo profumo, il suo calore, erano rimasti sui tasti che le mie dita percorrevano mentre lei, per osservare meglio i miei passaggi, si era avvicinata a me, sentivo la stoffa ruvida della sua giacca che sfiorava il mio orecchio. Ad un certo punto, in un mio attimo di indecisione, in cui non sapevo se digitare o afferrare il mouse, pose la sua mano sulla mia proprio nell'istante in cui la seconda possibilità fu la mia scelta. Spostavo il minuscolo accessorio sul tappetino e la sua mano restò sulla mia, tanto da percepirne il calore, quel piacevole tepore che sembrava non dover appartenere alla sua algida figura. Qualche minuto più tardi, mentre pensavo ancora a quel contatto, appoggio di nuovo la mano sulla mia, questa volta per posizionare la freccetta sulla casella che permetteva l'uscita dal programma. Non so per quale motivo, non so sotto quale spinta, la mia mano si capovolse, le dita si aprirono per richiudersi imprigionando le sue che immediatamente si irrigidirono contemporaneamente ad un suo ghigno di disappunto. "Mi scusi... è stato... non so.." Rimasi allibito nel vedere il suo sorriso, era la prima volta che le sue labbra si allungavano dischiudendosi, abbassò la testa nella mia direzione, i capelli lunghi si adagiarono sul seno, era vicina, il suo Chanel ormai mi pervadeva, ne ero intriso fin nell'anima ed il sangue iniziava a scorrere veloce e sempre più bollente. Feci per alzarmi ma le sue mani sulla mie spalle mi impedirono di farlo, allora, ma solo allora, trovai il coraggio, poggiai le mani sulle sue gambe, le alzai la gonna, il silenzio totale fu interrotto dal suo gemito. Le accarezzai le cosce, i glutei, con entrambi i medi le spostai il minuscolo perizoma per entrare nella sua voglia da cui sgorgò un getto che mi bagnò le mani che ritrassi per portarle alla bocca, per passarci la lingua e poi poggiarle sulle sue labbra. Questo gesto la fece eccitare all'inverosimile, mi afferrò la testa con entrambe le mani e si avvicinò con la sua, spalancò la bocca e mi azzannò letteralmente le labbra stringendo i denti quasi a farmi male, mollò soltanto quando probabilmente ebbe voglia di sentire la mia lingua che le invase il palato girando e rigirando per poi uscire frettolosamente, per accarezzarle il collo, il viso, le orecchie, tutto quanto potesse toccare e infiammare ancor di più. Afferrai il suo corpo atletico per i fianchi, di peso la sollevai appoggiandola sul cristallo, dopo aver spostato la tastiera e lo schermo e cristalli liquidi che per poco non cadde rovinosamente a terra. La spinsi indietro, con una mano delicatamente, per farle capire di sdraiarsi, intanto le afferrai le gambe dietro le ginocchia ed infilai la testa sotto la sua minigonna, iniziando a leccarla ovunque, intorno all'esile indumento che non nascondeva nulla, se non una piccola zona della sua vulva gonfia di piacere. Spostai un po' di lato il perizoma, le allargai le labbra con le dita per far spazio alla lingua, che vi scivolò dentro quasi risucchiata dalla sua voglia, il naso sui peli, intrisi del suo umore, mentre la pelle attorno bruciava dalla pressione del sangue ormai alla stelle. Restai ancora in quella posizione, insistendo con sempre maggior foga, fino a quando il suo urlo di piacere ruppe il silenzio fin oltre, sicuramente, l'ultima delle stanze ormai deserte per l'orario decisamente fuori limite. Il suo orgasmo mi entrò dentro come una spada, sentivo la mia voglia esplodere, mi alzai, le sue mani, nella tenue luce della stanza, cercavano la fibbia della mia cinta, che aprì in un attimo con un gesto deciso quanto veloce, per poi passare alla zip, che velocemente abbassò per far uscire chi ormai era vicino allo scoppio. Afferrai con forza le sue caviglie, l'odore del suo sesso ormai copriva lo Chanel che tuttavia percepii quando, nel momento in cui la penetrai, abbassai la mia testa vicino ala sua per baciarla. Un orgasmo violento, lungo, accompagnato dal suo, un altro, che di poco seguì quello appena avuto, sentivo lo sperma uscire come un fiume in piena inarrestabile mentre a fatica riuscivo a restare nel suo corpo che si dibatteva senza sosta. Stavo finalmente rilassandomi quando le sue mani mi spinsero indietro, quasi a volersi difendere, per togliermi da quella posizione. "Per favore!!!", gridò quando vide che opponevo resistenza, allora mi tolsi, mi richiusi i pantaloni mentre lei scese con salto dalla scrivania, si fermò, immobile, con uno sguardo fulminante si impossessò dei miei occhi, poi, vedendo lo sperma sul cristallo, fuoriuscito in quel frenetico ritrarsi, con un dito ne raccolse un po', e, riprendendo lo sguardo duro di poco prima, si infilò il dito in bocca, e uscì, veloce dalla stanza con una mano tra le cosce per non far uscire quanto le era rimasto dentro, dirigendosi nervosamente nel lussuoso bagno da cui si accedeva direttamente dal suo ufficio. Appena rimasi solo mi sedetti sulla sua poltrona immobile, quasi incredulo per quanto accaduto, fissavo il soffitto, le luci, quel cristallo d'oltre oceano su cui avevamo goduto... io e lei, il direttore freddo e distaccato che vidi solo quella volta sorridere. Ero quasi assopito nel silenzio quando mi scosse la violenza con cui si chiuse dietro la porta del bagno, e prima che l'eco del rumore si smorzasse del tutto, la sua voce risuonò imperativa nella stanza: "Ottimo lavoro Franco... può andare.... grazie". "Ma." "Ho detto che può andare, buona serata" Mi incamminai verso la porta camminando all'indietro per non voltarle le spalle, quasi mi stessi congedando da una regina, che, senza tradire emozioni, ne tanto meno sorridere, definitivamente mi liberò con un "Buonasera" che risuonò come un comando dato ad un plotone di reclute. Erano ormai le undici, stava piovendo quando raggiunsi la mia macchina, l'ultima rimasta nel parcheggio in quel venerdì di novembre, freddo e umido, spazzato dal vento che sbatteva la pioggia contro il vetro della sua finestra, ancora illuminata, dietro la quale scorsi le sue spalle larghe, i fianchi stretti, il fisico androgino che l'acqua aveva costruito, e che, per poco, si era sciolto con il mio.
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