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Stella di Natale
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Titolo: Stella di Natale
Autore: Justine
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Racconto n° 570
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Di quel giorno ricordo che pioveva.
Pioggia frammista a neve disciolta che si snodava viscida e fredda in rigagnoli neri, trascinando immondizia di vita nei tombini a lato della strada, mentre il paesaggio spento, illuminato da smorta luce invernale, faceva sfondo alla quotidiana rappresentazione di comparse senza volto che si alternavano con passo frettoloso ignorandomi quasi fossi trasparente.
Espirando vapori di ferite nascoste, cercavo di non pensare al freddo che pativo, mentre curvo sotto il vento gelido, mi dirigevo verso la cassetta postale più vicina.
Natale. Quando la gente dovrebbe essere più buona. Quando ognuno di noi dovrebbe sentirsi in sintonia con il mondo intero, pronto ad aprire il proprio cuore alla magia ed ai miracoli.
Neppure uno dei natali che avevo passato in vita mia era stato degno di nota, eccezion fatta per il senso di tristezza e malinconia che era solita pervadermi nel momento in cui, solo davanti al piatto fumante, mi accingevo a consumare quello che sarebbe dovuto essere il mio pranzo di festa.
Nessuno con me a condividerlo, nessuno con cui scambiare auguri, nessun albero argentato a decorare il mio monolocale in perenne disordine; solo ombre di ricordi cupi che annebbiavano la mente con l'angoscia di dolori passati che contraevano lo stomaco fino a far passare l'appetito, mentre rigettando convulsamente nel lavandino, mi ostinavo a fissare il riflesso di ciò che era rimasto del mio volto fra pieghe rossastre di carne bruciata.
Nessuna donna al mio fianco, né allora, né mai.
Pensavo. Credevo. Ero convinto.
Ma qualcuno quel giorno mi urtò e tutte le cartoline che tenevo in mano mi caddero a terra.
Fu mentre cercavo di raccoglierle che mi accorsi della sua presenza.

A volte le cose accadono in modo veramente strano.
Si può passare la vita a desiderare un evento e questo non si verificherà mai.
Poi quando magari hai perso tutte le speranze, quando lacrime e sangue hanno scavato solchi di amarezza nel tuo cuore a brandelli, in quell'istante può esaudirsi qualsiasi cosa, come una stella di natale impazzita che per autocombustione si accende all'improvviso illuminando la notte più cupa.

Era molto infreddolita, questo era palese. Avvolta nel soprabito corto che scopriva generose porzioni di merce in vendita, innaturalmente pallida, le gote accese dal gelo, mi fissava con occhi buoni.
Nessuno dall'incidente mi aveva più fissato così. Forse neppure prima.
Sembrava che quella donna, seppur totalmente sconosciuta, avesse la capacità di scorgere oltre l'involucro deforme che conteneva il mio animo.
Non aveva paura, nessun timore nel suo sguardo né nella sua espressione. Nessun segno di ribrezzo.
Per un istante mi sentii come se al posto mio ci fosse un'altra persona. Mi voltai addirittura per accertarmi che in realtà non stesse guardando qualcun altro oltre le mie spalle.
Ma non c'era nessuno.
Quando voltandomi scorsi nuovamente il suo sorriso dolce, non potei fare a meno di ricambiare, anche se sapevo che al massimo sarebbe sembrata una smorfia. Lei non distolse lo sguardo.
Si chiamava Jessica.
Anche senza domandare sapevo che non era il suo nome vero.
Quello giaceva dimenticato negli anfratti della mente fra ricordi accatastati in mille pieghe dolorose, mentre nella speranza di sopravvivere a se stessa e di ritrovare un equilibrio, patteggiava la pena quotidiana della sua natura anomala con la creazione di un'identità nuova, diversa.
Capivo anche senza sapere. Non mi importava.
Le chiesi se aveva un posto dove andare, presagendo le scuse imbarazzate che stavano per arrivare.
Migliaia di volte le avevo ascoltate distrattamente, mentre i miei occhi leggevano verità differenti nelle iridi delle mie interlocutrici occasionali. Ma lei non inventò bugie di circostanza.
Sorridendo triste mi domandò invece se potevo portarla a casa mia. E io lo feci.
Senza fare domande.

Mai prima di allora mi ero reso conto di quanto fosse piccolo ed insignificante il mio appartamento. Mucchi di indumenti sparsi e stoviglie accatastate ci accolsero con l'inconfondibile odore di chiuso, muffa stantia, fredda e viscida come le ferite che entrambi cercavamo di dissimulare vivendo.
Spogliandosi del soprabito cercò di catturare il mio sguardo incantato e perso nell'ammirazione del suo corpo.
"Hai qualcosa da bere?" domandò sedendosi in bilico sul mucchio di pantaloni che avevo abbandonato sulla poltrona. Nonostante il caos sembrava a proprio agio.
"Solo latte" risposi sconsolato. Non ero abituato a visite. Era già tanto, se c'era quello.
Attesi il rifiuto, paziente. Ma mi stupì.
"Va bene, scaldalo."
Avvicinandosi mi abbracciò sfiorandomi un lobo con le labbra.
Mi voltai in cerca del suo sguardo.
"Non ti faccio paura?" domandai.
Sorrise. "Perché, tu hai paura di me?"
Avrei voluto risponderle. Dirle tante cose. Spiegarle che mai mi era capitato di stare così vicino ad una donna da quando avevo avuto l'incidente. Raccontarle di scherzi infami e prese in giro ignobili come le persone che me li avevano fatti. Parlarle di sentimenti masticati e sputati da puttane che mi schernivano dagli angoli delle strade quando trovavo il coraggio di chiedere il prezzo del loro amore fasullo e negato, di quanto desiderio frammisto ad odio turbinava nel mio animo, mentre in solitudine, sognavo qualcuno che potesse intravedere, valicando il confine delle apparenze e delle convenzioni, l'amore e la passione che bruciavano in me. Ma non ne ebbi il tempo. Prima che potessi rispondere mi baciò, togliendomi la voglia di pensare.
Con risoluta dolcezza la sospinsi verso il tavolo ingombro di suppellettili in caduta libera, mentre le sue cosce vellutate si allacciarono dietro la mia schiena offrendomi un contatto frusciante con il punto più caldo del suo corpo.
Afferrandomi il viso seguì con la punta della lingua il contorno delle mie labbra, mentre mani impazienti e senza identità cominciarono a strappare le inutili barriere di tessuto che dividevano i nostri corpi. Scivolando con la lingua sul mio torace disegnò ghirigori umidi sui miei capezzoli induriti mentre fra mille brividi incontrollabili le sue unghie laccate ed appuntite mi solleticarono collo e schiena.
"Dammelo in bocca" sussurrò con voce rauca. Guidando il mio glande fra le sue labbra gonfie e violacee di rossetto sbavato, assaporai lentamente la sua lingua calda sul mio frenulo teso al limite, mentre la sua mano insalivata massaggiava il mio scroto in punti mai esplorati prima.
Inghiottendo il mio sesso in erezione cominciò a muoversi frenetica, mentre la lingua indomita continuava a sferzarmi con rapidi colpi.
Fermandola un istante, cambiai posizione. Volevo guardarla. Chinandomi fra le sue cosce inspirai l'aroma del suo sesso arrossato mentre la mia lingua perlustrò la sua piccola erezione che cominciai a succhiare. L'orgasmo la scosse in ondate improvvise mentre gemendo con la bocca piena cominciò ad inghiottire i fiotti del mio piacere contemporaneo al suo. Sollevandomi le assaporai un seno mentre la sua mano discese in cerca del mio desiderio insaziato da guidare all'interno del suo corpo.
Penetrandola mugolai di piacere e dolore, smarrito nell'assoluta consapevolezza del mio peccato carnale, mentre i fiotti degli inarrestabili orgasmi che stava vivendo e gridando, mi inondavano il petto ed il volto incitandomi a proseguire oltre ogni limite da me conosciuto.

L'indomani quando riaprii gli occhi, vidi che era andata via senza svegliarmi.
Sul comodino, in ricordo della sua presenza, restava solo un piccolo biglietto spiegazzato, accanto al denaro che non aveva voluto prendere.
"Chiamami" lessi, aprendolo. Il suo numero di cellulare era stato scritto con la matita per gli occhi in una grafia tondeggiante e sbavata.
Sospirando mi accesi una sigaretta, assaporando nell'odore del fumo mattutino, il delicato aroma che la sua pelle vellutata aveva lasciato in retrogusto sulla mia lingua, perdendomi senza tempo nell'osservazione delle volute che salivano libere ed immemori verso il soffitto.
Invidiando la loro leggerezza, cominciai a dannarmi per la mia vigliaccheria, per tutti i sensi di colpa che si stavano risvegliando, per il suo sorriso che non riuscivo e non volevo dover dimenticare.
Pensai a lungo, senza meta, senza senso, alla mia unica stella di Natale.
All'unica che avevo avuto.
Riguardai il biglietto.
Poi presi l'accendino e lo bruciai nel posacenere.