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Il sapore dell'Innocenza
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Titolo: Il sapore dell'Innocenza
Autore: Lux
Contatto:
Racconto n° 574
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Era da tanto che desiderava quell'occasione, e sapeva che quella era la mattinata giusta, lo sentiva, l'odorava nell'aria quel sapore, tutto nei loro sguardi vibrava all'unisono, e il suo sapore era lì, lo stava aspettando, perché era il sapore dell'innocenza.
È in verità molto difficile da spiegare a chi non avesse mai provato la sensazione del momento perfetto, quell'attimo in cui tu e lei vi incontrate, solo magari per un singolo istante, e senza toccarvi, è solo una sensazione di volti e di sguardi, ma da ciò sapete che non potete fare a meno l'uno dell'altra, che siete due cose sole che non aspettano altro che la rivelazione finale, quando finalmente l'intrigo si scioglierà e potrete realmente amarvi, come avete sempre sognato quando la sera posate la testa sul cuscino e, volontariamente, vi abbandonate ai vostri desideri più intimi.
Sì, è molto difficile dirlo a parole a chi non ha mai amato in vita sua, ma chi ha amato, chi ha, anche solo per un giorno, solo per un unico singolo momento come questo, provato la sensazione di essere una cosa sola con l'altro, di volerlo più di se stesso, di non poterne fare a meno come l'aria che si respira, di dare a lui o a lei, per un singolo sguardo, tutta la propria vita, allora saprà quando tra due persone è il momento di essere uniti, per sempre o per una notte non importa, perché alla fine la scelta si è compiuta, e non c'è più verso di usare quella razionalità che fa dell'uomo un essere temporale, racchiuso nelle sue paure, abituato alle false certezze.
Forse per dare un esempio, si potrebbe paragonare questo istante, in cui si chiama l'altro a sé, all'innamoramento, quando questo sboccia alla prima occhiata, quello che banalmente chiamano "colpo di fulmine".
Forse è qualcosa di simile, ma forse no, perché l'innamoramento è sempre per sempre, poi certo finisce, come tutto, ma questo desiderare l'altro a tutti costi, questo lasciarsi andare su un mare in tempesta per non fare più ritorno a casa, no, non è per sempre, ma resta un istante, e poi è troppo forte, troppo intenso nell'anima da poter rientrare nelle abitudini di un rapporto, per quanto dolce e duraturo.
Forse ha origini primitive, quando gli uomini non conoscevano ancora le religioni, le ideologie, le tradizioni, le appartenenze, ma vivevano per quello che erano, semplici animali ma dotati di un fuoco dentro che si chiamava libero arbitrio, il quale permetteva loro di seguire la propria indiscussa volontà primordiale.
E così l'uomo andava vicino a una donna, la accarezzava, e la domandava per sé, oggi si chiamerebbe maschilismo, invece era solo ed esclusivamente un atto di volontà, una passione che non può essere catalogata con nessuna delle attuali etichettature, e questo stesso evento, terminata quella prima autentica età, divenne poi impensabile, quando nacquero poi i clan, le famiglie, i villaggi, le città, le nazioni, e tutto era secondo un sistema di innumerevoli leggi, morali e scritte.
Federico invece voleva Elisabetta perché ne sentiva la voglia, il sapore più intimo che può emanare una donna, quello che le viene dalle viscere del suo corpo, che si espande nell'aria fino a toccare le profondità estreme del cervello dell'altro e che si percepisce come un legame indissolubile, un'attrazione che va oltre l'amore, ma è più carnale, fatta di solo cuore che pare esplodere per il dolore e al tempo stesso per la felicità di essere un'unica cosa.
Per spiegarla forse solo le parole di Coelho possono di sfuggita qualcosa: "Possiamo tentare di seguire dei manuali, di controllare il cuore, di avere una strategia di comportamento. Ma sono tutte cose insignificanti. Decide il cuore. E quando decide è ciò che conta"¹.
Era questo scritto che adesso gli tornava in mente, Federico aveva trovato la sua Elisabetta, e per tutti i doni del cielo non l'avrebbe persa.
Per questi motivi ora si guardavano occhi negli occhi, in quella che era la loro stanza dei giochi di un tempo, ed ora era diventata il luogo del loro primo incontro.
C'era un letto grande, dato che adesso fungeva anche da stanza degli ospiti, e per amarsi non avrebbero avuto bisogno di nient'altro.
Chiusero quelle spesse tende bordeaux, per cui la luce si attenuò di molto, soffocando con quell'invadente luminosità anche la loro naturale vergogna, e cominciarono a spogliarsi.
Fu in verità lui a cominciare a togliere a poco a poco i vestiti di quella che in quel momento era diventato la sua donna, voleva dimostrare di avere coraggio, e lei lasciò fare, amandolo ancora di più per quell'azzardo così romanico.
Aveva indosso una semplice veste arancione, uno dei suoi colori preferiti, molto leggera ma anche di una sensualità tremenda, che metteva in risalto ogni particolare delle sua forme di una diciottenne ma dalle tipiche doti mediterranee, ora in tutta la loro fierezza.
Gliela tolse dalle spalle fino giù a scendere sulle caviglie, poi la appoggiò su una sedia.
Non portava reggiseno, per cui poteva ora vedere quei due bellissimi e soffici seni protendersi vogliosi verso di lui, come se domandassero di essere spremuti come per una mucca da latte, ma lui passò subito alle mutandine, ormai non ce la faceva più ad aspettare, prima accarezzò l'esterno, poi infilò le punta delle dita, forse indelicatamente, nel suo tenero buchetto, ma esternamente, come per rendersi conto di quanto fosse carnale e interiore quello che per entrambi era il primo assoluto rapporto.
Infine gliele sfilò, vedendola completamente nuda davanti a lui.
Dato che quello non era un gioco, non si fece fare altrettanto, anche perché lei non pensava assolutamente di toccarlo per prima, così si tolse il maglione di lana, i pantaloni e le mutande, in tutta calma, come per controllare soprattutto a lui stesso i battiti del suo cuore.
Ora il suo membro era una spada di fuoco rivolta verso la sua principessa, che lo guardava, bruciante in ogni parte dello stesso desiderio.
Non si dissero niente perché niente avevano da dirsi, lui la distese su quel loro primo giaciglio d'amore e la penetrò con tutta la passione che sentiva dentro, ma non violentemente, bensì lo stesso molto piano, come una lancia che si deve tirare verso il più fedele amico, quello con cui si è diviso tutto fin dalla nascita, non lo si vorrebbe mai fare, ma il destino aveva sentenziato altrimenti.
Ecco, questo era lo stato d'animo che lui aveva il quel momento, spesso, leggendo e vedendo scene simili, aveva pensato che si sarebbe stati presi da una furia di desiderio sessuale, ma quello non era un film o un racconto, era la sua prima realtà, con la donna per cui avrebbe dato la vita se solo gli avrebbe fatto un cenno di offrigliela.
Uscì molto sangue, e lei pianse molto, ma lui andò avanti fino alla fine, scopandola lentamente come erano stati tutti i suoi movimenti, un colpo un respiro, un battito di cuore, e le uniche parole che gli riuscì di dire furono: "Non preoccuparti, non sentirai troppo dolore", "abbiamo quasi finito, resisti ancora un poco", "guardami negli occhi amore, sto provando io la stessa cosa".
La prima volta, la prima volta, chi pensa che sia una cosa frivola e insignificante dovrebbe sapere cosa prova chi la fa perché è giunto il momento, allora, per Federico ed Elisabetta, il dolore fu più quello nella mente che nel corpo, perché avevano insieme rotto la loro innocenza, il cui sapore, il sapore dell'innocenza, si era, per la prima e ultima volta, diffuso nell'aria di quella stanza.
Sì, perché Federico ed Elisabetta erano fratello e sorella.

¹ Periodo citato da "Sulla sponda del fiume Piedra mi sono seduta e ho pianto", di Paulo Coelho, edizione Mondolibri, pag. 8.