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Conosci il paese dove verdeggiano i limoni?
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Titolo:
Conosci il paese dove verdeggiano i limoni? |
Autore:
Giubonv |
Contatto:
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Racconto
n° 577 |
Altri
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Alla figuretta bionda anch'essa affacciata al balcone, aveva rivolto un affettuoso gesto di saluto. Al quale ella aveva risposto sorridendo con grazioso volto di adolescente. Diciott'anni, forse nemmeno pensò, quel corpo acerbo scurito dal sole, un prezioso contrasto tra capelli e pelle chè indossando gli short soltanto quella rilevanza diveniva assai evidente. Poi come il sole che si tuffava all'orizzonte, lui prese a tuffarsi in pensieri grami, la tristezza attanagliava il petto che per rifiutarla serviva un aiuto. Ma quale esso fosse non lo sapeva, tante erano le prove che lo avevano sempre umiliato, quando la voce che gli giunse a dire: "Escusè moi monsiur... vous etè triste?" "Oui fillette... un peu seulement! "Votre nome monsieur.... je m'appelle Corinne!" "Cet homme est Giulio... ma petit francaise!" era la sua, e lui rispose con quel po' che della lingua conosceva. Rise gioiosa e gli mandò un bacio con le dita, rispose allo stesso modo che ne fu contenta, poi si ritrasse mentre lui, con l'anima da lei beneficata, esplorò il lago in quell'ora di tramonto dove la quiete dominava l'acqua un poco crespa per via dei surfisti di Turingia. Comparve lontano l'ultimo battello e via via che questo si ingrandiva, scorgeva i vacanzieri e ne udiva il vociare, di tedeschi appunto, chè conosceva Goethe nel suo languore per il Garda: "Koennst du das land vo die zitronnen gruen...." Si arrestò al molo non lontano inviando l'onda a schiumare sotto: tra i legni della palafitta gorgheggiò per molto placandosi alla fine nel riposo di rigore. Che fosse maliardo il lago a quell'ora, lo provava il suo incanto a guardarne le cose, e sebbene nell'angoscia si concedeva al privilegio ad altri negato per loro stessa diserzione. Ma sebbene balsamo alla malinconia lo stesso scaturiva il pianto liberatorio, certo e pertanto benedetto. Questo ogni giorno, avanti le consuetudini serali: che erano il pranzare con la musica del pianoforte, il caffè di dopo nelle poltrone di velluto, il rituale pettegolio insensato quanto noioso. Era stato il caso e anche la fortuna l'amore con Manù di poche sere avanti. Al bar le aveva rivolto parole gentili: "Non è per lei il lavare cose!", ammirandola negli occhi... mio Dio che incanto, alle quali con garbato sorriso ella aveva risposto con lo scritto: "Alle ventitre nella mia stanza quattrocento". E dopo che Valeria aveva annunciato il suo andare al riposo e lui aveva replicato che avrebbe girovagato ancora un poco, bussò a quella porta con l'anima in subbuglio. Gli aprì una Manù che si era trasformata: con addosso poche cose di buon gusto e i capelli che le inondavano la schiena. "Ciao!" lo salutò, "non so il tuo nome." Glielo disse e si sedettero al balcone, poi: "Quanto intendi restare?" Allora capì, ma era tardi per tutto, per rattristarsi chè non era il prescelto, per dire no non lo sapeva, per comportarsi da sciocco risentito. Dopotutto gli offriva amore e che dovesse pagarlo non era cosa così sgradita chè lo soccorse Proust: "Il n'y a pas de si beau amour come cet amour mercenaire!" in un suo dire per la dolce bocca di Swan. Perciò le chiese di salirgli in braccio intenerito dall'impulso di passione: "Quanti anni hai piccolo fiore?| Accocolata li bisbigliò ed erano pochi, meno di quelli da lui pensati. Manù si denudò guardandolo negli occhi, fece una piroetta affinchè ne ammirasse il corpo, si avvicinò con grazia a baciargli le labbra: "Ti spoglio, lo vuoi?" Lui disse si e lei lo condusse sul letto dove iniziò a farlo con innaturale malizia. Nudi si baciarono con tenera passione, Manù con dolcezza e grazia gli concedeva la gioia di sentirsi privilegiato così che il suo ricambiare i baci e le carezze si coronava con "il ti amo fiore" che, appena appena sussurrato, finiva per uscirgli dall'anima più che dalla bocca. Poi Manù giocò a lungo col suo sesso, strofinandolo sui seni duri, inondandolo di tiepida saliva e sfiorandolo con labbra morbide avanti di inghiottirlo per intero. Lui fece lo stesso con il suo, succhiando l'umore delle labbra vermiglie e il mugolare caldo che eccitava lo spingeva a cose sempre più ardite: che alla fine furono il prenderla di retro e svuotare il seme sulla sua schiena bianca. D'istinto si girò, chè avvertì di essere guardato. E la vide nuda abbracciata ad un ragazzo, lei lo salutò di nuovo col gesto della mano soffiando il bacio come aveva fatto prima. Rispose con angoscia e anzichè ignorarli continuò a guardare senza ritegno. Lo calamitava quella vista chè lo spiarli gli parve fosse accorato desiderio della fanciulla, anche dopo i baci quando presero a toccarsi e lei si inginocchiò per un tempo infinito. Poi il giovane si ritirò, Corinne rimase. Lo fissò con occhi velati del singhiozzo che arrivò composto con parole da dire e quando infatti le uscirono dal petto fu sospiro lieve: "Je t'ame Giulio, je t'ame toujours!" Così infatti gli parve o fantasticò che fosse. Nella fantasia stordita allora considerò che la nostra sofferenza appartiene al nostro dolore e che il dolore odierno è nella felicità di ieri, ma che ciò valesse nell'adolescenza non ne era affatto certo. Quanti anni erano trascorsi dal suo amore adolescente quando vide il mare e quieto e burrascoso, e la sirena lo portò per mano a conoscere il tenero corpo posato nudo come fiore? Non lo ricorda e non lo sa come invece ora sa, con ferrea certezza, che ogni atto di quel tempo è la prima volta di un accadere: irrepetibile ed immobile come quel lago ora.
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