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Metamorfosi
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Titolo:
Metamorfosi |
Autore:
Elisa |
Contatto:
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Racconto
n° 590 |
Altri
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Già da due mesi mi ero separata dal mio ragazzo quando incontrai un mio vecchio amico, molto caro, durante la partecipazione ad un congresso a Roma. Si venne a sedere improvvisamente al mio tavolo, mentre facevo la colazione del mattino, anche lui era nella capitale per motivi di lavoro ed alloggiava in quello stesso albergo. Ci facemmo molte feste e ci demmo appuntamento per la sera, per cenare insieme. Così, a cena, mi comunicò che anche la sua relazione sentimentale era naufragata da non molto tempo. Entrambi ci confessammo tristezza ed un grande bisogno di tenerezza. Finimmo la serata nello stesso letto, in camera mia, in cerca di quelle tenerezze che ci eravamo reciprocamente confessati. La situazione progredì con estremo languore, tra carezze dolci e baci sfiorati a fior di labbra. Lui mi accarezzò con delicatezza i seni e poi l'inguine. Mi baciò il ventre e scese a sfiorami con le labbra il sesso. Mi succhiò con delicatezza il clitoride mandandomi in estasi. Io lo coprii di baci sul petto, gli passai la lingua sull'ombellico e poi scesi a leccare con delicatezza il bordo del glande. Ci coricammo su di un fianco, lui dietro di me che mi baciava la schiena, con un braccio mi cingeva all'altezza dei seni e mi carezzava i capezzoli, con l'altro mi massaggiava dolcemente il sesso. Io tenevo il suo membro rigido e pulsante nel solco delle natiche, assorbendone il calore. Il desiderio si faceva sempre più pressante e sopraggiunse in me un desiderio impaziente di voler essere penetrata da dietro per poter sentire il suo sesso immergersi nel mio e poi, entrambi, con trasporto e dolcezza, godere. Invece, senza preavviso, lui si presentò alle porte di Sodoma e le infranse con improvvisa brutalità, strappandomi un lamento soffocato. Gli ochhi mi si riempirono di lacrime e strinsi tra i denti il bordo del cuscino, per fare fronte al dolore. Mi costrinse a posizionarmi prona sul letto, con le mani aveva afferrato saldamente le mie anche. Per molti minuti mi sodomizzò in maniera spietata, producendosi in brutali affondi con frequenza sempre crescente. Le ultime spinte furono accompagnate da grugniti animaleschi. Non era più l'amico dolce e delicato, ma una belva scatenata che infieriva sulla preda. L'ultimo ululato fu agghiacciante, poi si fermò abbandonando il petto affannato contro la mia schiena. Mi sentivo umiliata, mi aspettavo una spiegazione o una scusa, ma lui non parlò. La mia sensibilità femminile mi fece intuire che si vergognava per quel suo comportamento violento che si era trattato di un raptus dettato dall'inconscio che aveva fatto scattare un sentimento di rivalsa, .punitivo verso il sesso femminile. Lo capii dal suo respiro sulla mia schiena, che non voleva ferire me ed ora era costernato. Non parlava ma mi comunicava tutto questo con un linguaggio silenzioso, fatto di brividi e leggeri tremori. Trasmessi attraverso la pelle a contatto con la mia schiena. Fece per sfilarsi ma lo trattenni in me. La rigidità del membro si era allentata ed il dolore era scomparso. Alcune lacrime mi caddero sulla schiena. Stava piangendo. Gli presi le mani e me le riportai sul seno, accarezzandole. Lui raccolse il segnale di perdono e mi baciò sulla schiena. Percepii la ripresa dell'erezione e quando fece per uscire lo trattenni di nuovo. Lo invitai a non sentirsi in colpa muovendomi lentamente con il bacino e trasmettendogli alcune piccole contrazioni volontarie. Gli presi una delle mani e la portai tra le mie cosce. Ora era di nuovo completamente rigido, teso e rovente dentro di me ma non provavo più dolore perché ora non c'era violenza, anzi, ciò che provavo era un'eccitazione crescente. Poi fui sommersa da un orgasmo irresistibile che scatenò anche quello del mio amico, ma tutto avvenne con delicatezza e con una dolcezza infinita.
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