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Berenice
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Titolo:
Berenice |
Autore:
Axette |
Contatto:
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Racconto
n° 594 |
Altri
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Ho risposto all'annuncio un po' cosi'. Non č che io ami questo genere di impicci, ma č troppa la curiositą e la voglia di sentirmi vivere da un'altra prospettiva.
Non mi sono mai incasellata in una categoria, come non mi sentirei di incasellare qualcuno che ne so, nella categoria degli spettatori di film, o dei soffiatori di naso. Tantomeno mi sento di ridurre a una categoria lei e quelle come lei. "Accetto tutte le proposte, anche le piu' fantasiose, fatevi avanti se la pensate come me. Berenice".
All'appuntamento vado truccata poco, ho la sensazione che il trucco con loro non funzioni, mica sono uomini che li puoi turlupinare con niente, lei conosce bene il mestiere e mi sgamerebbe subito.
Mi trovo davanti a un palazzo a vetri della periferia. Mi vedo sommariamente riflessa, semplice, spartana, scarpe basse da studentessa, senza orecchini e con solo un accenno di rimmel sugli occhi. La gente mi passa accanto puntandomi addosso certi occhi stupiti che immagino si noti il mio falso look, forse do' l'idea di qualcosa di provvisorio che non mi appartiene, non so, come vedere una suora in minigonna, o un militare coi capelli da punk. Credo che il fondotinta sulla pelle lasci una traccia indelebile anche quando non viene usato se portato abitualmente. Mi guardo nel palazzo a specchi e mi vedo questo viso strano. Sembro un fungo lavato in varechina.
Tra l'ondeggiare confuso della folla, che da lontano sembra un'enorme danza disarmonica, distinguo una sagoma svelta vestita di rosso. Ora la vedo: capelli corti neri, occhiali, porta un impermeabile rosso leggero, č magra, ha un viso carino dai lineamenti affilati. Mi sorride subito. Gią gli estranei mi guardano meravigliati, figuriamoci lei che sa. - Berenice - pronuncia a voce alta, sicura, con un timbro acuto, un po' fuori ruolo Balbetto il mio vero nome storpiandolo. Lei non capisce ma non insiste. Continua a sorridere spavalda e un po' ironica. Io non mi smuovo dalla mia postazione. La guardo incantata. Pelle olivastra ma diafana, nasino affilato un po' lungo ma regolare, labbra nč carnose nč sottili che scoprono dei piccoli denti distanziati e bianchissimi. E' veramente adorabile questa Berenice. Ventisette ventotto al massimo. - Andiamo? - fa esortativa, come se gią avesse un'idea in testa per conto suo. Io ho la macchina parcheggiata lontana. La devo ospitare subito nell'intimitą? E poi dopo sguardi profondi, carezzine e complici strette? Boh? cosa prescrive il galateo in questi casi specifici? Lei manco a dirlo mi prende per mano e mi trascina. - Dove hai la macchina? - e punta subito in direzione. La sua mano č calda e asciutta. - Parti. So dove andare- E veloce e risoluta mi indica un complicato dedalo di strade e stradine che non saprei mai da che parte riprendere. E poi soffocata dall'emozione non collego la spina della razionalitą al cervello. Funziona solo l'area subcorticale adesso.
Dopo quasi venti minuti ci troviamo a percorrere la rampa di una stradina in salita. Dura un po' ma alla fine ci ritroviamo in un bellissimo spiazzo circondato da pini. Siamo in alto e sotto di noi si stende la cittą misteriosa, piena di Berenici nascoste e di donne curiose e incostanti come me, che dopo una serie di amori deludenti si ritrovano a rispondere a certi richiami.
- Dai non scendere dalla macchina. Il panorama lo conosciamo.- Ha una voce improvvisamente stanca e monotona.
Non faccio in tempo a guardarmi intorno che vedo sullo spiazzo una grande raggiera di macchine che appostate nel buio incipiente ogni tanto ci indirizzano dei lampi intermittenti.
- Sono i soliti che poi vogliono lo scambio. Lasciali perdere.- La guardo in viso. Ha come un velo di malinconia che le scende sugli occhi. E' strana ora. Evita di fissarmi direttamente. Mi sbottona la camicia ma solo di un bottone e mi poggia sul collo la sua mano calda e asciutta. Io mi trattengo, ma non posso fare a meno di vibrare leggermente a quel contatto. - Sei sensibile...- - E tu? - mi meraviglio di quella domanda. Non era nei programmi. Io volevo solo capire cosa avessero in mente quelle come lei. Constatare che fossero preda degli stessi nostri pensieri. Mai avrei ipotizzato un minimo contatto fisico.
Sempre senza guardarmi, ad occhi bassi, si sfila l'impermeabile dalla testa senza nemmeno sbottonarlo. Ha una maglia nera leggera, un po' trasparente. Non porta nulla sotto e non ne ha bisogno. Si intravedono dei seni di media grandezza incredibilmente turgidi e sollevati, mai visti in una donna che abbia passato l'adolescenza. Si alza la maglia fino al collo. Ha una pelle bruna, compatta, i capezzoli scuri, l'areola tesa, un po' gonfia e lucida, la parte centrale rilevata piu' scura. Un seno magnifico, intatto, perfetto, conico, starebbe pari pari in una coppa di champagne senza che ne avanzi nemmeno un po' - Ti piaccio? - Non so proprio cosa dire. Certo che mi piace. Ma come mi piacerebbe una modella su un giornale, un quadro di Degas o una grassona di Botero... nulla di strano. Capita anche al mare di vedere donne magnifiche seminude, e con cio'? - Dai....- e riprende a carezzarmi il collo. Nell'atto distinguo perfettamente i suoi capezzoli rapprendersi, fino a diventare rigidi e allungati. Adesso sono lucidi e quasi neri, talmente turgidi che puntano simmetrici verso l'alto. Cosi' appoggiati sullo splendore intatto e olivastro della pelle sembrano due serpentelli neonati pronti a guizzare via. Non resisto. Un effetto che mi mozza il fiato. Il cuore mi batte che sembra volermi uscire dal petto. Sento il viso diventare paonazzo. Mi devo controllare un po'. - Chi sono? Saffo, Tamara De Lempiski, Lou Salomč? Non mi capisco piu'. Qualcosa di me che sguscia via dalla mia coscienza senza presentarsi. Ho una smania terribile addosso. E' il mio corpo una centralina pulsante di eccitazione. Mi butto in avanti e abbranco quel seno elastico e succhio succhio e tra labbra e lingua sento la sua femminilitą dilatarsi e allungarsi in una consistenza sempre piu' dura ma gommosa che sa di miele, muschio, resina o tutto questo insieme... roteo la lingua intorno a quella deliziosa sporgenza viva, sempre piu' nera e sempre piu' umida, la mordo leggermente e finalmente sento Berenice gemere un poco, a bassa voce, sommessamente, come se solo allora si ricordasse di essere ancora attaccata a quel corpo. Chiudo gli occhi, fino a sentire uno spasmo dolente nel basso ventre e allora la frugo giu' e affondo le mie dita in un pertugio che si allarga cedevole caldo di umori liberando i miei nello stesso istante. Le mie dita si inoltrano ancora, spasmodiche, sprofondando in un nulla paradisiaco. Ci buttiamo affrante sui sedili con la testa vuota. I pensieri faranno presto a tornare.
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