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Titolo: Scritto
Autore: Mylady
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Racconto n° 642
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Le pagine scorrevano sotto le sue dita nervose.
Elena sentiva tremare le mani, mentre sfogliava, rileggeva e cesellava il suo manoscritto. Voleva terminare il suo racconto, ma le righe si offuscavano, il brano balzava fuori dalle pagine come se si confondesse con la realtà, e la imprigionava in un fluttuare magmatico di sensazioni. La testa pesante e ovattata, la schiena tremante, una punta alla bocca dello stomaco rispondeva all'altezza dell'ombelico e scendeva lenta fino al ventre, dentro, formicolava gentile. Forse la stanchezza. Pigramente si ridistese sulla poltrona a leggere, un bicchiere di latte posato sul tavolino accanto.

"Le sue mani vagabondavano sul corpo di lui ormai quasi completamente nudo, in una carezza interminabile che voleva durasse all'infinito, in un'attesa continua, in un piacere che era quasi sofferenza, era nel vuoto ricerca, era nell'assenza riempimento."

Gli occhi percorrevano voracemente le pagine, soffermandosi a curare ogni riga, dedicando particolare attenzione ai paragrafi più descrittivi.
Le mani ponevano velocemente rimedio alle parole imprecise che nello scorrere del racconto non si confacevano all'atmosfera voluttuosa emanata dal libro, non ne erano immediata evocazione, e restavano lì, estranee, impacciate, ad offendere l'orecchio goffamente stonate, cristallizzate pesantemente sul foglio come macchie d'inchiostro su una bella copia.

"Mordeva alla gola, vampiro in cerca di nutrimento.
La baciava insaziabile, la cercava, la mangiava, la ingoiava, dolorosamente bramoso di linfa, di succo, di sangue caldo le succhiava il seno rosato non bambino, ma demone affamato in cerca di vita palpitante. Poi elfo spiritoso, la stuzzicava dispettoso nei punti più sensibili, mordicchiandole le natiche e lasciando intendere che un nuovo eccitante gioco di lì a poco avrebbe avuto inizio, un gioco birichino, da bambini cattivi. Poi angelo, che dolce la cullava dopo l'amore, pago la teneva, paga, tra le braccia, e le parlava con voce di velluto, e la lisciava, come una gatta, con dita leggere."

Le frasi prendevano forma e chiara sembianza. Quelle parole nella mente di Elena erano esperienza, trasfigurazione dell'aspetto che il suo uomo prendeva volta a volta nella sua immaginazione, erano espressione del loro desiderio che li spingeva l'uno nelle braccia dell'altra durante i loro incontri, era rubarlo al volgo, donarne al tempo la giovinezza e il viso così magicamente magnetico, era trasformarlo per gioco in ogni spiritello custode di vita che la sua conoscenza le permettesse di trovare; era raccontargli di sé, di lui, era cercare parole nuove per tratteggiarne la complessa bellezza sotto ogni aspetto, era scriverlo in un racconto, era farlo arte, restituirlo alla sua dimensione.
-Non venire questa sera, devo lavorare da sola-.
Aveva bisogno di concentrazione, stava iniziando a distrarsi. Si alzò un momento per recuperare l'attenzione, si infilò il pigiama per lavorare più comodamente e tornò all'opera, sprofondata nella sua cuccetta bianca. Era gradevole il contatto della seta liscia sulla sua pelle, soprattutto quella sera, in cui la sentiva così stranamente sensibile e ricettiva. riprese la matita tra le mani, girandola e rigirandola nervosamente mentre riprendeva a scrivere tra scarabocchi e cancellature.

"Il Cavaliere dormiva, il corpo elegante mollemente disteso sulle lenzuola odorose del loro incontro, damascate dai loro umori confluiti insieme nel culmine dell'abbraccio, scomposte dai movimenti ondeggianti e dai brividi convulsi, stropicciate da dita avvinghiate a cuscini e a carni, serrate dalla violenza degli orgasmi.
Il letto disfatto lo accoglieva abbandonato nel rifugio del sonno, vegliato discretamente dallo sguardo ammirato di un volto che giaceva al suo fianco. La donna distese una mano e la posò delicatamente sulla coscia di lui, dura e lanuginosa, e scivolò a solleticargli la natica rotonda, piano, per non svegliarlo.
Si svegliò invece, destato dalla sazietà del riposo e dal tocco di lei. La spinse a distendersi e avventurò la sua mano calda e grande sotto il pigiama alla ricerca del seno che iniziò sapientemente a stuzzicare, con l'altra la liberò del resto dei vestiti. Con delicatezza la voltò, inondandole la schiena di una pioggia di baci e morsi che lei riceveva immobile, ebbra, quasi timorosa che arrivasse un minimo brivido a disturbare quel piacere così seducente cui era completamente arresa. Incalzante l'uomo continuò il proprio viaggio giù fino alle natiche, che assaggiava goloso, e spingendosi ancora più in basso tra le gambe a cibarsi del liquido succulento che egli stesso aveva richiamato all'esterno, un astro ad attrarre una marea.
Scivolò dentro di lei improvvisamente, in un'unica spinta, facendola trasalire di sorpresa e godimento. La guardava ondeggiare preda dei suoi colpi, la sentiva ancorarsi ai suoi lombi, graffiare, stringere rapita dal piacere, ne ascoltava i sospiri, ne era talmente eccitato che si sentì vicinissimo all'orgasmo."

Elena si sentiva fremere... un'ondata di calore le pervadeva il ventre mentre scorreva quelle pagine, e scendeva materializzandosi sulle mutandine. Tutto si confondeva, tutto era così reale, la descrizione del suo Cavaliere impossibile da relegare sulla carta, prendeva vita e respiro aleggiando nella stanza. Lo sentiva prepotentemente, tormentarla con carezze languide, possederla in un andirivieni spasmodico; ogni frase era un sussulto del proprio sesso e un fiotto di miele caldo tra le gambe convulsamente strette. Si ritrovò insieme a lui ancora attraverso le righe di un racconto, e con un desiderio così intenso da non lasciarle più respiro. Strinse i fogli bruscamente, le dita serrate prive di controllo in un corpo completamente immerso nella propria fame bruciante, e interamente teso a soddisfarla. La mano lasciò la matita per violare la pudicizia dei pantaloni e delle mutandine, a cercare sollievo da una voglia che sapeva non l'avrebbe lasciata in pace.
Iniziò ad accarezzarsi piano. Le dita scivolavano lentamente addentrandosi in un prato rugiadoso, era piacevole sentire con quanta facilità volassero lungo il fiume delle sue labbra, a cercare due mete, separate da un sentiero zuccherino. Solleticarne una era lasciare attendere l'altra, lasciarla fremere, pregare per un po' di attenzione. Elena sapeva controllare il proprio piacere, portava la mano sul clitoride e la lasciava indugiare, quasi distratta, soltanto dopo lasciandola andare ad un movimento sapiente, guidato dalle richieste imperiose del proprio desiderio che non le concedeva posa: c'era una sorgente di ambrosia i cui continui sussulti invitavano le sue dita a curiosarvi. Come era allettante trattenersi all'ingresso, come era agevole spingersi dentro: sembrava volerla risucchiare.
Si lasciò completamente andare ad una carezza intima e segreta, schiava degli ordini dettati da una bocca silenziosa ma soltanto di parole, le gambe ormai abbandonate, la mano sinistra, ancora chiusa, a vagabondare sul ventre, sul pube, sui piccoli capezzoli rosati. Iniziò a stuzzicarsi distrattamente l'areola di un seno, concentrata completamente sui brividi del proprio sesso, il cui frutto le colava copioso lungo le dita, caldo e viscido. Come avrebbe saputo raccoglierlo il Cavaliere, con quale sete da calmare, con quale sapienza della lingua morbida. Come lo voleva, perché non era lì, accanto a lei, ad agire demiurgo di un corpo ormai di argilla! Il desiderio era insopportabile. L'assenza le serrava la gola. Cosa fosse essere toccata dalle sue mani, cosa fosse ricevere i suoi baci, i sospiri, il peso del suo corpo completamente addosso, immerso dentro di lei, le carni i respiri fusi insieme, non poteva essere catturato da una descrizione. Era un'emozione ineffabile.
Masturbarsi pensando a lui, guardandolo concretizzarsi nella sua mente, sul suo corpo, era soltanto amplificare all'infinito il desiderio che la lacerava. E in nome di quel desiderio aumentare le carezze e la lascivia in cui era ingabbiata.
Glielo avrebbe raccontato, una volta, mentre facevano l'amore. Gli avrebbe raccontato come lo scritto si approfondiva.
Con gli occhi spalancati, il corpo disgregato tra piacere fisico e una fame interna impossibile da saziare, guardò sorpresa lo specchio di fronte rimandare per intero la propria immagine discinta. Pensò al suo uomo, a cosa vedeva mentre la guardava godere. Il viso rapito. Le guance arrossate. I capelli sciolti. Il corpo abbandonato. Le labbra socchiuse. Ne disegnò il contorno con il dito umido, poi lo portò alla bocca, bramosa di carpire tutte le sensazioni di lui, il sapore che sentiva quando la baciava intimamente e che si mescolava con la sua saliva, l'odore che restava sulle sue mani fino al mattino. Assaporò il proprio cibo più segreto, guardandosi mentre la sua lingua giocava con il dito, guizzando fra le labbra e i denti puliti. Era eccitante.
Tornò ad accarezzarsi, spinta da un bisogno ormai impellente. Sfiorarsi delicatamente non era più possibile: ora il palmo premeva, il dito spingeva prepotentemente a simulare una ben più potente possessione, tutta la mano strofinava pazzamente il sesso scivoloso, odoroso di desiderio. Non aveva chiuso gli occhi. Continuava a fissarsi, vedendosi come attraverso una coltre che la teneva separata dalla realtà. Scorgeva le tracce della mano formare piccoli noduli attraverso la seta bianca, indovinava il movimento confusa tra vista, come se guardasse un'altra donna, e tatto, che riconduceva l'immagine al proprio io, in un'altalena che la portava alla follia.
Si sollevò la maglietta, a liberare i seni e la loro piccola macchia più scura al centro, palpabile e svettante, talmente sensibile da sentire persino lo sfioramento dell'aria; si abbassò i pantaloni e le mutandine, a invadere ingorda anche con gli occhi un mondo che palpitava castamente nascosto. Una bocca rosso fuoco, di una carne diversa, viva, fu disgelata, celata e scoperta a tratti dal movimento della mano lucida di umori, che appariva e scompariva in carezze impazzite. La coltre scura del pube spezzava il lucore della pelle chiara e della seta bianca ormai a terra. Tutto il corpo sprofondato in un'Ade di ovatta, la cui atmosfera calda e fitta contribuiva intera a tormentarla, la costringeva ad arrendersi ad un movimento più rapido e nervoso, la obbligava a cedere al proprio orgasmo, che la chiamava da lontano. -Dove sei.-.
Un sospiro, due, la gola non riusciva più a contenere la voce, che modulava in gemiti sommessi chiamando il suo nome.
Annegata. Nuda. Perduta in un peccato che era la grazia più dolce.
Non sentì il rumore della maniglia.
-Chiudi il libro-.
Finalmente.