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Titolo: Il gioco
Autore: Mylord
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Racconto n° 645
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Il pullman era pieno di gente. La corsa precedente aveva persino lasciato a piedi qualcuno. Che lui ricordasse, non era mai successa una cosa simile.
Mylord e la sua Mylady erano arrivati 10 minuti prima avevano preso gli unici due posti affiancati liberi: quelli una fila dietro il conducente. Sistemarono le borse negli scomparti sopra di loro e si sedettero uno accanto all'altra, lui vicino al finestrino e lei verso il centro. Chiacchierarono un po' della bellissima giornata appena trascorsa a Roma, visitando i più bei monumenti ed alcuni negozi.
I piedi dolevano ad entrambi, così Mylady appoggiò la gamba sinistra su quella di lui, che prese a massaggiarle i muscoli per lenirle un po' il dolore.
Il sole stava calando lentamente e la chiara luce che aveva illuminato la loro giornata si preparava a far posto gentilmente ad un crepuscolo che rendeva i vetri del pullman di un caldo colore rossastro.
Il conducente arrivò trafelato; era in ritardo! Partì quasi subito, tra le malcelate risate dei viaggiatori. Il viaggio sarebbe durato quasi due ore. Dovevano tornare a L'Aquila e lì avrebbero trovato la macchina di lui vicino al terminal.
I sedili del pullman erano di un grigio scuro, percorso da cuciture con colori più accesi. Non eccessivamente scomodi. Mylady indossava una camicetta marrone chiaro, leggera, ed un pantalone di un colore molto simile piuttosto aderente, che rendeva giustizia del suo bel corpo.
Splendido seno, non troppo piccolo, non eccessivamente grande, con l'incavo che formava una zona più scura ed invisibile che nascondeva la sua pelle viva. Le gambe erano affusolate e non molto lunghe. Decisamente perfette. Anche il sedere era ben fatto: le natiche tendevano il tessuto, scolpendo la loro forma attraverso la stoffa leggera dei pantaloni. Si intravedeva persino il bordo delle culottes. Oh, lui adorava quell'indumento!
Il pullman proseguiva il suo viaggio e l'autista accese le tenui luci interne, visto che del giorno passato ormai era rimasta una malinconica fiamma lontana all'orizzonte e qualche nuvola dal colore incantato.
Molti passeggeri si erano appisolati, cullati anche dal passaggio del pullman sulle giunzioni autostradali, ammorbiditi dolcemente, che restituivano all'interno una ninna nanna altalenante.
Anche la sua Mylady si era appisolata e il capo ondeggiava lievemente in risposta ai minimi spostamenti del sedile. Lui la guardava. Era bellissima. Lei non ne era convinta, glielo aveva detto molte volte ma... sì, era innegabilmente bellissima.
Il suo viso era ora per la maggior parte nascosto al buio. Lui riusciva ad indovinarne i contorni. Allungò timidamente una mano per carezzarle il mento. Al tocco della sua mano la sentì calda; emanava una sorta di energia invisibile. Riusciva a sentirla.
Appena Mylord sfiorò il volto di Mylady, lei sorrise debolmente e socchiuse gli occhi, scoprendo per un attimo le sue iridi del colore del legno pregiato. I lunghi capelli erano un po' spettinati e un ciuffo ribelle le cadeva sulla fronte; Mylord soffiò delicatamente per spostarli. Lei trattenne il respiro e poi aspirò profondamente. Lo aveva "fiutato".
Avvicinò impercettibilmente il suo nasino alla bocca di lui e aspettò. Mylord soffiò di nuovo; questa volta più a lungo. Lei strinse debolmente gli occhi e lo respirò estasiata.
Mylady allungò lentamente una mano ad afferrare la nuca di lui per attrarlo a sé. Lui la lasciò fare. Le bocche erano vicinissime e lui sentiva la fragranza di lei attraversò l'aria.
Le poggiò il palmo della mano su una spalla e lei aprì gli occhi. "Sei buono", disse "e il tuo non è un profumo. E' un incantesimo.", replicò Mylord.
Lei scoprì i suoi bianchi denti in un sorriso sornione e lo attrasse a sé ancora di più, fino a fargli posare le labbra sul suo collo bianco e sottile. Lui assaggiò con le labbra la pelle di lei, calda e pulsante. Poi, in un gioco antico, fece capolino la punta della lingua, a toccare a lungo, una e una sola volta, il collo di lei.
Lei trasalì e inarcò la schiena, facendosi sfuggire un debolissimo "Ohhh" di sorpresa. Lui spostò la sua mano curiosa sulla spalla di Mylady fino a trovare la spallina del suo reggiseno. Lei intese subito che il gioco stava iniziando e non si oppose.
La spallina cadde di qualche centimetro soltanto ma traspose immediatamente il gioco su un terreno diverso, in una diversa dimensione. Ora entrambi si resero conto che erano in un luogo pubblico e anche se il buio era loro complice, non avrebbero potuto abbandonarsi completamente.
Si guardarono a lungo e senza dover dire niente si intesero. Un tacito accordo. "Fai piano." disse Mylord alla sua Mylady.
"Fai piano tu, scemo, che ogni volta sembri un antifurto!". Risero insieme a bassa voce.
Lui allungò una mano sotto la camicetta di lei fino a risalire al reggiseno. Infilò la mano sotto il ferretto ed avvertì immediatamente la sua pelle. Era una delle parti che più lo eccitavano del corpo di Mylady: la porzione convessa del seno, lì dove forma quel delizioso angolo dove lui infilava spesso un dito a farle il solletico. Lì le piaceva tanto.
"Bello." si lasciò sfuggire lei, poi, colpevole, lo guardò imbronciarsi. "Ricordati dove siamo, Mylady!" le sussurrò in un orecchio, con un filo di voce, mentre lei cercava di dominare il desiderio montante in lei. Le dita di lui si mossero sapienti a circondare il capezzolo che dominava sempre più eretto su quel manto di pelle scura. Lei abbassò gli occhi a seguire i movimenti della mano di Mylord, sotto la camicetta. La fece stare quasi male quella visione.
"Così mi fai morire, tesoro." ansimò pianissimo, perché solo lui la sentisse. Con l'altra mano lui cominciò ad armeggiare con il bottone dei pantaloni di lei che, accortasene, lo aiutò nell'impresa, impaziente.
Mentre lui liberava l'asola, lei si abbassava veloce la cerniera. Aperto quel nuovo scenario, lui attese un attimo e la guardò. Poi come in un sogno offuscato, si lanciò in carezze sempre più ardite in quell'oscuro recesso, improvvisamente consapevole del suo sesso che si espandeva nei suoi pantaloni come ad annaspare, alla ricerca di nuova aria.
La sua tumescenza si fece imbarazzante e lui si mosse per avvicinarsi di più alla sua donna. Lei capì che in lui era in atto un'autentica guerra, tra il suo desiderio e quello di lei. Lei decise di unirli.
Liberò la sua asta turgida dai pantaloni e dai boxer e lo prese stretto nella mano destra, mentre lui faceva cedere le ultime difese di lei sotto sapientissime carezze proibite. Lei soffocava a stento i suoi gemiti, gli occhi vitrei e increduli e le labbra aperte a pronunciare una "A" muta, mentre lui premeva la sua bocca contro il collo e la guancia rossa di lei.
Il movimento delle due mani era armonico e dolce, regolato da un raffinato quanto semplice meccanismo di autoapprendimento. Più lei veniva stimolata, più aumentava la frequenza della propria carezza; più lui veniva pungolato, più sprofondava in lei. L'uno era immerso totalmente nel viscoso nettare dell'altra, distillato puro di piacere voluttuoso e carnale.
Si piacevano immensamente. Si rispettavano sempre, ma si spingevano ogni volta in viaggi lontani, per terre calde e voragini immense.
Mylady, come distante millenne, osservò rapita il fallo di lui. Unicorno alato. Vorace e sprezzante. La stava sondando a profondità sconosciute. Fletteva le dita dentro di lei e Mylady sentiva dentro di sé ogni strada percorsa, ogni recesso esplorato, ogni difesa vinta. Implorava mentalmente di straziarla sempre di più. Malediceva tutta quella gente nascosta nell'ombra attorno a loro. Lo voleva dentro di sé, non resisteva più.
Lui non riusciva quasi più a respirare, come se temesse che un lungo grido di godimento virile potesse approfittare dell'insperata occasione per fuggire quella prigione di fuoco. Sentiva la mano di lei che cercava anche il suo caldo sacco, che stringeva delicatamente le sue tenere olive. Guizzavano sotto il suo magico tocco fatato. Lui, allo stesso istante, pizzicava il perineo di quella donna meravigliosa e ne violava il sacro anfratto, piccolissimo. Erano in rapimento estatico. Nessuno dei due voleva terminare quell'idillio dei sensi.
Improvvisamente, Mylady vide l'ombra della propria mano che masturbava Mylord. Era suo! Era suo tutto! Non c'era limite, né orizzonte. Nessun confine, né restrizione. Erano uniti e questo importava. Niente di più.
L'ultimo cardine della sottile porta che separava Mylady dall'uragano cedette sotto quel pensiero, con la mano insistente e impudica di lui che si faceva sempre più selvaggia. Mylady abbassò il mento e aspirò tutta l'aria che poteva. Un orgasmo di intensità sbalorditiva la riempì tutta. Strinse le gambe ad imprigionarlo, mentre entrambi simulavano i colpi finali di quell'amplesso fantasma, mentre con Mylord riceveva in bocca i dolci gemiti che dovevano restare segreti; ma oramai era anche lui al limite e le forti contrazioni dell'ano di lei e delle sue pareti vaginali indussero un riflesso eiaculatorio prorompente.
Si accostò all'orecchio di lei e con voce ectoplasmica pronunciò solo una parola: "Vengo.".
Chiuse gli occhi, mentre lei con movimento fulmineo si chinò sul suo sesso in esplosione e ne mangiò il nascituro. Latte bianco bruciante le invase violentemente la bocca, le scottò la lingua e il palato. Fiotti abbondanti la costrinsero ad ingoiare più e più volte. Non si perse nemmeno una singola goccia.
Mentre lui continuava a riversarle in bocca il suo più intimo piacere, lei asciugava e puliva periodicamente il glande. Come sgorgava una nuova nuvola bianca, veniva spazzata via dal vento di Mylady.
Dopo un tempo interminabile, Mylord si riebbe da quell'orgasmo disumano e riaprì gli occhi, ansimando. La guardò scostarsi con gentilissima lentezza dal suo pene ormai addormentato e, baciarlo, con tenerezza commovente. Poi Mylady, si raddrizzò, si avvicinò all'orecchio di lui e bisbigliò divertita: "Era tantissimo.".
Mylord sorrise quasi imbarazzato e rispose: "Avrei voluto anch'io cibarmi di te." e lei di rimando "Rimani a cena da me, stasera? Ti preparò qualcosa di speciale."