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Io e sua sorella
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Titolo:
Io e sua sorella |
Autore:
Menta |
Contatto:
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Racconto
n° 648 |
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Lontano dalla mia valle fra i monti, lontano dal mio uomo, smarrita e libera in una notte di Milano. La città correva intorno a me e le redini erano ormai sciolte: la guardai e ne ammirai la bellezza mentre guidava. Si era fatta bella per me e la cosa mi lusingava molto: non mi concederò mai a lei per più di una notte, non mi voterò mai ad un amore saffico a vita, eppure ogni volta che ci vediamo si fa bella lo stesso. I nostri incontri sono in fondo solo attimi rubati al mio montanaro convinto che io sia da mia sorella per aiutarla con le figlie... E dopo una bella serata fra locali e risate, invidiate e ammirate da tanti, come altre volte (mai abbastanza) i nostri corpi - così diversi e così affascinanti - si incrociarono e si amarono per una notte intera nel letto di casa sua... poi tornava tutto come prima, perché io non posso e forse non voglio amarla; poi tornava tutto come prima e lei per non soffrire scappava al lavoro mentre io ancora dormivo, stremata da una notte di delizie... poi tornava tutto come prima ed io, lasciate le chiavi di casa nella solita pianta, mi avviavo a prendere il trenino verso i monti, verso un mondo sempre più angusto... poi tornava tutto come prima, ma non quella volta. Salutandomi la mia amica mi aveva segnalato che c'era in casa sua sorella: "Ha dormito di là sta rompi! ogni tanto si ricorda di fare l'università e viene a dormire qui". Al mio sguardo preoccupato e pieno di vergogna, mi aveva rassicurata: "Sa che a me piacciono le belle donne, a lei... i ragazzi brutti, io non interferisco con lei, lei con me, non ti creerà problemi". Rasserenata ero tornata a dormire, ad accumulare calduccio e quel simpatico gonfiore del mattino, che non so perché sul mio viso non fa un brutto effetto. Mi alzai ad un'ora imprecisata, ma fuori ormai la nebbia aveva lasciato il posto al sole: vagai verso la cucina alla ricerca disperata e sonnolenta di un caffè. Sonnolenta, ma non cieca: entrata in cucina incrociai una florida fanciulla e subito mi ricordai di non essere sola in casa: carnagione scura e occhi azzurri da cerbiatta, con un seno florido che solo una donna che non ha ancora compiuto i 23 anni può avere; il tutino aderente e sgambato che utilizzava come pigiama liberava due gambe slanciate. Deglutii a fatica, pronunciando un ciao sommesso e un po' imbarazzato, m'aspettavo un trattamento sprezzante, come solo noi donne sappiamo essere a quell'età con chi non è omologato secondo i nostri parametri. Invece mi sorrise complice e mi lasciò senza parole, facendo i complimenti alla sorella per la scelta; esitai un attimo e poi mi presentai: sorrisi anch'io, perché non volevo fare la figura della ragazza imbarazzata con una pivellina; eppure non riuscivo a negarlo a me stessa, mi aveva colpito molto... Il fischio della caffettiera mi sembrò una liberazione, pensai fra me: "Bevo la mia tazzina come 'sveglia' e scappo dagli imbarazzi"; invece, al momento di apparecchiare con le tazzina ancora vuote sulla tavola, mi servii mettendosi alle mie spalle: mi sfiorò il braccio pelle contro pelle e poi, con un movimento apparentemente involontario, mi passò il dorso della mano sul seno coperto dalla lunga camicia che indossavo come pigiama. Un brivido mi corse sulla schiena e nello stesso tempo sentii l'odore delle sue ascelle, non scostante ma intenso: in quel momento però non mi dava fastidio, anzi... Dovevo resistere, in fondo ero appena uscita da una notte d'amore con la mia amica del cuore... me lo ripetevo di continuo: ma più me lo ripetevo, più mi eccitavo. Sembrava conoscere i miei punti deboli, parlava a pochi centimetri di distanza della mia bocca, sì che il suo respiro, il suo alito caldo alla vainiglia lasciasse intendere ad un olfatto accorto come il mio l'eccitazione montante. Volevo resistere, perché ho un mio codice di condotta, per i più incomprensibile - dal momento che tradivo il mio uomo con una donna -, ma pur sempre rigoroso nel cercare di non ferire chi non lo meritasse. Ma quella sua tutina non nascondeva più i piccoli ma durissimi capezzoli, né sotto era sufficiente a coprire tutti i lembi di carne vicini alla sgambatura. Potevo resistere, perché a trent'anni ero abituata ad essere corteggiata, da uomini e da donne, cui avevo saputo dire tante volte di no. Eppure in quei momenti me la prefiguravo nuda, bella come la sorella, ma più giovane e acerba: e quel sogno sembrava materializzarsi ogni volta che il suo respiro avvolgeva il mio collo e le sue mani cercavano un contatto con le mie. Me ne andai in sala a guardare la TV, sperando che finito il momento di pathos, ognuna tornasse in sé... invece si sedette accanto a me, fingendo di commentare la replica di un noioso telefilm che fingevo di guardare... finsi di estraniarmi, ma all'improvviso mi voltai verso di lei e la baciai, consentendole nel frattempo di toccarmi solo il seno dal disopra del pigiama: "Non coinvolgendo i nostri sessi - pensai - il nostro contatto resta pudico e non faccio male ad alcuno". Era un compromesso, ne ero consapevole, ma dovevo concedere qualcosa a quella parte di me più spregiudicata... Baciavo lei e sentivo lo stesso sapore della bocca della sorella: la cosa mi stupiva e mi eccitava insieme, semmai ve ne fosse stato ancora il bisogno. Mi piaceva molto il suo modo di baciare e combinato col tatto del suo seno sostenuto, ornato dai capezzoli come da due gemme delle quali immaginavo il colore, ma non più la consistenza, sotto la sua tutina attillata e striata. Mi alzai all'improvviso, vinta dai sensi di colpa e le dissi che volevo riposare: era ormai pomeriggio e avevo dormito pochissimo quella notte. Cambiai l'ennesima stanza, gettandomi nel letto ancora in disordine: mi addormentai combattuta fra il desiderio di averla accanto a me e la speranza di non fare sciocchezze. Non so quanto dormii, ma fui svegliata dalle sue parole nel mio orecchio, alternate a piccoli baci sul collo: adesso il suo alito era caldissimo e la sua voce era rotta dall'eccitazione. Mi sussurrò una proposta, l'ennesimo compromesso: mi chiese di farla venire con la mano, che ormai ne aveva diritto, poi sarebbe finita lì. Percepivo che l'eccitava l'idea di farsi 'servire' da una donna più grande e, ancor di più, il farlo in sfregio alla sorella: questo sarebbe bastato a farmi irrigidire in passato, eppure lì acconsentii subito, compiaciuta dalla sua insistenza. Quando la mia mano giunse fra le sue gambe, dopo aver sfiorato il ventre piatto, sentii un oceano avvolgermi le dita; appena un attimo dopo alle mie narici giunse il suo odore intimo: lo riconobbi subito, era uguale a quello della sorella e ansimai ad alta voce dal compiacimento. Lei interpretò ciò come un mio segnale di resa e prima che io potessi oppormi era nuda su di me, dando le spalle al mio sguardo che cercava di carpire nel buio la bellezza della sua schiena; vidi poco: sentii solo che la carne umida del suo sesso era sulla mia bocca e cominciai a leccarlo quasi istintivamente. Cercando di non interrompere quel delicato lavoro, portai le braccia alla vita ed alzai la lunga maglietta che mi faceva da pigiama: mugugnai per quanto mi fosse possibile un "prego" e non dovetti ripetermi, perché inarcandosi su se stessa fece giungere la sua faccia sui miei peli pubici e cominciò a leccare ovunque. A quel punto la stanza era un trionfo di odori meravigliosi - come solo nei momenti di eccitazione sanno essere certi odori - e ogni cosa che assaggiavo di lei mi ricordava la sorella: era folle, ma la cosa mi fece perdere ogni freno, era come se lo stessi facendo con la sorella... ma questa era più spregiudicata e grintosa, capace di essere dominatrice nel pretendere che la leccassi da capo a piedi e, un attimo dopo, sottomessa nell'accettare che le mie dita le esplorassero il culetto sodo fin nel profondo (laddove la sorella non mi aveva mai consentito di giungere). Interrompevamo esauste, ma poi non resistevamo alla tentazione di ricominciare subito, di conoscerci intimamente in qualche aspetto fino a quel momento trascurato: in quel vortice di piacere i nostri capezzoli, sempre duri, erano il segno visibile che i nostri corpi si volevano ancora. Persino le pause per bere o per fumare la sigaretta erano l'occasione per l'una di approfittare della momentanea indisponibilità delle mani da parte dell'altra, tentando sortite inaspettate... Non so per quanto andammo avanti, ma per poco non ci sorprese sua sorella al ritorno dal lavoro la sera. Feci appena in tempo a rivestirmi senza neppure lavarmi ed era già entrata in casa. Mi chiese sorpresa perché - differentemente dal solito - non fossi andata via la mattina al risveglio; le risposi abbassando lo sguardo e dirigendomi bagaglio alla mano verso la porta: "Stavolta ero troppo stanca, stanotte abbiamo esagerato". Baciandomi per salutarmi replicò: "Lo credo bene, la tua bocca sa ancora di me!".
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