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Notte d'estate
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Titolo:
Notte d'estate |
Autore:
Mylady |
Contatto:
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Racconto
n° 653 |
Altri
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-Ti va se passo per le 22.00? Andiamo a farci un giro, hai voglia di fare qualcosa in particolare?- In particolare aveva voglia di vederlo e stare con lui, qualunque cosa sarebbe poi venuta loro in mente di fare. -E dove?- -Preparati, ci vediamo dopo.- Al solito, sarebbe stata una bellissima sorpresa. Una di quelle gite notturne, segrete, speciali.
-Mi piace andare in giro di notte.- Lo diceva sempre. -Mi piace guidare, possedere la strada, immergermi nel buio, ascoltare bella musica, e stare con te.- Spesso Elena non sapeva rispondergli. Non sapeva dire quanto trovasse piacevole stare in sua compagnia, e quanto fosse importante per lei quella sera, come tutte le sere che le regalava. Cercava soltanto di dimostrarglielo, ma lui lo sapeva. In macchina, si perdeva, mentre gli teneva la mano. E guardava incantata la bella forma che l'intreccio delle loro dita formava. Erano strani esseri, le mani di lui. Leggere come farfalle, eleganti, di una forma nervosa e nobile, flessibili come quelle di un musicista, pareva che avessero vita propria e non che rispondessero ai comandi di un sistema centrale, nella cura con cui maneggiavano ogni cosa avesse la fortuna di entrare in contatto con loro, dalla più comune e insignificante, una forchetta, una matita, alla più delicata, i suoi fragilissimi strumenti di lavoro, una lettera, il corpo di una donna. Nel buio il suo viso d'avorio era illuminato dalla luce livida della luna. Splendeva come si immagina possa risplendere soltanto un cristallo, si stagliava da sfondo all'ebano luminoso degli occhi, concentrati in quel momento sulla strada. Grana fine. Prezioso, era. Le sembrava di avere davanti un quadro dipinto a colori puri in contrasto. E poi la strada. Il panorama suggestivo. E lui perfettamente immerso e custode dell'ambiente boscoso in cui i pini ritagliavano contorni netti contro il cielo illuminato fiocamente, e ricamato a fiocchi perlescenti da poche nubi a contatto con la luce della luna. -Scendiamo?- All'aperto si stava molto bene, una brezza fresca di fine agosto solleticava la pelle scoperta. Il paesaggio di montagna assumeva un aspetto tenebroso, suggestivo, mentre si stringeva maestosamente a proteggere la riservatezza dell'eremo in rovina. Spargeva intorno un alone sacro, chiaramente percepibile, come un sussurro. Non le era mai capitato di vedere quel castello di notte. Era strabiliante. Procedevano mano nella mano, con prudenza, attenti a causa dell'asperità del posto e della scarsa visibilità. Avrebbero dovuto arrampicarsi su una parete di roccia, come in quelle storie preromantiche con i personaggi in fuga nel buio tra ruderi, polvere e ineffabili fantasmi. Conversavano piano, a bassa voce, quasi per non disturbare il sonno di quelle pietre secolari. Le rovine trasudavano la loro anima. E nel silenzio essa diveniva la musica di un respiro regolare, che li accoglieva in un caldo benvenuto. Camminavano avventurandosi tra gli alberi che crescevano fra zolle dissestate, l'erba gialla e alta che copriva i basamenti incerti e le mura crollate. Tutto il paesaggio sprigionava quell'alone magico che conoscono solo le pietre di Stonehenge, o i verdi rifugi dove druidi operosi conversavano con le forze della natura. Chi potevano aver visto quelle pietre? Di quali esistenze ignote erano vestigia accorte? Religiosi? Cavalieri? Scudieri, inservienti, bambini? I due passeggiavano tra le rovine, pensierosi, in atteggiamento rispettoso. La solennità di quel luogo li dominava. Ogni suono veniva emesso sottovoce, inframmezzato da lunghe pause. Arrivati sul ciglio di un muro di cinta, si fermarono a guardare il paese, giù, alla base di una parete rocciosa, dove era costruito l'eremo, che cadeva a precipizio. La vista mozzava il fiato. Il paese, che appariva in prospettiva sporgendosi dallo strapiombo, sembrava un presepio, dalla pianta rotonda e dalle luci lontane. Il margine della parete era lungo, alto ma accessibile, e abbracciava al suo interno un paesaggio separato, antico, deserto, lontano dal resto del mondo. Volgendo lo sguardo in su, i monti, la loro pietra nuda scintillante contro le nuvole. Gli alberi neri lucidi si stagliavano come lance a trafiggere il lucore plumbeo della notte, e ricamavano una indecifrabile trama contro il suo velo adamantino. Era bellissimo. La grave atmosfera si arricchiva di impulsi sempre più intensi, e la suggestione diveniva quasi allucinazione tangibile, contro le rocce ruvide, il rumore dei passi, esalava il mistero dell'antico. Elena aveva voglia di dirgli quanto tutto fosse bello, ma non trovò modo più adatto che attraverso un bacio. Desiderava un contatto profondo, una forma di comunicazione corporea, diversa dalle parole, che avrebbero rotto un silenzio così ineffabile. Si voltò, le labbra socchiuse, e posò delicatamente la bocca su quella di lui. Tra le labbra bagnate la lingua scorreva umida e liscia. Il cavaliere rispose pronto al bacio, restituendo sensualmente la propria, in un incontro elettrizzante nella sua lentezza. Con la punta si addentrò curioso nella cedevole bocca di lei, a stuzzicarla con piccoli colpi; accarezzava le labbra con le labbra per poi affondare all'interno, accolto dolcemente, e catturato in un bacio appassionato. Schiacciata contro una parete, Elena gli confidava segretamente attraverso quel contatto così intimo il proprio trasporto, che iniziava a divenire imperioso. Il silenzio era rotto solo dai sospiri che si facevano più profondi e mal celavano una tensione crescente, da parole sconnesse ed esclamazioni incontrollate, e dal mormorio delle labbra a contatto. Elena sentiva contro il proprio corpo il corpo di lui che intero la scaldava, la massaggiava. Riusciva a percepirne ogni forma. Avvertiva il peso del cavaliere che si stringeva contro il suo seno, lo sentiva mentre strofinava la propria parte più sensibile, di cui avvertiva la tensione sempre più poderosa, contro il suo pube. Attorno nessuno: il buio, il vento. Aveva la pelle d'oca. Vedeva le proprie mani come dall'esterno, volare impavide sulla grande schiena di lui e percorrerla interamente, per poi posarsi nervose sulle natiche rotonde, afferrarle e spingerle contro di sé, a diminuire uno spazio già inesistente. Un piccolissimo gemito uscì dalla gola di lui, e la proiettò in una condizione di eccitazione ancora più forte. I suoi sospiri nell'orecchio, l'alito tiepido e profumato sul collo, le fecero montare un desiderio incontrollabile che si impadronì lentamente di lei, e la spinse a protendersi contro la rigidità di lui. Improvvisamente egli si distaccò e le denudò il seno. In piedi, impazienti, incapaci di fermarsi da quella corsa precipitosa, si aggrappavano l'uno all'altra in una ricerca insaziabile. Elena stringeva la testa adorata del cavaliere contro il suo seno, mentre egli lo succhiava e lo tormentava con piccoli colpi di lingua e delicati assalti dei denti. Che sensazione di comunione con l'esterno trovarsi nudi, in mezzo a quella natura accogliente, stretti in un abbraccio spasmodico, inghiottiti nel buio e l'uno nell'altra, impazientemente tesi a sciogliersi nel loro impellente amplesso. Elena si chinò, si adagiò sulle ginocchia, denudando il suo uomo e guardandolo alla luce della luna. Era bellissimo con le ombre che giocavano sui rilievi del suo corpo, ridisegnandolo in originali chiaroscuri; la sommità della sua eccitazione brillava di candida luce riflessa, e piccole gocce di rugiada ne impreziosivano la pelle sottile. Era tremante al contatto del respiro di lei sul pene, segno condiviso di un bacio prossimo a realizzarsi, e lo sentiva attendere, immobile, muto, lì appoggiato in piedi contro il muro, l'attimo in cui le labbra si sarebbero posate sul suo sesso. Lo baciava sempre, prima di impadronirsene con tutta la bocca, ne percorreva tutta la lunghezza con le labbra socchiuse e asciutte, poi iniziava ad inumidirlo con la lingua, delicatamente, come gustasse un cibo goloso. Ed era goloso, e quanto, così profumato di essenza acre e di pulito, e dal sapore sapido e denso, dalla consistenza elastica, liscia, mentre lo accoglieva nella bocca a succhiarne il primo frutto generoso. Lo accarezzava con le mani nel frattempo, lo ghermiva vorace, nell'atto di un possesso assoluto che era premurosa cura allo stesso tempo verso un oggetto prezioso nel suo magnetico mistero, e ascoltava, attenta, i guizzi, le variazioni che la gola dell'uomo lasciava fuggire, che scendevano come pioggia densa ad accarezzare il suo orecchio e la sua eccitazione. Nel silenzio un solo unico sincrono canto si spandeva ad accompagnare la musica dell'antico, un canto di sensi che vinti si abbandonavano alla loro danza primitiva. E riempivano la solitudine in una armonia di sensazioni che si effondevano in un sacro rispetto, e chiedevano timidamente di realizzarsi in quel magico luogo isolato e protetto. -Vieni a baciarmi- Il cavaliere gustò il proprio sapore attraverso la bocca di lei, mescolato al sapore di saliva, della caramella, della cipria per il viso. Spingendo la lingua dentro di lei fino alla radice le aprì completamente la bocca, succhiandola e mordendola mentre la liberava dei jeans scomodi e offriva la sua pelle alla vista della luna. Le mani le accarezzavano le natiche, la schiena, e le avvinghiavano i fianchi morbidi per tenerli fermi al suo contatto vigoroso. Si chinò all'altezza del suo ventre, le divaricò le gambe, e scese con una mano a sondare una plica nascosta, viva, avida di carezze. Era completamente palpitante, lucida di umori e incredibilmente liscia, carezzevole, invitante, scivolosa. Lui la guardava con occhi quasi duri, assenti, impenetrabili nel colore e nell'espressione, in esclusiva comunicazione con le profondità dei propri sensi affogati nel piacere, alla vista di una donna a lui abbandonata. La mano era delicata e sapiente. Solleticava e insisteva poi distraeva l'attenzione da punti roventi, guidato dai suggerimenti che i gorgheggi incontrollati della gola elargivano inconsapevolmente, dai monosillabi strozzati, dall'arpionare delle mani convulse. Guardava le proprie dita affondare in una morbida carne, calda, che avida risucchiava la sua attenzione. Il cavaliere giocava con lei, in un movimento di mani e di occhi, che correvano tra la cornice del pube scuro al viso dai lineamenti abbandonati, modellati in un'espressione di estasi, gli occhi scuri a guardarlo, fisso, guardarla godere, rapita. L'orgasmo la colse di sorpresa, scorrendo dall'ombelico in giù, verso il centro della propria femminilità e poi dentro, a scuoterla dalle radici e a liquefarsi tra le mani di lui. Le gambe tremanti, i glutei tesi, assaporava attraverso le ultime contrazioni della vagina le dita che ancora riposavano dentro di lei. Il cavaliere se le portò alla bocca e le leccò, ripulendosi la mano, guardandola, si avvicinò a lei eccitato dalla visione dell'orgasmo che l'aveva scossa, si schiacciò contro di lei. Era solido e caldo. La baciò a lungo, tenendola contro di sé. Imponente le tornò la voglia di lui, risvegliata dal contatto con il suo torace nudo e liscio, dall'odore virile e accattivante che emanava il calore suo corpo. Voleva che si spingesse dentro di lei, che la penetrasse in un colpo solo e iniziasse a dondolare piano, scivolando dentro e fuori in un'onda dolcissima, che sarebbe cresciuta trasformandosi in un vortice impetuoso. Voleva che la riempisse di sé, che colmasse la distanza che separava i loro corpi attraverso il liquefarsi dei loro piaceri. Lo arpionò alle natiche, aggrappandosi a lui come ad un appiglio che la sostenesse in quella vertigine. Un gemito, e il cavaliere capì che lei era pronta di nuovo. -Voltati.- Un sussurro caldo e rauco, un ordine perentorio cui obbedì arrendevole. Le gambe divaricate, gli mostrò le natiche, appoggiandosi al muro e apprezzando la roccia ruvida e tiepida sotto le mani. La prese così, tremante di desiderio e voltata di spalle ad offrirgli la schiena nuda e i fianchi rotondi, la propria femminilità ad accogliere il pene rigido e ansioso di annegare dentro di lei. Il cavaliere la teneva stretta, le muoveva i fianchi accordandoli al proprio ritmo veloce e profondo, squassandola con colpi poderosi, che la strappavano dalla propria coscienza sospingendola in un sentiero in cui ogni passo era nuovo e diverso, e meraviglioso. Elena non poteva resistere al contatto con il suo sesso che spingeva, e spingeva, e sentiva l'orgasmo avvicinarsi, salire da un profondo illocalizzabile fino a travolgerla interamente. Chiamava il suo uomo, il suo cavaliere, gli chiedeva di accompagnarla in quel viaggio, lo pregava di raggiungerla, di fuggire insieme a lei. E lui aumentò la velocità e la potenza, nel tentativo di raggiungere all'unisono l'ultimo appagante brivido, l'ultima pioggia di sospiri, l'ultimo grido strozzato nella gola. E la raggiunse infine, esplodendo in un fiotto di liquido piacere, che stillava ripetutamente costretto da contrazioni violente, ognuna delle quali era accompagnata da un gemito selvaggio. Riempì il corpo della donna con il suo miele denso, la realizzazione fatta pura e golosa materia del loro incontro inconsueto. Perduti, abbandonati, si guardarono: erano tornati; incarnati nei loro corpi rispettivi ma ancora disorientati si strinsero l'uno all'altra, dolcemente, per ritrovarsi insieme. La luna brillava, le cime facevano ancora capolino, indiscrete. Le carezze del vento leggere e un pochino pungenti. Con dolcezza il cavaliere l'aiutò a rivestirsi, la prese per mano e la guidò sul muro di cinta. -Ti va se ci sediamo qui?- Abbracciati, circondati dai monti lividi e dal cielo il cui buio profondo era sferzato dai barlumi perlacei dei raggi lunari, lanciavano sassi di sotto, lungo la parete a strapiombo, verso il paese che occhieggiava lontano. -È come se fossimo in volo. Sembra tutto piccolo e insignificante da qui. Ci vuole poco per allontanarsi dal chiasso, per trovare un rifugio dal mondo, in un altro mondo. Guarda dove siamo.- Un bacio lieve sulla guancia. -È bellissimo.-
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