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A volte
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Titolo: A volte
Autore: Mylady
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Racconto n° 673
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A volte ti sogno.
Dolorante il corpo che non si distende, vittima di spasmi involontari, gettata sulle lenzuola troppo fredde, il mio sudario, prigioniera della mia stessa allucinazione, ti sogno.
Immersa nell'inferno che io stessa ho creato, arsa dal suo fuoco, dal tuo fuoco che strazia la mia bocca vuota, di notte, la mia inconsolabile bocca spalancata, e muta, e vizza, sottile e dura, la mia bocca immota. La mia bocca infeconda, dallo sconosciuto ghigno malevolo. Una povera bocca, priva della sensualità che pure una volta la contraddistingueva, e priva del suo stesso ricordo. Una povera bocca fedele, colpevole della sua stessa morte.
Ingoiata nel ronzio che disturba il mio sonno cerco la tua immagine: un cuore ronza, il mio cuore al quale vorrei dare posa. Batte per inerzia, secco, pure lui.
Asciutta, ti sogno. Immagine liquida dei miei sensi, nasci dal mio bisogno di cura. Nasci dalla mancanza che non dorme mai. Nel deserto delle emozioni, arido, torpido, ricoperto dalla sola polvere ultimo fossile di piaceri sensuali, il luogo incolore, insapore, inodore, piatto e silenzioso di cui sono schiava, sogno le perle dei denti che nascono da un fiore in boccio, fresco e profumato. Denti dolorosi, o carezzevoli, o giocosi dalla sensualità recente. Amico e lare, amante delle mie notti segrete, la mia dannazione, sempre.
Sogno le tue mani, uccelli tropicali in volo, fasto del movimento, piumati leggeri rami protesi verso la conoscenza carnale. Caldo velluto. Laceranti artigli d'acciaio. La frescura della mia pelle tormentata.
A volte sogno di essere i tuoi occhi. Mentre ti guardi. Mentre ti curi. Mentre ti radi. Mentre osservi il tuo corpo allo specchio, critico inclemente. E sogno di essere i tuoi occhi mentre guardi me, e mi accarezzi. Mentre mi guardi, e godi. Ti sogno. Mentre ridi. Ti sogno in un abbraccio caldo e confortante, appagato nel riposo, placidamente disteso, umido, lucido come solo gli animali sono, dopo ferine carezze. Stanco dal tuo fare quotidiano. Ebbro dal tuo empio desiderio. Ti sogno mentre mi parli, e nella mia illusione onirica dimentico la punizione che mi infliggi ogni giorno con il tuo silenzio. Anzi non la dimentico, la modifico, la cancello perché la odio. Perché è per me la tortura più intollerabile. La mancanza della tua voce. La mia aria.
Rivoglio la mia pulizia, che ho dimenticato e che mai più conoscerò, che non sarò capace di insegnare ai miei figli, perché ne sono priva. Incapace e per mia stessa scelta. Lordata fin nell'anima dalla fedeltà ad una vita che non ho scelto. Il tuo seme la mia pulizia, l'acqua che mi nutriva. Che mi lavava. Che lavava, lordandomi, la sporcizia che non mi abbandonava. Cui ti sei aggiunto. Cui tutti si aggiungono.
Sogno che ti accarezzi, e guardo le tue mani correre su di te, decise, sapienti come le sa rendere soltanto la sicurezza delle risposte del proprio corpo. Sogno di essere il tuo corpo reagire istintivo alle carezze, per godere io del tuo piacere. Ti sogno. Mentre ti masturbi. E gemiti noti, e sospiri conosciuti si rinnovano all'orecchio ogni volta appena sbocciati. E la voce bassa, e rauca, che mi parla, parla al mio corpo per primo, lava rovente striscia nella sua lasciva corporeità a violare il mio orecchio, disperato delle tue parole, smanioso di cogliere ogni armonia della tua bocca di fiori. Voglio essere le tue mani che ti accarezzano. Voglio conoscere la magia di un tocco vittorioso, la sensazione che esse ricevono dal mondo che ti circonda. Quella che danno la conosco bene. Voglio essere i tuoi oggetti. Voglio essere le cose che ammiri.
Sogno che mi accarezzi. Che sfiori la mia pelle avvilita, triste, di giovane donna sfiorita e pusillanime, cercando la mia nudità di nascosto, sotto la tutela dell'abito che non ti piace. E unisci la sensazione del tessuto liscio con quella emanata dal calore del mio corpo che ti obbedisce, e che freme in attesa di un contatto. E che mi guarisci, e la mia pelle vizza come il mio sangue rarefatto e sterile tornano freschi come quando facevamo l'amore di notte, e le mie grida intense, e la mia gola rorida creavano guizzi e sussurri che accompagnavano i nostri abbracci, i tuoi colpi potenti, il fluttuare rapito dei miei fianchi vivi.
Cerco ancora, sempre, il tuo sguardo quando ti incontro. Ma non lo conquisto mai. Mai più. Non l'hai persa solo tu la stima di me. Io per prima, Penelope di una menzogna.
E continuo a tessere, a tessere trame che si aggiungano alla mia immagine finta, a cercare fili che le diano sempre maggiore consistenza, tali da rendere il velo con cui mi copro sempre più opaco, colorato, spesso, pesante. Sempre più finto. Il mio abito del carnevale costruito con cura, che dura da sempre, e per sempre. Vergine dall'abito macchiato. Rose rosse dovrei aggiungere al mio bouquet, del sangue che ho perduto.
Piango, di notte, qualche volta. Il solo torrente che ancora sgorga dal mio corpo secco, le lacrime. Il fiume in piena del mio sesso, inaridito. E smetto solo quando il mio cervello ti crea, dal nulla, dal ricordo soltanto, priva di te da mesi, da millenni. La mia innocenza, guadagnata con te e con te perduta. La mia verità, guadagnata e gettata in nome della mia effigie svuotata. Ma posso sognare. Nelle fredde lenzuola sognerò il tuo tepore. Sognerò le tue mani violare il mio seno, e posarsi lì, come avessero trovato un rifugio adatto.
"Riposa qui, da me. Ti prego, resta." Ma non lo dirò mai. Non ne sarò capace. Sogno che mi cerchi, in un momento di solitudine. Sogno che sia tu a toccarmi adesso, misera femmina che si masturba in solitudine, di nascosto dal suo uomo pure così assetato di lei. Lontana dal suo abbraccio senza più nerbo, dalla tempra ormai ai miei sensi spenta.
Sogno che sia tu a fare l'amore con me, a possedermi, chiedendomi di farti godere. Sogno che sia la tua lingua rovente quella scia umida che ora sottolinea le curve ormai inespressive delle mie cosce. Che ora scivoli tra le mie cosce, al posto di queste mie dita troppo irrequiete, e troppo prevedibili.
Sogno che mi mordi, forte, affamato, per saziarti della mia carne, e succhi mai pago per distruggere una barriera invalicabile materialmente. E sei nel mio corpo, in consonanza con esso seppur fuori di esso, e poi dentro il mio corpo, assetato del mio corpo, assetato e bramoso di farlo liquido, malleabile, cedevole tanto da non rappresentare più il muro della separazione. Finalmente. Ma non succede mai. Il muro troneggia eternamente saldo, inalterato, anzi ogni giorno più grande e massiccio, perché esiste il mattino. Perché il mio maledetto corpo ancora riesce a stancarsi del sonno, e a destarsi in pasto al giorno spietato.
Morta, senza un alito di vita né dentro, né fuori di me, morta, ti sogno mentre respiri. Sogno la tua vita come fosse la mia, come fosse il mio desiderio, come fosse il mio paradiso. Morta, mi vedrai vivere lì. E cerco il tuo odore, da lontano, come fa una fiera dell'animale scelto per l'accoppiamento imminente, avida di ogni gene trasmesso dal suo corpo sano, la creatura designata dal suo olfatto, da una pura fisica pulsione. Fisica, eppure così dolorosamente profonda.
Maledetta me, costretta a danzare la tua danza. Costretta ad elemosinare un sorriso che soltanto la notte mi regala. Anzi, alla quale lo strappo, ladra di te, a tua insaputa. Vorrei ti guardassi con i miei occhi. E che intuissi, seppur confusamente, una volta soltanto il possesso, assoluto, che riesci ad esercitare sul mio immaginario. Assoluto, che nemmeno la dignità ha saputo superare.
E che per questo ti odiassi.
E cerco la cura, e la troverò so dove. Ma so anche che in quella dimensione non saprò mai arrivare, laddove troverei la mia vita, la mia scelta, io, io sola, io coraggiosa, mai. Continuerò allora a vivere morta, e a sognare te, la mia vita.
La notte torna sempre, per fortuna, ogni notte.