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Inopinàbili storie di vita vissuta
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Titolo: Inopinàbili storie di vita vissuta
Autore: Don Landis
Contatto:
Racconto n° 679
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Era un fine settimana di metà marzo, quando Dino decise di comunicare le proprie intenzioni a Sonia Trentino, la ragazza con la quale aveva instaurato un legame sentimentale da più di sette anni; i tempi erano maturi per la convivenza, cosicché l'Ulivi, senza mezzi termini, le espose ciò che aveva in mente: "Ascolta Sonia, non siamo più ragazzini! Il monolocale di Baranzate ho intenzione di venderlo per investire il ricavato in un trilocale a Concorezzo".
La discussione degenerò quando la ragazza s'impuntò affinché Dino le intestasse l'appartamento, esimendosi dalla responsabilità di scucire il becco di un quattrino per l'acquisto dell'immobile.
A dire il vero l'Ulivi colse la palla al balzo, per troncare definitivamente la relazione con la Trentino; da parecchio tempo Sonia era diventata per Dino una sorta di palla al piede, un insopportabile peso che ripercuotevasi persino sul proprio carattere, accentuandone il lato disfattista. Era da anni che Dino Ulivi tradiva la propria ragazza con altre fanciulle, conosciute per la maggior parte in chat: incominciò per gioco a frequentare le chat line in internet, ma ben presto quell'innocente svago divenne una vera e propria droga. In meno di tre anni Dino riuscì a scoparsi più di settanta donne differenti, conosciute per l'appunto on line. Potete immaginare come la povera e cornificata Sonia, rappresentasse un vero e proprio freno a mano per quel depravato dell'Ulivi, deciso a consacrare la propria esistenza al sesso selvaggio con qualsiasi creatura femminile.
"Che razza di discorsi fai! Diavolo porco, ti sei bevuta il cervello? Io investirò il denaro, pertanto l'appartamento sarà solo ed esclusivamente mio, intesi? Con questi discorsi, io non ti capisco. Anzi, sai cosa ti dico? Mi hai stancato con il tuo atteggiamento infantile! Basta con questa storia: non ho più nessun'intenzione di continuare a frequentarti. E' ora che ti dia una mossa mia cara Sonia; hai trent'anni suonati e lavori solamente da sei mesi, a tempo determinato per giunta! Io ho bisogno di una vera donna al mio fianco, non di una ragazzina immatura e presuntuosa. Ti saluto, stammi bene!", furono le ultime parole dell'Ulivi prima che, soddisfatto nell'animo, uscisse dalla casa della neo ex sbattendo violentemente l'uscio.
Finalmente Dino era riuscito a scaricare definitivamente quella zavorra di Sonia; nel frattempo il numero d'appuntamenti fissati con anonime persone del gentil sesso cresceva a dismisura, tanto che l'Ulivi dovette diversificare le schede telefoniche del proprio cellulare, per non incappare in spiacevoli equivoci fra parenti, amici, conoscenti e puttane.
"Sono l'idolo di me stesso; se riuscirò a scoparmi cento nuove ragazze nel giro di un anno dovrò farmi un monumento con le mie stesse mani!", ripeteva a sé medesimo Dino.
L'Ulivi non era in grado di sostenere ingenti spese fra viaggi, cene, conti di motels e mance varie, il tutto per scopare una sconosciuta che, il più delle volte, nemmeno l'attizzava sessualmente; ciò nonostante Dino si considerava un vero professionista della fottuta: "Giovani, attempate, carine, meno carine. E' tutta esperienza che accresce il mio già cospicuo curriculum!", giustificavasi Dino.
Più volte il collega Matteo Lovinetti cercò di persuadere l'Ulivi nel tramutare il suo hobby in un vero e proprio lavoro: "Dovresti farti pagare. Hai tutte le carte in regola per diventare un vero gigolo!", gli rammentava con serietà e convinzione Matteo.
Dino non aveva mai preso sul serio l'idea di dedicarsi a tempo pieno nello scopare le altrui donne; ora però che Sonia era uscita dalla sua vita, uno strano pensiero, alimentato dalle parole del Lovinetti, retentiva con ossessione nella sua mente malata di sesso.
Per ovviare al continuo flusso migratorio di denaro che ogni singola avventura richiedeva, Dino decise di vendere il monolocale di Baranzate: "Basta, io qui non voglio più stare! E poi con quell'idiota di Minaro e la sua "Colombuccia" come vicini di casa. E' un vero schifo!", proferì con determinazione l'Ulivi.

La settimana seguente Dino volle supervisionare il trilocale sito in Concorezzo: "E' un ottimo affare signor Ulivi! Non getti al vento quest'irripetibile opportunità", gli disse il venditore dell'agenzia immobiliare.
"Effettivamente è un magnifico appartamento: locali ampi, soffitti alti, doppi servizi. Una sola cosa mi lascia perplesso. La camera che confina con la cucina dei vicini!", esclamò Dino alquanto allibito.
La sua preoccupazione non nasceva dall'impossibilità di poter riposare durante le ore serali, per via del vociare nell'attigua stanza, quanto dall'imbarazzo che potevano provare i vicini nel sentir gemere e sospirare le amichette di Dino durante l'amplesso; naturalmente l'Ulivi non espose il proprio pensiero all'incaricato dell'agenzia, ma intimò a questi un ultimatum: "Stia a sentire; l'appartamento mi piace, è un ottimo affare, lo ammetto. Se per il prezzo concordato lei è disposto ad insonorizzarmi la camera, sarò ben lieto d'esser suo cliente!", gli disse astutamente Dino.
"Affare fatto signor Ulivi! Consideri suo l'appartamento", rispose l'impiegato, stringendogli amichevolmente la mano in segno d'approvazione.
Dino aveva compiuto quello che si suol definire il "passo più lungo della gamba": per estinguere le rate del mutuo, dovette lavorare come una bestia giorno e notte. Nonostante l'oneroso fardello che gravava sulle sue possenti spalle, l'Ulivi riuscì ad arredare l'appartamento con mobili nuovi di zecca, acquistati dal medesimo fornitore che arredò il celeberrimo motel "La zòccola", rinomato luogo d'incontro per coppie occasionali ed alternative.
La stanza da letto era parata proprio come un set di un film hard; sei telecamere professionali, occultate dietro altrettanti specchi ubicati in differenti angolazioni del locale, documentavano le prestazioni sessuali del "facocero", il quale, ogniqualvolta riguardava alla moviola una propria performance, non perdeva l'occasione per compiacersi: "Sono il Dio di me stesso! Anche se non l'ho come Rocco Siffredi, pompo come un compressore, e la maiala. gode!".
Il signor Ulivi, così lo chiamavano i vicini, aveva un chiodo fisso: voleva a tutti i costi scoparsi due colleghe di lavoro, non tanto per la loro particolare bellezza, quanto per la carica erotica che entrambe emanavano. I nomi Gisella ed Eleonora erano annotati sul "taccuino della fottuta", una piccola agenda tascabile che Dino portava sempre con sé.
Gisella era una ventinovenne originaria di Rieti, molto carina ed estroversa, sebbene parecchio svampita; capelli ramati lunghi sino alle spalle, occhi verdi che utilizzava astutamente come esca per accaparrare le proprie prede, fisco longilineo e mozzafiato: in poche parole un gran bel pezzo di gnocca, finché rimaneva in silenzio! L'unico difetto di Gisella constava nel suo modo di parlare, cadenzato dall'accento tipico laziale, che le conferiva un'aria bucolica e sgraziata, praticamente da perfetta burina!
Eleonora invece, era più attempata della collega; originaria della provincia di Como non era capace di stare un minuto in silenzio: una vera orchiclasta, pronta ad attaccar bottone con chiunque con banali e futili argomentazioni. Una ragazza carina, ma insopportabile.
Con una strategia da vera faina, l'Ulivi riuscì ad invitare entrambe a casa propria: "Aòo, a Ddì! Vojjo proprio 'vvede n'do abbiti, mortacci tua!", esclamò entusiasta Gisella. L'altra ragazza invece non sembrò manifestare particolare compiacimento: "D'accordo Dino, questo venerdì sera non ho impegni!", disse Eleonora.
Dino cogitò sorridendo, violentando Eleonora con lo sguardo: "Ti tapperò quella boccaccia facendoti suflonare la mia poderosa matranga!".
Venerdì sera, alle diciannove in punto, le ragazze suonarono il citofono di casa Ulivi: "Aòo, a Ddì! Semo 'rrivate. All'anima delli mortacci tua, aprece 'sto cazzo de cancello!", esordì con vero savoir-faire la grezza Gisella.
L'Ulivi aveva sapientemente preparato tutta l'attrezzatura video per immortalare quel momento, tanto anelato in cuor suo; aveva altresì arredato la casa con candele profumate e calici di Champagne, diffondendo per tutti i locali una sensuale e seducente atmosfera.

Non appena le damigelle varcarono l'uscio di casa Ulivi, rimasero sbalordite: "Wow! Che bello quest'appartamento! Complimenti davvero, Dino", disse Eleonora.
Anche Gisella, rimanendo ben impressionata dall'accogliente e caldo arredamento, espresse il proprio garbato giudizio: "Sticazzi Eleonò, 'ndò semo capitate! Anvedi che figo sto localetto! A Ddì, te tratti bbene, stramortacci.".
Quando l'Ulivi fece loro varcare la soglia della stanza da letto, le ragazze rimasero esterrefatte: "Ma che ce devi fà con er letto tondo! Manco facessi li filme porno.", urlò Gisella dallo stupore.
Non appena Dino ultimò di mostrar alle gentili ospiti i locali della propria nuova dimora, invitò entrambe ad accomodarsi in cucina per l'aperitivo: un beverone alcolico da lui stesso preparato, contenente un potente allucinogeno. Dino fece finta di bere l'aperitivo, assincerandosi che entrambe le ragazze deglutissero l'intero contenuto dei rispettivi bicchieri.
"Preferite la pizza alla marinara o una quattro stagioni?", domandò Dino.
"Ma che stai a dì! Io veremente me aspettavo 'na coda alla vaccinara o mejjo ancora du spaghi con faggioli e cotiche! Dai a Ddì. Nun taa'prenne, stavo a scherzà! Na marinara va bbene!", rispose Gisella prendendo in giro il padrone di casa. Idem per Eleonora, la quale nel frattempo stava raccontando agli amici come avrebbe voluto arredare casa propria, se solo avesse avuto il denaro necessario.
"A Eleonò, facce er piacere, dacce n'tajjo! Ce stai a scassà li cojoni da venti minuti: statte zitta un pochetto!", le fece gentilmente intuire la bella Gisella.
Gli amici mangiarono la pizza, sorseggiando una birra, una bottiglia a testa; Dino attese con fiducia che la droga entrasse in circolo nell'organismo delle sue belle ospiti.
Terminarono la cena con un dessert, un caffè e un limoncello, quest'ultimo preparato dalla signora Maria, la madre di Dino, con i limoni della costiera amalfitana.
L'allucinogeno che l'Ulivi aveva somministrato alle ragazze, era un potente eccitante capace di rendere disinibita e spregiudicata persino la più austera delle monache di clausura.
Eleonora fu la prima che avvertì gli effetti della droga; incominciò a sfilarsi la maglietta, rimanendo in reggiseno: "Ho un caldo allucinate e ho anche voglia. un'irresistibile voglia d'essere scopata!", disse la ragazza, guardando insistentemente il padrone di casa.
Gisella non sembrò scandalizzarsi per nulla; anzi, quelle parole la eccitarono: "Ammazza a Ddì, quanto sei bono! Me 'stò a n'grifà. Perché nun ce divertimo tutte e tre 'nseme?", disse Gisella masturbandosi.
Il piano del signor Ulivi aveva funzionato: invitò le proprie ospiti ad andare in quella che lui soleva definire "sala giochi", ossia la propria camera. Le ragazze si avviarono verso l'alcova, scambiandosi vicendevolmente appassionati baci; Dino le raggiunse un minuto più tardi, non prima di aver avviato le telecamere occultate in "sala giochi", per riprendere ogni minuto di quell'animalesco amplesso.
Eleonora e Gisella, Lella per gli amici, incominciarono a lesbicare teneramente fra loro, con dolcezza e naturalezza, ignare di essere le protagoniste femminili del film porno di Dino.
Quando l'Ulivi entrò in camera, si eccitò moltissimo nel vedere le amiche avvinghiate sul proprio materasso ad acqua: "No, non vi fermate! Continuate pure", disse loro Dino.
Il ragazzo si sedette sul bordo del letto, fra Lella ed Eleonora, con il membro gonfio di lussuria e trepidante d'esser imboccato; Dino mise una mano dietro la nuca di Eleonora, invitando quest'ultima ad accovacciarsi fra le sue cosce. La ragazza prese in bocca il pene di Dino, prodigandosi in uno spettacolare blowjob.
Nello stesso tempo, l'Ulivi, sdraiatosi supino sul materasso, era intento a leccare la vitale fenditura di Lella, il volto della quale era proprio rivolto in direzione della telecamera numero tre: "Ahhh, ahhh, famme godè, nun te fermà!", urlò la ragazza.
Dopo svariati minuti di cunnilingus, Dino volle saggiare il caldo pertugio delle gentili e drogate ospiti; entrambe prostraronsi alla pecorina, implorando d'esser penetrate: "Sfondeme, te supplico! C'ho troppa vojja de' cazzo", blaterò Lella, passandosi due dita sul clitoride.
Fu allora che l'Ulivi imbracciò il proprio "arnese", sfregando il glande contro le infuocate grandi labbra della laziale.

Anche Eleonora bramava la propria razione di "magatello", cosicché, in un battibaleno, allungò la mano in direzione del membro, puntandolo contro la propria pelvi: "Fottimi, fottimi senza ritegno, Dino! Questa sera sarò la tua puttana!", ansimò la porca Eleonora.
Dino accontentò entrambe: dapprima soddisfò Eleonora, la quale orgasmò poco dopo, successivamente si dedicò a disbramare le fantasie di Lella, che desiderava a tutti i costi essere scopata nella posizione del "ragno".
Dino non aspettava altro: copulò selvaggiamente con Lella, aspergendole il proprio seme sull'intero volto ed anche sui seni, che vennero magistralmente e prontamente ripuliti dalla vellutata lingua di Eleonora: "Che gran film porno!", pensò l'Ulivi, mentre era intento ad asciugarsi la madida fronte con l'avambraccio.
Più di due ore di riprese, fottendo come bestie in calore: "A Ddì, me devo congratulà con te! Scopi pproprio bbene!", si complimentò Lella.
Eleonora non aveva mai fatto prima d'ora sesso con un'altra ragazza; per lei fu una piacevolissima scoperta l'esplorazione del pianeta donna, tanto che azzardò la proposta di ripetere nuovamente una serata come quella appena trascorsa.
Sia Dino sia Lella accettarono con immenso entusiasmo il ripetersi di un'analoga avventura. Poco prima della mezzanotte le ragazze lasciarono l'appartamento dell'Ulivi; l'effetto dello stupefacente incominciò a svanire, senza tuttavia lasciar nell'animo delle fanciulle profondi ed indelebili rimorsi di coscienza per ciò che commisero.
Il mattino seguente Dino si recò al lavoro, con in mano la videocassetta della propria performance artistica; incontrò in ascensore il vicino d'appartamento che non perse l'occasione per ironizzare sull'accaduto: "Buongiorno signor Ulivi! Abbiamo fatto bagordi ieri sera, eh?", ridacchiò il dottor Bevilacqua, dando ripetute pacche sulla spalla al giovine pornodivo.
Dino sorrise forzatamente: "Eh, sa com'è. Mi tira!", si limitò a replicare, sgattaiolando dalle grinfie del vicino.
Quando l'Ulivi giunse a destinazione, come di consueto, si recò alle macchinette del caffè; il fido compagno di merende Ivo Minaro era in sua attesa, fumando nel frattempo una "Futura": "Uè pirlone, ciao! Aspettavo proprio te. Mi è venuta un'idea.", disse Ivo, andando incontro all'amico.
Dino sorrise furbescamente: "Ivo, stai zitto e parla solamente dopo aver visto questo video", si limitò a proferire l'Ulivi, consegnando una copia della videocassetta al buon Minaro.
"Uè, cos'è sta roba! E' forse un film porno?", domandò meravigliato Ivo.
"Molto di più: è il mio film porno! Finalmente le ho trapanate!", sbraitò l'Ulivi, mimando il gesto dell'amplesso con la mano.
Minaro sgranò gli occhi, incredulo: "Hai fottuto la Lella?".
"Non solo: anche Eleonora, e questo video documenta ciò che ti ho appena riferito!", esclamò Dino con tronfia ostentazione di superiorità.
"Bravo Dino, sono contento per te! Oh, sai che sono sincero: se il filmino è fatto bene, non è da escludere che mi faccia una sega!", sbraitò Minaro ridendo come una iena.
E i due parlarono della focosa serata vissuta in prima persona dall'Ulivi, nell'attesa di incominciare a lavorare.
Aspetta e spera: "Vojja de lavorà, sarteme addosso!", avrebbe sicuramente detto Gisella.