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L'esperienza
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Titolo: L'esperienza
Autore: Mylord
Contatto:
Racconto n° 682
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Non era nuovo a proposte del genere. A spingersi sempre oltre. A provare esperienze nuove, ad avanguardie empiriche.
Accolse una Mylady agitata, in trepida attesa di capire ciò che le si prospettava. La casa era in penombra. La guidò subito in camera. Luce spenta. Candele blu scuro che proiettavano sulle pareti le ombre di un palcoscenico pullulante di danze sfrenate.
Sul pavimento, vicino al letto, c'era una scatola bianchissima ma non se ne riusciva a scorgere il contenuto. La ragazza cercò di individuare cosa fosse l'oggetto scuro sulla scrivania in legno chiaro.
Lui la fece sedere sul letto rifatto di fresco. C'era odore di incenso che bruciava l'aria. Le sciolse i lacci delle scarpe e le sfilò. La spinse con dolcezza insistente affinché si sdraiasse supina. Lei obbedì senza opporre resistenza convinta.
Mylord le afferrò le mani e le alzò le braccia per liberarla del pesante maglione e della splendida maglia nera che scolpiva in altorilievo le provocanti forme.
Si muoveva nella penombra, esperti i movimenti per aumentare a velocità vertiginosa l'eccitazione e l'attesa. All'improvviso ristette e smise persino di respirare.
Mylady lo fissò, attenta a cogliere ogni segno di cambiamento. Lui dopo un istante allungò una mano a prendere un misterioso filo nero che spuntava dalla mensola. Lei non capì. Mylord non interruppe il suo gesto. Imperscrutabile, strinse tra le dita l'oggetto oscuro e lo divise a metà. Ecco cos'era! L'indecifrabile e strano oggetto altro non era che una coppia di banali auricolari. Lei, rasserenata da quella rivelazione rassicurante, sollevò leggermente il capo per permettergli di farle indossare le cuffie.
Poi lui allungò un braccio per accendere qualcosa. Un sottile ronzio invase immediatamente le sue orecchie, amplificato ed estraniante.
Un suono lontano di pianoforte riempì in crescendo lentamente la stanza, come un raggio di luce in espansione a consumare quella spessa penombra. Dapprima era una melodia, ritmicamente battuta in triplo con meravigliose variazioni tra una ripetizione e l'altra. Un motivo di struggente bellezza che contemplava il mondo dall'alto, come in un volo d'uccello che planava altissimo. Ripetuto quattro volte, tornava sempre indietro per ricominciare il volo da capo ma da un punto sempre diverso.
Si accordavano al motivo armoniche meravigliose, in abbracci musicali che riempivano l'anima di un calore eterno e corrosivo.
Lei rimase a fissare gli occhi senza fondo di lui, accarezzata da Beethoven perché tutto si facesse liquido, impalpabile, etereo. Socchiuse i grandi occhi e le labbra. Mylord si accostò ad aspirarne l'essenza. Si sfiorarono e trasalirono entrambi.
Lui percepiva il suono della musica che formava pensieri ed emozioni, per poi travolgerli come castelli di carte. La musica era profondissima e perfidamente quieta. Sfumato incanto perduto che li aveva ritrovati nell'elastico gioco del tempo.
Mylord prese impercettibilmente ad accarezzarle le spalle nude. Avanti e indietro scavalcava piano le spalline del reggiseno. Le scappò un tenue sorriso, sfuggente e nebbioso... perché sfuggente e nebbioso era il luogo dove galleggiava il suo spirito in quel momento.
I suoni si rincorrevano nella sua mente a circondare un fantasma vagamente percettibile. Mylord continuò con la mano destra a carezzare piano la sua damigella, mentre la mano sinistra spariva sotto al letto per prendere qualcos'altro. Era di forma oblunga ed aveva come strana appendice un uncino arrotondato.
Mylady ebbe un sussulto e riconobbe l'oggetto. Una sera, per gioco, avevano sfogliato un catalogo di "attrezzi" erotici. La ragazza non aveva alcun dubbio. Il suo signore aveva in mano un vibratore "hi-tech".
Mylady non aveva ancora capito niente. Aveva solo afferrato a cosa sarebbe servito quell'oggetto strano ma non aveva la più pallida idea di cosa l'avesse prescelta oggi. Mylord smise di accarezzarla e attaccò un filo scuro che pendeva dal lettore cd ad un forellino del vibromassaggiatore. Immediatamente quello prese a vibrare nelle sue mani. Ma la cosa che Mylady non afferrò subito era che la vibrazione non era casuale. Aveva un che di ritmato. Oddio! Andava a tempo con ciò che ascoltava attraverso le cuffie, aumentando la frequenza e l'intensità con l'aumentare del volume del suono.
Le sfuggì un gemito, pregustando un piacere mai provato. Colse distintamente il concetto in un solo istante. Avrebbe fatto l'amore con Beethoven, anzi, con la sua musica, beatamente cullata tra le braccia del suo uomo.
Mylord afferrò con studiata lentezza un bicchiere che fino ad allora era rimasto invisibile sulla mensola e ne svuotò il contenuto nella scatola bianca.
Mylady seguì il gesto e vide immediatamente svilupparsi nella scatola una fumo denso, che appariva blu alla tenue e tremolante luce delle candele. Il fumo riempì presto la scatola e poi precipitò sul pavimento a coprirlo come un sinistro sudario. Ondeggiava, rivelando finalmente correnti d'aria abituate ad essere ignorate da sempre.
Mylady sentì una leggera sensazione tattile sul bottone dei suoi pantaloni. Diresse lo sguardo sulle mani di lui che armeggiavano piano per denudarla completamente. Tolti i pantaloni, sfilò lento i suoi slip bianchissimi, facendoli scivolare piano sulle sue gambe morbide e lisce.
Mylady sentiva un'intensa eccitazione, accompagnata dalla musica, che disegnava con colori di morbidezza mai sognata le sue sensazioni. Mylord, intanto, aveva chiuso gli occhi, attendendo di aver la sua Venere completamente nuda davanti a sé, per poterli riaprire.
Il nero delta di straordinario fascino lo rapì in un momento. La visione di lei gli tolse il respiro. Mylady costrinse i suoi occhi a non posarsi su quell'infernale arnese di piacere che con la coda dell'occhio vedere fremere all'aria. Gli accordi del Maestro disegnavano nella sua mente forme dalle tinte mai viste ed invisibili; mai, se non con gli occhi dello spirito. La melodia la ninnava con la sua essenza malinconica.
Mylord non la fece attendere troppo. Mutò posizione della mano ed afferrò il fatale surrogato alla base, dove era riprodotto uno scroto gonfio e lo avvicinò al perineo della sua dama. Mylady trattenne il cuore quando sentì la punta vibrante del pene artificiale toccarla. La vibrazione era chiaramente percettibile e la solleticava un po'.
Con finta ma sapiente indolenza Mylord cominciò a muovere l'oggetto in direzione dell'ano di Mylady, fino a centrarne l'essenza carnosa. Mylady non credeva ai suoi sensi. Mylord applicò una dolcissima pressione e vide cambiare di diametro il buchino inviolabile della sua signorina.
Mylady si lasciò sfuggire un gridolino. Non si accorse del suo bacino che iniziava a muoversi e vivere di vita propria. Non controllava i suoi movimenti ma ne vedeva il preciso scopo: avvicinare l'oggetto al suo centro femminile che diveniva ogni secondo più caldo e rorido.
Mylord odiava attardarsi quando era inopportuno e lasciò cadere la magica punta vibrante sulla carne madida di lei. Un lungo sospirò marcò l'evento.
Il palmo della mano di Mylord sbiancò un pochino quando prese a spingere docilmente il vibratore nella vagina di lei. Mylady chiuse gli occhi e aprì la bocca a chiamare fantasmi che fluttuavano solo nella sua mente. L'asta danzante affondava piano e lei singhiozzava, cercando di continuare a trovare un po' d'aria in quel piacere asfissiante.
Mylord distrasse forzatamente la sua mano a cercare il volume del lettore. L'oscillazione lussuriosa aumentò di ampiezza. Mylady si fece sempre più liquidamente piatta; piatta a fare da base a quelle sensazioni che si sviluppavano in altezza, fino a raggiungere quote smisurate.
L'appendice di gomma si posò esattamente sul clitoride gonfio e il godimento la trafisse con mille aghi di fuoco. Mylady stava perdendo se stessa in un vortice che le ottenebrava la vista. Il letto sembrava galleggiare adagiato su quella bianco e soffice nuvola e loro abitavano ora il luogo più alto della Terra. La musica aveva perso la sua consistenza fisica e ora era il sangue che trasportava dentro di lei l'ossigeno di quella beatitudine estatica.
Mylord si avvicinò a baciarla teneramente mentre lei si abbandonava senza riserve ad un brivido, annuncio di un orgasmo di proporzioni gigantesche. Scostò ancora un po' le sue bianche gambe ad accogliere l'ultimo affondo e si portò una mano alla bocca aperta.
Un urlo senza forza le violentò la gola; sobbalzò sul letto mentre il suo signore la possedeva con quel pene plastico che le scuoteva le viscere senza sosta. Sentì colare sulle sue cosce il caldo prodotto della sua trance; viscosa e densa voce del suo sesso spossato e ancora piangente.
Rimasero così a lungo, per un tempo che non aveva misura né voleva averne. Intanto la Serenata al Chiaro di Luna del Maestro si spegneva in una dolcissima agonia.
Dopo qualche minuto di silenzio, la ragazza si riprese e tra gli ultimi ansimi sussurrò: "Sai una cosa, tesoro? Adoro Beethoven".