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Hon (Libro)
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Titolo:
Hon (Libro) |
Autore:
Chinga437 |
Contatto:
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Racconto
n° 685 |
Altri
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Il caldo era opprimente, l'estate giapponese, entrata nella sua fase più calda, non dava respiro, l'umidità dell'aria ti colpiva come una fucilata. Maledivo il giorno in cui l'Ente Turismo mi offrì l'incarico di organizzare il nuovo ufficio a Tokyo. Me ne stavo tanto bene nella mia Morioka, umidità bassa, temperatura confortevole, belle ragazze da corteggiare, una vera libidine... invece eccomi qui, a boccheggiare dal caldo fuori, e congelare quando entri in metropolitana, o in un deparment-store. L'amministrazione pubblica della prefettura di IWATE voleva lanciare le nuove attrazioni turistiche invernali, Tokyo è si una città elettrizzante, ma sbattuto qui, per almeno due anni, senza amici, senza un collega di lavoro, ad organizzare il nuovo ufficio promozionale per le Vacanze Invernali dei cittadini di Tokyo, mi sembrava veramente troppo. Ero a Tokyo da solo due settimane. L'Ente aveva trovato per me una graziosa villetta nel quartiere di TABATA, popolare ma comodo come mezzi pubblici e vicino alle più importanti aree commerciali. Il mio compito era di trovare un locale in affitto, arredarlo, assumere ed istruire il personale, avviarlo e poi finalmente fare ritorno nella mia città. Quella mattina come altre avevo appuntamento con un tizio di un'agenzia immobiliare, dovevo vedere un locale nella zona di GINZA, quartiere molto elegante, sicuramente con un grande afflusso di gente, ma quasi certamente molto caro; le opzioni a mia disposizione erano almeno tre, Ginza come detto. Shinjuku e Ikebukuro. Mi trovavo sulla piattaforma della stazione della metro, in attesa del treno; la carrozza si fermò proprio davanti a me, le porte si aprirono, una barriera umana mi si presentò di fronte, non ero ancora abituato a tutta quella massa di gente. Con un po' di fatica riuscii a salire, trovare un posto a sedere neanche a parlarne, almeno sino alla stazione di UENO. Se la temperatura esterna è bollente, qui i ventilatori del treno ti gelano, e la gente ti pigia come sushi; fortunatamente l'altoparlante della stazione annunciò: "Uenooo!! Uenooo!!, con un po' di fortuna, ora avrei potuto trovare da sedere. Detto fatto, si liberò un posto proprio di fronte a una graziosa signora sulla trentina, capelli castano scuro, leggermente ondulati, legati nel classico modo, sopra la nuca quando ci si indossa un kimono o uno yukata. L'espressione del suo viso acqua e sapone era maledettamente intrigante, e malandrina.
Il suo Yukata estivo era di colore nero, la parte bassa creava dei fantasiosi giochi floreali "ton su ton" con il kimono. Sotto indossava un yuban color bianco e l'obi era rosso con motivi geometrici. Come se non bastasse la calura esterna a rendere già gravosa la sopportazione di tale abbigliamento, il tutto era completato dalle calze infradito bianche che consentono di calzare i tradizionali zoory.
Sul viso della poverina si notava una certa sofferenza, ma con grande spirito di abnegazione, di tanto in tanto e, con la grazia che distingue una donna giapponese, asciugava il sudore che le imperlava il viso con piccoli gesti armoniosi. Al suo fianco e di fronte alle sue gambe, una serie di sacchetti e borse di varie misure che quasi occupavano il posto di una persona. La cosa non mi incuriosì più di tanto, è abbastanza normale che in questa stagione una donna viaggi in kimono, o per un party o per un corso di cerimonia del the o ikebana, quindi probabilmente ne contenevano gl'attrezzi necessari all'uso. Ci scambiammo una rapida occhiata, lei fece un cenno di assenso con il capo, a mo di saluto, il tutto corredato da un controllato sorriso che coinvolgeva bocca e occhi. Passarono pochi minuti e il display interno della carrozza annunciava la prossima stazione. "Tokyo station". La signora iniziò a raccogliere le sue cose; a giudicare dal volume e dal peso delle borse le sarebbe servito un facchino, non le sue esili manine. Ci scambiammo un'occhiata di cortesia dopodiché scese dalla carrozza, non senza una certa fatica. Nello scendere non potei fare a meno di ammirare il suo delizioso sedere, sul quale avrei volentieri posato le mani e forse anche qualcos'altro. Fu solo quando il treno ripartì che notai sul sedile dove era seduta un piccolo fagottino, avvolto in un delizioso furushiki (tessuto per avvolgere oggetti). Era troppo tardi per raggiungerla, così decisi di prenderlo e consegnarlo alla polizia ferroviaria.
Arrivai alla stazione di Yurakucho con l'intento di consegnare il pacco al primo posto di polizia, ma all'uscita della stazione ero già atteso dal funzionario dell'agenzia immobiliare, Il signor YOSHIDA TAKEGUCHI; cosi dopo i convenevoli di rito, gli immancabili inchini, scambio di business card, ci recammo a visionare il locale in oggetto. Del piccolo fagottino me ne dimenticai completamente, anzi più di una volta rischiai di lasciarlo in giro.
A sera feci ritorno alla mia villetta, sempre con il pacchetto in mano, e solo allora pensai allo stato d'animo di quella signora, ormai convita di averlo definitivamente smarrito. Fui pervaso da un leggero senso di colpa, però incuriosito decisi di aprirlo. Non nascosi il mio stupore quando vidi il contenuto: si trattava di un libro antico, risalente alla fine del periodo Edo, era una raccolta di documenti su fatti criminosi, sicuramente delitti avvenuti nella zona di Shizuoka circa centocinquanta anni orsono. Il libro era corredato di alcune antiche fotografie riguardanti esecuzioni capitali di banditi comuni, generalmente con il taglio della testa, a volte fatto anche per provare una Katana di nuova costruzione. Probabilmente questo libro le era stato affidato per chissà quale motivo, sicuramente non era suo. Cercai di leggere con attenzione la pagina interna per trovare una traccia, e a piccoli caratteri sopra un timbro rosso lessi: "proprietà della KYORITZU WOMAN UNIVERSITY", il timbrino rosso non era altro che il nome di una persona FUMIKO WATANABE. Consultai l'orologio, tardi per telefonare in Università ma presto per disdire i miei appuntamenti per domani. E così feci. Passai la notte con una certa agitazione, ansioso che arrivasse il nuovo giorno. La mattina non mi colse impreparato, trovai l'indirizzo dell'università, era ubicata nella zona di Jimbocho, quindi non molto lontana dalla mia abitazione. Alle 8.00 mi trovavo già sulla piattaforma del treno e tra un cambio di metropolitana e l'altro ero di fronte ai cancelli dell'università che non erano ancora le 9,00. Il viale di ingresso era tutto alberato con piante di ginko biloba. Ai lati, delle bellissime siepi di azalee rosse, tutte perfettamente curate. Era tutto un via vai di ragazze, mi sentivo osservato in un modo strano; d'altronde mi trovavo in un'università femminile, e certamente non ero un viso noto, di quelli che incontri tutte le mattine. Sentivo le endorfine in circolo anche se per la verità non avevo ancora notato ragazze degne di nota.
Domandai ad una studentessa, piuttosto carina, con un sorriso un po' da ebete ed un po' impaurito, sicuramente si sarà chiesta: "perché questo tizio ferma proprio me". Si guardò un attimo attorno come per cercare aiuto da qualche amica. -"Mi scusi signorina dove posso trovare la segretaria?" Mi indicò un piccola porta a vetro poco più avanti della nostra posizione.
Quando entrai ebbi la sensazione di trovarmi in un'altra dimensione: a parte il fresco dell'aria condizionata, qui il tempo si era fermato, non solo per quanto riguarda la tipologia di arredi del locale, anche il personale stesso dava l'impressione di venire da un'altra epoca. Entrando un'anziana signora mi si presentò di fronte come se dovesse difendere il castello dall'assalto di centinaia di samurai, ma come posò gli occhi sul fagottino che tenevo tra le mani, indietreggiò di alcuni passi, mi fece un sorriso a tutto denti, e cominciò a chiamare, a voce alta, incurante dell'etichetta: "WATANABE saannn!! Watanabe saannn!"
Watanabe san arrivò di corsa con le pantofole ai piedi, quando la vidi capii che era quella graziosa signora del metrò. Il look era decisamente diverso, i lunghi capelli erano semplicemente raccolti dietro e tenuti fermi da una banale pinzetta, i grandi occhiali che portava le conferivano un'espressione da professoressa, una di quelle che non ti danno respiro. Indossava un tailleur grigio scuro, come del resto tutte le sue colleghe in quell'ufficio, la gonna era appena sopra le ginocchia, le gambe erano velate da un paio di calze color carne e la camicetta bianca abbottonata quasi fino al collo non lasciava intravedere nulla, a parte una piccola collana con un pendaglio, raffigurante forse un carattere in sanscrito. Tutto sommato, una donna come se ne vedono tante, però la sua giovane freschezza e quel non so che di inquietante, erano una nota stonata in quell'ambiente che sapeva, per così dire, di antico.
Mi presentai: -"sono il sig. KAZUYA MARUYAMA, immagino che questo sia di sua proprietà. Mi sono permesso di aprirlo, così una volta scoperto il contenuto e a chi apparteneva mi sono precipitato... in qualche modo avrei dovuto farvelo avere prima, ma non mi è stato possibile." Alla vista dell'involucro i suoi occhi si illuminarono come lampioni. -"Io sono la signora FUMIKO WATANABE, direttrice di questa Università, nonché responsabile della biblioteca universitaria. Mi ricordo di voi, ieri in metropolitana, eravate seduto di fronte a me, non mi avete staccato gli occhi di dosso, quasi mi sentivo in imbarazzo." -"Domando scusa, ma ero incuriosito dalla moltitudine di sacchetti e pacchi che vi circondavano."
Fece un lungo sospiro come per scaricarsi della tensione accumulata, poi proseguì: -"Ah! capisco! Non sapete quale peso mi avete tolto dallo stomaco, temevo di averlo perso. Dovevo portarlo a KANDA con tutta quella moltitudine di.. eccetera eccetera come li avete definiti voi, per un restauro.. ma la storia la conoscete, se non lo avessi più ritrovato il mio posto in università quasi certamente valeva meno della vita del bandito al quale fa riferimento il testo. Informerò immediatamente la polizia ferroviaria del ritrovamento"
Porsi il fagottino nelle mani della giovane donna, ed entrambi ci scambiammo un sorriso liberatorio. -"sig. MARUYAMA, considerato il valore del libro vi aspetta una ricompensa del....." Non le feci finire la frase, che immediatamente replicai: -"Non mi dovete nulla, è stato un vero piacere, ma se proprio desiderate sdebitarvi, una tazza di the con voi la berrei volentieri." Mi guardò un po' stralunata, probabilmente per la banale richiesta, poi replicò: -"un the mi pare pochino ma sarei onorata di offrirvi una cena. Vi va bene per questa sera alle 19,00, all'uscita della stazione di SUGAMO?" -"E' perfetto, neanche troppo lontano dalla mia abitazione."
Lasciai l'ufficio dei tempi andati tra saluti e inchini a ripetizione, che contraccambiai cortesemente tra mille sorrisi. Ero palesemente soddisfatto, almeno avrei passato una serata in dolce compagnia, certamente una persona con cui conversare piacevolmente. Passai il resto della giornata a ispezionare locali vari, tra polvere e muratori madidi di sudore. Arrivai a casa con sufficiente tempo per una doccia e un bagno rilassante. Mentre me ne stavo beatamente a mollo a godermi il tepore dell'acqua la mia mente iniziò a fantasticare sulla direttrice universitaria, tanto che iniziai a giocare con il mio pene reso duro sia dall'acqua calda, sia dai pensieri erotici e da desideri, ormai da troppo tempo repressi. Ero piacevolmente assorbito da questa estasi godereccia che non prestai molta attenzione all'ora, tardi!! rimandiamo il gioco ad altro momento, devo sbrigarmi altrimenti non arrivo in orario.
Giunsi alla stazione di SUGAMO con un certo anticipo e aspettai. Lanciai qualche occhiata qua e là, un po' incuriosito, tant'è che notai, seduta, a gambe incrociate su una motocicletta, una di quelle donne alla quale regaleresti volentieri un bel pigiamino di saliva. Sigaretta accesa tra le dita, lunghi capelli castano scuri erano sciolti sulle spalle. Un paio di occhiali neri facevano bella mostra di se sul viso dalla carnagione scura, un rossetto non troppo carico metteva in risalto piccole labbra carnose. Indossava una minigonna da sballo, in pelle nera e le sue gambe ben tornite e gradevoli alla vista erano velate da calze a rete nere. Un minuscolo giubbetto senza maniche anch'esso in pelle nera copriva appena un top trasparente dal quale si potevano ammirare due piccoli seni tondi dai prorompenti capezzoli. Pensai, ecco un delizioso concentrato di dinamite che può farti saltare in qualunque momento. Rimasi li a guardarla, in quel momento non pensavo al mio appuntamento, quando fui portato alla realtà, sentendo pronunciare il mio nome: -"MARUYAMA san, sono qui! non mi vedete? Rimasi attonito, la sexy bomba mi stava chiamando.
Mi avvicinai incuriosito e con imbarazzo. Feci fatica a riconoscere la sig.ra Watanabe. -"Non mi avete riconosciuta? eh! Lo so, ma quando non lavoro sono cosi, l'altra faccia della medaglia. Qui nel quartiere di Sugamo siamo tutti un po' matti. Dai salga che le offro la cena, andiamo nella zona di Ueno in un localino che conosco, frequentato da gente simpatica. Infilati i caschi, spense la sigaretta sotto gli stivaletti dopodiché partì a razzo. Arrivammo nella zona di Ueno, si fermò di fronte ad un locale con molte altre moto parcheggiate all'esterno. L'aspetto del locale dava l'impressione di un magazzino per ricambi di imprecisata natura, ma quando fui dentro l'arredamento era tipico giapponese, un chiaro contrasto della nostra cultura. Gli avventori a giudicare dal vestiario erano quasi tutti motociclisti, mi lanciarono qualche occhiata di indifferenza, non senza lesinare qualche sorriso di stupore, io ero tutto vestito da fighino. Fumiko san entrò, tolse il casco, fu un'innovazione generale. -"ragazziiiiii!! è arrivata lady Shadow". Fu uno scambio reciproco di baci abbracci e vigorose pacche sul sedere. Capii che qui era conosciuta da tutti. Si girò verso di me. Sorrise maliziosamente. -"mi hai vista di giorno, adesso mi conosci nella notte, qui io sono Lady Shadow "la tenebrosa" e nessuno sa che lavoro svolgo."
Passammo la serata in allegria, tra un brindisi e l'altro, ma vederla seduta sulle stuoie di paglia con quella gonna che andava sempre più su, mentre sotto indossava un paio di mutandine mozzafiato, e il top, che lasciava generosamente vedere quei piccoli seni, avevano messo in circolo non solo la birra, ma anche i miei ormoni. Il mio sesso era duro e, per usare una similitudine con questo ambiente, sembrava una moto pronta a scattare a tutto gas.
Lady Shadow capì, si avvicinò alla mia bocca e iniziò a competere con la mia lingua. Anche lei era in un leggero stato di eccitazione. -"Dai andiamo, la notte è ancora lunga, e domani... forse! bisogna lavorare. Salimmo in moto, io ovviamente dietro, mi appiccai a lei per farle sentire il mio sesso, infilai le mani sotto il top e iniziai a pizzicare i suoi capezzoli, li sentivo venire sempre più duri e il suo delizioso culetto spingeva ancora più contro il mio pene. Più accarezzavo quei seni più lei dava gas, e ancora di più saliva la mia adrenalina.
In qualche modo le feci capire di raggiungere casa mia a Tabata. In poco tempo arrivammo a casa, eravamo entrambi eccitati. Volli creare un po' di atmosfera, cosi abbassai le luci di casa, accesi qualche candela qua e là per dare il giusto tocco romantico. Mentre eseguivo questi preparativi Lady Shadow si tolse la gonna, infilò la mano dentro le mutandine ed iniziò impaziente a cercare un temporaneo appagamento alla sua sete di desiderio. Erano le due passate, la casa aveva accumulato il calore della giornata, il caldo umido si era fatto pesante, così chiesi a Lady Shadow cosa desiderava bere. -"Nulla, beviamo dai nostri corpi." La portai vicino a me le sfilai delicatamente il top. Ora quei piccoli seni che tanto mi eccitavano, finalmente erano a nudo, potevo tenere tra le labbra quei turgidi scuri capezzoli. Si sfilò le calze e le mutandine, ormai bagnate del suo nettare. Il suo monte di Venere era li di fronte a me, offerto alla bramosia della mia lingua che era come una moto uscita di pista, seguiva qualsiasi traiettoria pur di rimanere in piedi, come in piedi era lei di fronte a me, con le gambe aperte leggermente piegate per trarre il maggior piacere, mentre la lingua si insinuava in quel bellissimo fiore. Le sue grandi labbra erano gonfie di desiderio, il clitoride si ergeva davanti a me. La sua mano guidava dolcemente la mia testa in una ricerca spasmodica del piacere. Sentii che voleva godere.
Il suo orgasmo arrivò da farla sentire momentaneamente appagata ma non sazia. Ci baciammo a lungo con passione, la sua lingua era un concentrato di delicatezza e forti sensazioni, prepotente nella mia bocca. Mi guardò intensamente negli occhi, i suoi lunghi capelli le coprivano ormai parte del viso e del corpo, poi si chinò verso di me... il mio pene ora si trovava letteralmente immerso nella sua bocca, lo leccava con avidità, ormai era un reciproco scambio di saliva e caldi umori. Come un morbido pennello per fondo tinta, i capelli solleticavano il mio pene rendendolo ancora più turgido, ogni tocco era come una scarica elettrica. Iniziai a stimolare il suo palato con la punta del pene, e questo le procurava un celestiale piacere. Il silenzio della notte estiva era rotto dai mugolii e dai gemiti di piacere dei due amanti. Eravamo come due corridori alla partenza, tesi allo spasmo. I nostri corpi nudi, sudati e palpitanti ormai erano fusi in un unico respiro. Mi spinse a terra e mi cavalcò come la sua moto, il mio pene si trovò nella sua vagina, inondata come un fiume in piena, di nettare dolce e salato, i nostri movimenti erano lenti, ritmati, poi sempre più veloci e come due corridori, anche per noi arrivò la bandiera a scacchi. Ormai esausti coi serbatoi scarichi di energie i nostri corpi abbracciati e con le labbra ancora a contatto si abbandonarono in un sonno rigenerante. Il mattino ci colse ancora nel tenero abbraccio. Sentivo il caldo tepore del suo piccolo manto vellutato contro il mio corpo. I suoi occhi non erano ancora aperti del tutto che iniziò ad accarezzarmi sul pene. Il suo profumo giunse alle mie narici come il delicato aroma del caffè. Guardai l'ora, poi esclamai: "è tardi, devi andare in università!" "Oggi no!" Così la nostra giornata continuò alla ricerca di nuove emozioni.
Lady Shadow mi fece compagnia per tutto il mio soggiorno a Tokyo, ma ancora oggi a distanza di tempo, quando sento il rombo di una moto non posso fare a meno di voltarmi e sentire un brivido attraversarmi la schiena.
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