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Un mattino, per caso...
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Titolo:
Un mattino, per caso... |
Autore:
Kukla |
Contatto:
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Racconto
n° 689 |
Altri
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"Allora Matt? Siamo d'accordo per le 7..ricordi il posto, vero?". Sentii mormorare qualcosa di incomprensibile dall'altra stanza, ma ero sicura che lo ricordasse. In sei mesi non aveva mai mancato un appuntamento, mai dimenticato nulla. Chiusi la porta di casa e, come ogni mattina, mi diressi verso la fermata della Metropolitana, ero un po' in ritardo, ma avrei recuperato, come sempre. Erano ormai passati quasi sei mesi da quel mattino che io e Matt ci eravamo incontrati, io sempre di fretta, lui con la sua solita flemma, in quello Starbuck all'angolo fra la Settima e la 35esima. Io con il mio "Solo, One Shot", lui con il suo lunghissimo American coffee, un veloce e disattento sguardo il mio, un lento fissarmi il suo, quasi imbarazzante. Fingevo di non accorgermene, ma l'insistenza mi provocava vampate di calore in tutto il corpo. Stavo per uscire dal locale quando mi sentii afferrare il polso."Posso avere il piacere?", disse fissandomi con i suoi occhi di un azzurro insultante. Quasi ipnotizzata, ricambiai lo sguardo e mi sedetti lentamente sulla poltroncina di fronte alla sua. La sua mano non mi aveva lasciato il polso per tutto il tempo, ma io non avevo fatto niente perché ciò accadesse. "Sono in ritardo, perderò il ferry per Staten Island", dissi. "Ok, ti lascio andare.questo è il mio numero", fece lui, porgendomi un bigliettino da visita. "Grazie, ti chiamerò" ed ancora confusa mi diressi verso l'uscita. Improvvisamente pensai che non gli avevo dato il mio di numero. Tornai indietro ed inavvertitamente lo scrissi proprio sul bigliettino che mi aveva appena dato, gli toccai la spalla e dissi "Questo è il mio numero" e senza dargli il tempo di proferire parola scappai velocemente, terrorizzata dall'idea di perdere il ferry.
Quel giorno pensai a lui molto spesso e mi domandai come mai ancora non mi avesse chiamato. Tutto ad un tratto mi resi conto di non conoscere nemmeno il suo nome e presi a cercare il bigliettino in borsa. Niente di niente. Fu allora che mi ricordai di averglielo restituito. "Accidenti", pensai... "se non mi chiamerà lui, non avrò neanche la possibilità di farlo io". Mi sarei uccisa in quel momento, maledizione alla fretta. La giornata passò in un baleno, ma arrivata a casa, avevo ancora il pensiero di quell'uomo incantevole che mi aveva fermata per un attimo, un istante , troppo poco. Accesi lo stereo e feci un paio di telefonate, giusto per distrarmi un po'. Stavo per crollare dal sonno, quando sentii, quasi soffocato, il trillo del cellulare provenire dalla mia borsa. Mi affannai a cercarlo, lo trovai, era un numero riservato, tentennai nel rispondere poi premetti OK. Una voce profonda e sicura mi rispose dall'altro capo: "Ciao, sono Matt, ricordi? Stamattina? Allo Starbuck.". Il cuore mi arrivò in gola, trattenni il respiro per un attimo, e con nonchalance risposi: "Sì, sì, certo che ricordo" Come avrei potuto dimenticarlo. "Forse è tardi, ti disturbo.", ed io "No, ma cosa dici... stavo preparandomi per uscire". Falsa come Giuda. "Bene - disse - mi fa piacere che ti stia preparando, perché adesso prenderai un taxi, e verrai qui da me.". Pensai che stesse scherzando e gli risposi candidamente che avevo già un impegno, e lui replicò che sarebbe stato facile inventarmi una scusa dell'ultim'ora. Gli chiesi perché avrei dovuto desiderare di andare da lui, piuttosto che uscire con il mio amico, e lui mi rispose secco e deciso, peccando quasi di presunzione: "Vieni, e lo capirai da sola". Davanti a tanto atteggiamento di sfida, non seppi resistere: "Via e numero, please". La sua risposta fu l'ultima cosa che sentii dall'altro capo del telefono. Ancora incredula, posai il cellulare e mi diressi verso la doccia, pensando già a quello che avrei indossato, ipnotizzata ancora una volta dalla voce di quell'uomo sconosciuto. Chiamai il taxi e mi parve di arrivare in un lampo a Tribeca, si fermò davanti ad un bellissimo palazzo, da poco restaurato, con tanto di portiere con livrea. Pensai di essermi sbagliata. Controllai, l'indirizzo era quello. Salii in ascensore e quando, arrivato al piano, si aprì, mi ritrovai all'ingresso di una casa bellissima, dove i marmi ed il parquet parevano fondersi perfettamente, come il latte ed il caffè. Intravedevo sul fondo una finestra angolare, con una vista mozzafiato, ma ero pietrificata, non riuscivo a muovere un passo, intanto sentivo della musica provenire da un'altra stanza. Pensai che seguendola avrei trovato finalmente il mio uomo misterioso. Camminavo in punta di piedi, quasi volessi celare la mia presenza. Non vidi nessuno, mi girai e mi diressi verso il finestrone angolare che avevo scorto: da togliere il fiato, un panorama straordinario. Riflesso nel vetro, vidi sopraggiungere un'ombra sfocata che lentamente prendeva corpo. Era lui, tremavo, non riuscivo a voltarmi, aspettavo quasi conscia che sarebbe stato lui a toccarmi per prima. Appoggiò le sue mani sulle mie spalle, un brivido mi attraversò la schiena. Mi girai, e lui era lì, con i suoi occhi azzurri fissi dentro i miei. Indossava un pullover blue di cotone leggero ed un paio di jeans. Non sembrava nemmeno lo stesso uomo che avevo incontrato la mattina, il tipico tycoon newyorchese, che sorseggia il suo caffè, controllando sul pc l'andamento del mercato azionario. Mi sentii a disagio, ero troppo elegante, avevo scelto una mise sbagliata. Non diceva nulla, mi fissava in silenzio mentre mi slacciava la cintura dell'impermeabile leggero che indossavo sopra un semplicissimo tubino nero. Il tubino per tutte le occasioni, mi ero detta. Ma in quel momento non importava più, lui mi guardava fissa negli occhi e tutto ciò che riuscivo a pensare era che mi sentivo eccitata, già bagnata solo al pensiero che le sue mani continuassero a denudarmi. Non riuscivo a muovere un dito, avrei voluto accarezzarlo anche io, ma chiudevo gli occhi immobile e lo lasciavo fare. Più volte la sua bocca si avvicinò alla mia, sentivo il respiro sul mio viso, ma non ci baciammo. Le bretelle del tubino scivolarono, così some lentamente scivolarono le sue dita sui miei capezzoli che erano ormai dritti, il mio seno sembrava esplodere dal reggiseno a balconcino, sembrava ribellarsi a tanta costrizione. Fu allora che lo baciai, quasi furtivamente, che cercai la sua lingua, che volli conoscere il suo sapore. Mentre mi accarezzava la schiena dolcemente, quasi facendo dei disegni con le dita, gli sfilai il pullover e spinsi il mio corpo contro il suo. Gli tenevo la testa fra le mani e delicatamente la indirizzai verso il basso, volevo che soffocasse tra i miei seni, che si nutrisse, che li mordicchiasse, che ci giocasse un po'. Quando ci distendemmo sul tappeto avevo già goduto, Trovò le mutandine umide e ne sembrò felice. Lo supplicai di leccarmi, ma mi disse che aveva desiderato entrare dentro di me dal primo momento che mi aveva notata in quel bar, e che adesso non avrei potuto più negaglielo. In realtà, anche io lo avevo desiderato, e quando sentii che il suo membro stava entrando impetuosamente, emisi un grido di dolore e piacere. Breve ma intensissimo. Ora eravamo una cosa sola. Lasciai che facesse tutto lui, mi abbandonai, chiusi gli occhi, sussultai ad ogni colpo, seguii i suoi movimenti, assecondandoli. Venni dolcemente, e lui subito dopo di me. Sentivo colare il suo umore caldo all'interno delle mie cosce, lo volli toccare, assaporarne il gusto. Quella notte lo facemmo ancora ed ancora, non mi stancai di stare inginocchiata dinanzi a lui, di sentirmi padrona del suo sesso. E lo ero.
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