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Cena di lavoro
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Titolo: Cena di lavoro
Autore: Salina
Contatto:
Racconto n° 693
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Stava terminando di pettinarsi, ormai pronta per uscire, quando lui le si avvicinò e, con noncuranza, le disse: "Dopo, mentre sarai a cena, ti manderò un sms e ..."
Lei ascoltò quello che lui diceva affascinata e scandalizzata: "Non posso!", protestò. "Ma sei matto? Ma è una cena importante: il dott. S. ha invitato apposta anche 2 grandi della Direzione Medica Generale!"
"Appunto per questo: stasera!".
Si salutarono sulla porta con un bacio leggero a fior di labbra, poi lei scese di corsa le scale avviandosi al garage.
Arrivò al ristorante quasi contemporaneamente a Gloria, la collega con la quale avrebbe dovuto svolgere il lavoro di ricerca di cui avrebbero discusso proprio quella sera a cena.
"Sono stanca morta, avrei preferito andare a letto, non uscire a cena stasera!"
"Anch'io avrei preferito andare a letto..."
Scoppiarono in una squillante risata e si avviarono verso il tavolo dove avevano riconosciuto ad attenderle il dott. S. e i 2 grandi capi della Direzione Medica.
Saluti, presentazioni, soliti convenevoli.
Menu squisito, scelto con cura, ottimo vino, conversazione da subito focalizzata: era veramente un lavoro importante, una ricerca prestigiosa ed interessante dal punto di vista scientifico e anche molto ben remunerata, a quanto sentiva.
Come Gloria, anche lei si mostrava attentissima, interveniva chiedendo spiegazioni, chiarimenti, ma i suoi pensieri erano lontanissimi, distanti, centrati sul cellulare, solo sul cellulare.
Non aveva potuto metterlo sul tavolo (troppo da cafona), e allora l'aveva lasciato nella borsetta, dietro di sè, in modo da poter sentire facilmente (così sperava) il segnale di arrivo del messaggio.
Ogni tanto, come casualmente,fingendo di frugare nella borsa, controllava il display, se per caso le fosse sfuggito il segnale acustico.
E poi , di nuovo, rientrava nella conversazione, rispondeva, commentava. Ma era faticoso e difficile.. e poi non poteva fare a meno di pensare a lui con un misto di gratitudine per quella sottile eccitazione che sentiva crescere sempre più dentro di sè e di rabbia per averla messa in quella situazione assurda: si discuteva una delle occasioni migliori per la sua carriera e lei si preoccupava unicamente di un sms.
Ma, ad un tratto, eccolo il bip- bip del messaggio in arrivo e proprio mentre stava rispondendo ad una domanda che le avevano appena rivolto.
Finì in qualche modo la frase, prese il cellulare e, finalmente, lesse: "Vai in bagno, tesoro, toccati e vieni per me, mia dolce, bellissima puttana." La frase che lui le aveva promesso.
Si alzò cogliendo per un attimo lo sguardo un po' sorpreso degli altri e andò in bagno.
In bagno subito si appoggiò alla parete e il freddo delle piastrelle sulla schiena lasciata nuda dal top le diede un leggero, sottile brivido.
Di fronte a lei c'era un lungo specchio che la rifletteva quasi per intero: per un attimo restò ferma a guardarsi, poi si sollevò la lunga gonna di lino e l'avvolse intorno alla vita.
Guardava un po' ipnotizzata il suo perizoma bianco: sembrava splendere tra le cosce abbronzate.
Lo tolse e, quasi con affanno, si infilò un dito in bocca succhiandolo avidamente e poi, allargando un pochino le gambe, lentamente cominciò a passarselo là dove ora era bagnatissima. Per un tempo lungo pochi, interminabili secondi, si impose di sfiorarsi solo con il polpastrello, ma poi lo infilò dentro di sè. Era caldissima e fradicia e mentre spingeva il dito in fondo più che poteva e trasudava tutto il suo miele.
Appoggiata alla parete, con la bocca socchiusa, si guardava allo specchio e si eccitava sempre di più. Ora aveva i capezzoli durissimi, tanto duri che le facevano male, tanto duri che imploravano una bocca che li succhiasse e li mordesse.
Continuava, sempre più velocemente e affannosamente, a muovere il dito, ora spingendolo a fondo con forza, ora tirandolo fuori e premendolo sul clitoride, ora strisciandolo nelle pieghe dell'inguine. Lo metteva in bocca, se lo passava sulle labbra, lo annusava, lo leccava. Non smetteva, incapace di fermarsi o di rallentare, straziata tra il desiderio di prolungare il più possibile quel piacere stregato e il bisogno di lasciarlo esplodere dentro di sè.
Fino a quando non si avvicinò allo specchio, vi appoggiò le labbra e baciandosi, baciando la sua bella bocca riflessa, lasciò che tutto succedesse: in un attimo fu come se mille scariche elettriche le attraversassero il corpo, mille brividi, come raggi infuocati, si irradiassero da quel sole incandescente che splendeva tra le sue gambe si diffondessero sotto la sua pelle e mille folate di vento caldissimo e gelido la frustassero senza sosta.
Lo chiamava, lo invocava con voce bassa e appena sussurrata, mentre avrebbe voluto gridare e gridare e gridare ...
E poco dopo, di nuovo seduta al tavolo, sorridente e sicura, padrona della conversazione: "Si, certo, credo che i dati sulla tollerabilità che abbiamo raccolto l'anno scorso siano ancora utilizzabili..."