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Schiavi nel passato
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Titolo:
Schiavi nel passato |
Autore:
Pat e Stefy |
Contatto:
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Racconto
n° 696 |
Altri
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Qualche rumore proveniente dalla strada mi svegliò la prima sensazione fu di tranquillità come accadeva ormai da quasi due anni, i problemi economici erano praticamente risolti, il lavoro andava bene, la nostra piccola latteria - bar rendeva, non avevamo molto da parte ma avevamo finito di pagare la casa ed incominciavamo ad intravedere l'uscita da un brutto e lungo tunnel di disperazione. Spesso mi capitava di sognare le brutte situazioni che con Stefano il mio compagno avevamo vissuto, i problemi, i debiti, le angosce, quelle cose terribili che avevamo .., che ci erano successe ed era un vero grande sollievo svegliarsi sapendo di averle superate. Destarsi, prepararsi ad affrontare la giornata dicendosi :"OK Patrizia, ce l'abbiamo fatta, è stata dura ma ora.. ora è tutto in discesa"- Quella notte avevo nuovamente sognato, ed era molto tempo che non accadeva, la "Signora" si faceva chiamare la "Castellana" o la Signora del Castello" che in realtà era poi una villetta a tre piani con tavernetta, piuttosto isolata di cui era l'unica proprietaria. Mi voltai, Stefano dormiva ancora, tornai con la mente ad una delle ultime volte, anzi forse proprio l'ultima che i suoi uomini ci avevano portato in quel posto: la ricordai alta, bionda, sulla quarantina, una bella donna, leggermente robustina, un gran bel seno, vestita come era raffigurata in alcuni dipinti Lucrezia Borgia, almeno. questo era quello che lei sosteneva. La stanza ricavata nel piano sotto al livello stradale era rivestita di buon legno, con alle pareti diversi dipinti: uno raffigurava scene di scorrerie di eserciti turchi o saraceni, guerrieri armati con spade ricurve, corti archi e lance, dall'espressione brutale e feroce che trascinavano via prigionieri uomini e donne seminudi. In un altro una cena con Patrizi romani intenti a farsi servire da giovani schiavi e schiave coperti solo da leggeri veli attorno ai fianchi, abbondanti piatti di cibi, pesce, frutta e riempire coppe di vino. Il pavimento era coperto da una moquette rossa con enormi cuscini neri, noi eravamo completamente nudi, io ero intenta a sollazzarla, le alzavo le vesti provvedendo a baciarle e leccarle le cosce. Poi le introducevo la lingua nelle sue intimità vaginali esplorandole, facendola gemere e gridare dal piacere, lei mi passava le mani tra i capelli, mi accarezzava, lisciava e quasi graffiava le spalle e le braccia. Mentre uno dei suoi amici, un bestione, grosso, dal faccione rubicondo e dai capelli rossi mi sodomizzava comprimendomi e palpandomi le tette con grosse mani umide di sudore.. Stefano invece aveva dovuto anche lui allietare con la bocca e poi successivamente penetrare un'amica della "padrona", bruna, alta e magra, un tipo "fine", con occhialini da vista dalla montatura azzurra. Mentre un negro, alto, completamente calvo, dalla pelle color cioccolato, lo stava prendendo da dietro con colpi continui e regolari, tenendogli le sue forti mani sulle spalle. Fuori dalla porta socchiusa avvertivamo la presenza di un'altra coppia che aspettava il suo turno per entrare e divertirsi anche loro con noi, nel frattempo bevevano, fumavano scambiando alcune parole con i due uomini che ci avevano accompagnato con l'auto in quel posto. Parole e frasi per informarsi su quello che potevano o non potevano farci e su quanto.. beh sarebbe stata una notte molto lunga, fino all'alba, lo sapevamo bene come non potevamo non pensare a quella grossa busta gialla, quasi un pacco che era poggiata su uno dei mobili della stanza... il corso doloroso dei ricordi fu interrotto da Stefano. Si era svegliato e mi baciò prima sulla bocca poi sulle spalle lasciate nude dalla canottiera e sulla scollatura, mi guardò e chiese: "Ti sei agitata, brutti sogni?" Annuii restituendo le sue effusioni e lui aggiunse, girandosi sulla schiena e fissando il soffitto: "Lo so, a volte tornano certi incubi e quello è niente, in certi casi ti sembra di vedere in giro, di incontrare qualcuno che....."- Lo fermai poggiandogli due dita sulle labbra e dicendogli: "Dai è tutto passato, finito!"- Lui sorrise, mi prese la mano e sottolineò: "Certo, poi oggi è un giorno speciale, dai preparati che andiamo da Francesca" "Certo!" risposi. Avevamo un appuntamento con la nostra amica, era intenzionata a darci in gestione uno dei locali che aveva ereditato dai genitori, un'osteria bene avviata; eravamo contenti, avevamo tanti progetti e non vedevamo l'ora di parlarne con lei. Per noi sarebbe stato indubbiamente un bel "salto di qualità", un aumento di entrate che avrebbe risolto definitivamente certi "problemi" che ancora avevamo con una persona. Scaraventai via il lenzuolo e balzai giù dal letto, ci alzammo. Era una splendida mattina di giugno. Poco dopo colazione però squillò il telefono, andò a rispondere Stefano, era proprio Francesca. Notai subito che l'espressione tranquilla, allegra con cui aveva alzato il telefono si era quasi subito trasformata in una più seria, sorpresa, turbata, quasi preoccupata. Lo sentii pronunciare le parole: "Si si certo però non capisco..... va beh d'accordo, come vuoi" Mentre riponevo il latte in frigo chiesi leggermente allarmata: "Ha cambiato idea? vuole rimandare la questione?" Rimase un secondo come assorto, mangiò un altro biscotto poi rispose: "No, no, almeno spero.. ha solo spostato l'appuntamento, non al Mocambo dove avevamo in programma di discutere della cosa prendendo l'aperitivo. Vuole vederci invece nell'ufficio interno di quel negozio che sta facendo ristrutturare, oggi gli operai non ci sono e quindi sostiene che staremo molto più tranquilli" "Molto più tranquilli, perchè?" domandai sorpresa. Stefano: "Non ha voluto precisare, s'è limitata ad accennare ad alcune questioni che sono saltate fuori piuttosto particolari ed imbarazzanti, non ha voluto aggiungere altro, certo aveva un tono strano, "freddino" direi"- Ero sempre più sorpresa: "Ma che diavolo..., che problema può esserci?"- Stefano anche lui piuttosto preoccupato concluse: "Su è inutile che stiamo a pensarci, tra un paio d'ore sapremo tutto"- Poco tempo dopo, parcheggiata l'auto vicino al luogo dove Francesca ci aveva dato appuntamento, scendemmo dalla macchina e ci avviammo verso l'entrata del negozio, visibilmente erano in corso dei lavori, l'insegna era stata tolta, parte delle vetrine erano coperte da teli e fogli di giornale. Dai punti liberi si intravedeva un interno in cui erano visibilmente in corso ristrutturazioni, le scansie erano state smontate, si notava la presenza di materiale edilizio, idraulico ed elettrico, c'era una scala appoggiata ad una parete ed un piccolo ponteggio usato probabilmente per l'imbiancatura, dal soffitto pendevano delle lampadine come illuminazione provvisoria. Eravamo un po' in anticipo quindi girammo per qualche minuto, guardando qualche vetrina e buttando un'occhiata ai titoli dei giornali esposti nell'edicola poi tornammo verso quel negozio ed in quel momento incrociammo un signore che usciva proprio dalla porta che presto avremmo varcato. Ci fissammo per qualche istante, non era un volto nuovo, anche se non riuscivo a ricordare dove potevo averlo incontrato; notai che anche Stefano aveva quell'impressione, piccolo di statura forse un paio di centimetri più basso anche di noi, molto stempiato, pochi capelli e corti baffi neri, occhi celati da un paio di occhiali scuri. Camicia sportiva scura e completo bianco - panna, ci fissò con un'espressione ironica, un sorrisetto antipatico appena accennato, poi attraversò la strada, aprì la portiera dell'auto, ci riservò un altro sguardo, scosse leggermente la testa, si tolse la giacca e ridacchiando salì in macchina. Voltandoci verso il negozio notammo che Francesca dalla vetrina aveva seguito tutta la scena, ci fece cenno di entrare, ci salutammo, in effetti appariva un po' "distante", freddina proprio come aveva notato Stefano al telefono. Ci invitò nell'ufficio sul retro del negozio, chiuse la porta e ci indicò un divanetto dicendo di sederci, lei prese uno sgabello e ci si piazzò sopra; era una ragazza alta, longilinea, un po' troppo magra, non bella ma carina, simpatica, capelli neri portati molto corti. Quella situazione finì con l'aumentare il nostro disagio, lei si era messa, forse involontariamente come in una posizione di dominio. La guardammo ansiosi di sapere cosa stava succedendo, io mi azzardai a chiedere: "Francesca c'è qualche problema?"- Lei si accese una sigaretta, poi finalmente si decise a parlare: "Ragazzi sono saltate fuori delle cose che.... ecco io... guardate, se non fossimo veramente amici vi avrei detto che era saltato tutto e che non se ne faceva niente, ma con voi.... si insomma voglio almeno cercare di capire." "Non capisco cosa stai dicendo, cos'è saltato fuori?"- domandò con un certo comprensibile timore Stefano. Francesca ci guardò oltre il fumo della sigaretta poi chiese nuovamente: "Non capite? Conoscete il tizio che avete incontrato prima?"- Stefano alzò le spalle io le risposi che si, ci sembrava di averlo già incontrato, ma non riuscivamo proprio a ricordare dove, ci stavamo pensando, del resto lo avevamo visto così di sfuggita. Lei spense la sigaretta e rise in maniera notevolmente nervosa poi disse: "E' il consulente per gli impianti di allarme che ho pensato di installare nei negozi e nei due locali, anche in quello che pensavo di farvi gestire, era un conoscente di mio padre."- Quel "pensavo di farvi gestire" ci colpì come una frustata, lei ignorò la nostra reazione e continuò: "Venerdì scorso era presente, una brevissima visita per prendere un paio di accordi, alla festa che ho organizzato, c'eravate anche voi ricordate?" Assentimmo e Francesca proseguì: "Bene, il giorno dopo mi telefona e ...... mi parla di voi, a quanto pare, invece, lui vi conosce, anche troppo bene mi sembra, e molto di più di quanto vi conosca io"- Il tono della nostra amica stava diventando sempre più teso, pieno di evidente rancore e delusione verso di noi, si interruppe qualche istante e prima che potessimo porre qualche domanda, chiedere un chiarimento aggiunse: "Insomma sembra che sia stato molto intimo con voi, con tutti e due intendo" "Cosa?"- gridò Stefano. "Senti Francesca, non capisco cosa stai dicendo, noi non......"- provai a dire anche se qualche cosa dal profondo della mia mente stava riemergendo, avvertivo anche che un certo disagio si stava impadronendo del mio ragazzo. Francesca troncò comunque i nostri tentativi ed alzando il tono della voce affermò: "Quell'uomo asserisce di aver avuto rapporti sessuali con voi, anzi senza tanti complimenti mi ha detto di avervi fatto il culo... chiaro! Vi ha descritto molto bene, scendendo in certi particolari, i tuoi bei capelli castani con meches biondo chiaro, Patrizia, piccola ma ben fatta con le curve al posto giusto, due belle tette, cosce ben tornite e bel culo ha sottolineato. Preciso anche su di te Stefano, bei lineamenti, faccino carino, mani piccole, ben proporzionato, non s'è trattenuto dal precisare che è stato un vero piacere "sfondarvi" il sedere, poi ha aggiunto di aver dovuto pagare per... per le prestazioni e non poco ha chiarito. Insomma ha voluto avvertirmi che a quanto pare voi due avete fatto parte di un giro di prostituzione con incontri di tutti i tipi, ho sentito cose incredibili... ah poi si, ha anche premesso che probabilmente non l'avreste riconosciuto. Come posso ora?..... vi voglio bene ma capite che devo sapere, voglio capire chi siete veramente, come posso fidarmi di voi."- Il tono della voce si stava incrinando, dalla collera sembrava passare ad un momento di commozione quasi di pianto, sapevamo che ci voleva bene, c'era tra noi un grande rapporto fatto di affetto, amicizia, sicuramente Francesca era una carissima amica. Ora stavano venendo fuori cose che speravamo rimanessero sepolte per sempre in un brutto tremendo passato purtroppo recente e che mai avremmo voluto fossero conosciute da chi frequentavamo, amici, conoscenti, in particolare proprio da lei, ora invece.. Scambiai alcuni sguardi tesi, eloquenti con Stefano prendendoci per mano, anche lui era molto emozionato, stava ricordando, sicuramente dolorosamente... stavamo morendo di vergogna, avremmo voluto nasconderci sotto terra, avvertivamo un vero disagio anche fisico. Passato qualche interminabile minuto durante i quali la nostra amica continuò a fissarci fumando nervosamente un'altra sigaretta, mi decisi a parlare. "Senti Francesca" precisai subito "Ti chiediamo perdono, non volevamo assolutamente ingannarti, abbiamo purtroppo vissuto momenti molto brutti cose che speravamo nessuno venisse mai a sapere, credevamo fossero completamente sepolte, roba passata invece ora ce le troviamo davanti ed è tremendo"- Provavo qualche difficoltà a continuare, Stefano intervenne: "Si vedi.. verso di te abbiamo intenzioni assolutamente corrette ed oneste, ti assicuriamo che queste brutte faccende sono per noi un capitolo chiuso, vogliamo essere degni della tua fiducia, siamo stati costretti, ma ora..."- Ripresi subito il discorso: "Si esatto, un capitolo chiuso, ma credo tu abbia il diritto di sapere, anche per la fiducia che ci stavi accordando, sei la nostra migliore amica, ti racconteremo tutto poi deciderai tu. L'opportunità che tu ci stavi per dare per noi era molto importante, però comprendiamo benissimo... comunque ora saprai tutto e saprai come regolarti con noi, ci mettiamo nelle tue mani."- Sottolineai quelle parole alzando in alto le braccia ed iniziai a raccontare:
Cinque anni fa prendemmo in gestione un'osteria, tutto sembrava procedere bene, anche se ci eravamo caricati di debiti, oltre al mutuo per la casa, ripensandoci riteniamo ancora di aver avuto in quella situazione ben poche possibilità di scelta considerato che dopo la chiusura della principale azienda della nostra vallata ci eravamo trovati tutte e due senza lavoro. Pensammo di investire in quell'impresa le liquidazioni, ed i nostri risparmi L'inizio fu difficoltoso ma ci sembrò di ingranare abbastanza bene poi invece tutto cominciò ad andare storto, la forte concorrenza, la nostra poca esperienza, problemi burocratici, un brutto tiro che ci giocò il proprietario dei locali che ci fece trovare davanti a spese impreviste, insomma in breve ci trovammo in un mare di guai. Non voglio dilungarmi, mi limito a dirti che le banche ci chiusero ogni credito, correvamo il rischio quindi di perdere tutto, la casa ed i soldi impegnati in quell'operazione.. Avemmo un ultimo colloquio, in una calda mattina estiva, con una funzionaria della banca, una signora sulla cinquantina, insistemmo, pregammo, lei ci ascoltò per diversi minuti mal celando un evidente disinteresse e guardandoci comunque in un modo...., prima ostile poi passando i minuti strano..... equivoco. Sembrava che oltre a non interessarle molto la nostra situazione e i problemi che le stavamo presentando, stesse pensando a ben altro; ad un tratto chiuse l'argomento e ci indicò la porta, ma poi un attimo prima che uscissimo dall'ufficio, ci fermò. Ci invitò a tornare vicino alla scrivania ed a sederci nuovamente davanti a lei, con un strana espressione ci fissò, facendo scorrere lo sguardo su di noi come se valutasse attentamente il nostro aspetto fisico. Mi accorsi che riservò una certa attenzione alle mie gambe lasciate scoperte dalla gonna leggermente corta del vestitino estivo che indossavo e che naturalmente ben poco nascondeva delle forme del mio corpo, la scollatura, il seno; notai che fece scorre lo sguardo sulle mie braccia, nude fino alle spalle. Esaminò visibilmente anche Paolo che portava una bella Lacoste azzurra che gli fasciava bene il torace, guardò le sue mani, il volto, poi ci consegnò un foglietto su cui era scritto un recapito suggerendoci di prendere contatto con queste persone, e ci accompagnò alla porta. Mentre ci salutava ci parve di scorgere una luce maliziosa nei suoi occhi. Si trattava dell'indirizzo di uno studio finanziario, un nome che non avevamo mai sentito. Prendemmo un appuntamento e ci andammo, si trovava cinque o sei chilometri oltre la zona industriale a nord del paese, una palazzina isolata di due piani con giardino. Sulla targa posta sul cancelletto c'erano due nomi, con lo stesso cognome, Sanniri, caratterizzati da due titoli professionali diversi: un ragioniere ed un avvocato. Appena entrati ci trovammo in una situazione incredibile, se avessimo avuto un'altra possibilità, un altro posto dove "sbattere la testa" saremmo scappati via subito. Fummo perquisiti e..... "Perquisiti?" domandò Francesca interrompendo il racconto, togliendosi per un attimo gli occhiali e spalancando i suoi occhioni verdi. "Si " confermò Stefano, annuendo con infinita tristezza e passandosi una mano sopra agli occhi come per scacciare quei ricordi. Ripresi a raccontare: "Si fummo perquisiti da due brutti tipi che purtroppo avemmo modo di incontrare ancora e conoscere anche troppo bene: uno era di altezza media tarchiato, folta capigliatura nera, grossi baffi, pancia prominente sulla quarantina; l'altro, alto, atletico, capelli biondi lunghi raccolti a coda di cavallo certo molto più giovane, sulla trentina direi. Il secondo piuttosto elegante, vestito grigio scuro e camicia sportiva azzurro chiaro, il primo indossava una bella camicia bianca, colletto aperto in cui si intravedeva sul petto molto peloso una vistosa catena d'oro con ciondoli. I due figuri, dal comportamento molto volgare, violento, minaccioso non si curarono assolutamente di nascondere che entrambi portavano una pistola infilata nella cintura dei pantaloni ed assolsero al loro incarico con evidente piacere facendoci quasi spogliare. Dopo il... trattamento, ci fecero salire al piano superiore dove si trovava l'ufficio dei loro capi, molto elegante, mobili pregiati, tappeti, quadri, un paio di piccole sculture in marmo bianco, due grandi acquari e belle piante da interno. Un arredamento ricco, forse con alcuni elementi che però stridevano tra loro, troppe cose, quasi come raccolte ammucchiate e dove il buon gusto pareva piuttosto assente, l'ambiente era spazioso con due grosse scrivanie in legno antico massiccio, poste una di fronte all'entrata della stanza e l'altra sulla destra. In mezzo ad esse c'era una scrivania, piccola, di tipo moderno con sopra due computers dallo schermo piatto su cui scorrevano dei Saver Screen pornografici. Sulla sinistra della stanza invece era stato ricavato un angolo salotto con divanetto, tre poltroncine di pelle nera, tavolino di cristallo ed un mobile bar ben fornito. I fratelli Sanniri ci fecero accomodare su quelle poltrone; l'avvocato, il più anziano sulla sessantina, capelli grigi, platinati portati molto ordinati, evidentemente impomatati, non alto ma robusto di corporatura, inforcava un paio di occhiali dalle lenti azzurrate. L'altro era più giovane, alto, capelli brizzolati, normali occhiali da vista con montatura di metallo, entrambi sfoggiavano completi con doppio petto e cravatte dal nodo grosso, il primo parlava con un voce resa roca probabilmente dalle abitudini di forte fumatore. Tutti e due usavano un tono mellifluo, falso, viscido, ridevano scoprendo una fila di robusti denti, con un riso, un'espressione priva della pur minima simpatia, del più piccolo accenno di calore, assomigliava più al ghigno di una bestia. Un sorriso che ricordava quello di un coccodrillo, con occhi freddi, gelidi, come quelli di uno squalo; come avrai capito Francesca, e dal tuo sguardo penso proprio che hai afferrato la situazione, finimmo nelle mani di due delinquenti: due maledetti usurai. Tanto falsamente gentili, disponibili e pronti nel concederci il prestito di cui avevamo necessità per non perdere la casa ed il bar su cui avevamo buttato tante fatiche e sacrifici, tanto furono dopo cattivi, feroci, sadici nell'approfittare di noi. Francesca che fino a quel momento aveva ascoltato in silenzio, chiese visibilmente turbata: "Ma non potevate cercare prestiti da amici, parenti, cercare aiuto, consigli?"- Risposi alla sua domanda scuotendo la testa con grande malinconia, Stefano provò a spiegare un po' la situazione: "Ci vergognavamo, molti ci avevano sconsigliato, avvertendoci giustamente che stavamo facendo il passo più lungo della gamba, una frase che ci sentimmo ripetere spesso. Anche il tuo povero papà ci suggerì espressamente di continuare almeno per qualche altro anno a lavorare come dipendenti, magari proprio come camerieri in qualche locale per farci un po' di esperienza. Noi invece non volemmo avere pazienza, ignorammo consigli e raccomandazioni così..."- "Già, fummo dannatamente stupidi e testardi e ne pagammo le conseguenze" Confessai, e guardandola sorridendo leggermente aggiunsi "Tu allora eri una ragazza spensierata, tutto studio e sport, non fumavi nemmeno, abbiamo ritenuto non fosse assolutamente il caso di parlarti di problemi di quel genere. Purtroppo la morte di tuo padre ti ha costretto a farti carico di tante questioni e devo dire che è opinione generale che te la stai cavando benissimo." Per la prima volta da quando eravamo entrati in quella stanza Francesca abbandonò per un attimo quell'espressione severa con cui ci aveva accolti, sorrise e mi sfiorò il braccio dalla spalla fino alla mano con una leggera carezza, invitandomi con lo sguardo a continuare il racconto.
Dopo alcuni mesi, cominciarono ad arrivare le richieste di denaro, per somme sempre più grosse, gli avvisi più o meno chiari, le minacce, le visite sgradevoli di quei due tipi. "Vi minacciarono?"- Chiese Francesca. Stefano annuì ed io risposi: "Naturalmente! prima verbalmente, poi qualche brutto scherzo, atti vandalici, infine iniziarono visite sgradevoli in cui presero a toccarci, palparci, metterci le mani addosso, non mancarono di farci capire che potevano farci di tutto, umiliarci, picchiarci, usarci violenze di ogni genere. Ridacchiando e pronunciando frasi oscene ci dissero chiaramente che per loro un culo, insomma era un culo e che come già ci avevano praticamente spogliato e visto nudi, potevano andare ben oltre, che eravamo nelle loro mani e che bastava un ordine dei signori Sanniri." Francesca naturalmente domandò: "Non reagiste, non li denunciaste?"- Stefano: "Si... provai a reagire ma.."- "Ma ci fecero subito capire che sarebbe stato molto peggio, lo fermai, me lo avrebbero ammazzato di botte"- le precisai e continuai "In quanto a procedere per una denuncia ce ne fecero passare subito la voglia, ci terrorizzarono"- Stefano: "Già.... ci sequestrarono una sera dopo la chiusura del locale"- Francesca ci guardò estremamente "presa " dal racconto, fissò prima lui poi me ed io continuai a raccontare. "Ci afferrarono prima che salissimo sulla macchina per tornare a casa e ci fecero salire su di un furgone, ci condussero in un casolare abbandonato in mezzo alla campagna, sotto la minaccia delle pistole ci fecero spogliare completamente. Poi presero due grossi e nodosi bastoni di legno, io mi inginocchiai e li implorai di non farci del male, di non bastonarci, che avremmo fatto di tutto per trovare dei soldi, che se proprio volevano ci violentassero ma non ci massacrassero di botte. Non mi vergogno a dire che implorai pietà... loro ridendo tirarono fuori il pene e ci costrinsero a prenderlo in mano ed a masturbarli; qualche istante dopo squillò il loro cellulare, l'uomo grosso tarchiato rispose e rimase in ascolto, lo sentimmo dire: "Si, sono nudi e ce lo stanno tenendo in mano"- Poi rivolse lo sguardo verso il compare e con un cenno fecero capire a lui di interrompere la "punizione" ed a noi che per quella volta poteva bastare ma che era chiaro che la prossima non si sarebbero fermati, ci lasciarono rivestire e ci ricondussero a casa. In preda al terrore non osammo parlare con nessuno di questa storia, di queste persone di cui ormai eravamo schiavi ne tantomeno pensare ad una denuncia, abbiamo sbagliato ma che altro potevamo fare?" Francesca ci fece capire con lo sguardo che comprendeva anche se non approvava, continuai nel racconto: "Inoltre i due usurai furono astuti, ci incastrarono, dopo qualche giorno ci fecero una visita e ci proposero una riduzione del debito se avessimo partecipato a certi loro affari poco puliti; all'inizio ci proposero solo di collaborare a far "girare" merce di dubbia provenienza. Per lo più si trattava di opere d'arte rubate, a volte nel garage annesso all'osteria portavano un'auto di grossa cilindrata o una moto di lusso, che poi il giorno dopo veniva fatta sparire da loro complici. In un'occasione notammo che l'auto era ammaccata e recava tracce di sangue sul paraurti. Ci domandammo pieni di vergogna chi o che cosa stavamo coprendo. Quando capitava che venissero a mangiare gruppi di turisti stranieri scesi in un albergo sorto nelle vicinanze, ci costringevano a clonare delle carte di credito con un apparecchio che ci consegnarono appositamente.. Erano reati, lo sapevamo bene, ci stavano strettamente legando a loro in una spirale soffocante, ma così potevamo tirare avanti ed evitare violenze... in fin dei conti dicevamo a noi stessi cercando di fabbricarci una sorta di alibi morale, arrecavamo solo qualche danno probabilmente trascurabile a persone ricche dal reddito alto. Poi però dopo qualche mese arrivarono a chiederci cose che per quanto impauriti e disperati non potemmo, non volemmo accettare, spacciare droga e scatoloni dal contenuto sconosciuto. Quando li controllammo, scoprimmo che si trattava di materiale dal contenuto per pedofili, foto e videocassette schifose, roba nauseante, rivoltante... rifiutammo e gli urlammo che potevano farci quello che volevano ma quelle cose non le facevamo. I due teppisti ritirano la roba avvertendoci naturalmente che non sarebbe finita così, infatti quella notte stessa ci rapirono nuovamente riportandoci in quel casolare, una vecchia stalla abbandonata. Erano presenti i due fratelli che controllavano quelle attività criminose ed un altro tizio nuovo, alto, calvo, con un paio di grossi occhiali neri. Ci fecero spogliare, e si misero intorno a noi, obbligandoci a tenere le braccia in alto. Si passavano una bottiglia di liquore ingoiandone lunghe sorsate ed assaporando quella situazione in cui potevano solo scegliere a quale violenze sottoporci. Mi inginocchiai, presi lui per mano e gli feci fare altrettanto poi cercando di parlare con una voce calma e tranquilla ed usando l'espressione più sottomessa che potevo dissi: "Signori Sanniri, noi quelle cose non le facciamo... potete farci quello che volete, ma non ammazzateci , vi prego, violentateci, stuprateci se volete, ma non massacrateci di botte. Possiamo lavorare per voi, saremo i vostri schiavi ma non uccideteci per pietà." Poi notando che appesa alla parete dietro a noi c'era una frusta, mi alzai la presi; uno degli uomini, quello grosso e tarchiato, fece l'atto di impugnare la pistola, ma si fermò quando docilmente ne porsi il manico al fratello più anziano e tornai ad inginocchiarmi vicino a Stefano. Quegli uomini si consultarono tra di loro fissandoci visibilmente eccitati poi quello a cui avevo dato la frusta disse: "Mmmhh forse c'è una terza soluzione, potremmo darvi qualche mese di respiro se vi sottomettete completamente e siete pronti a soddisfarci in tutti i modi ed a servirci in una certa maniera, dunque domani siete chiusi di turno, vero?" Annuimmo cercando in ogni modo di non dargli la soddisfazione di vederci piangere. "Bene ok" continuò quel mostro "Io e mio fratello vi verremo a trovare verso mezzanotte, e ci divertiremo. Forse potreste esserci molto utili in altro modo, vi lasciamo queste ore per pensare... se siete pronti ad arrendervi come schiavi, domani consegnerete ad uno dei miei ragazzi le chiavi della porta sul retro, lui vi fornirà le istruzioni su come dovrete essere pronti ad accoglierci. Se tenterete di ribellarvi, se rifiuterete questa proposta, se proverete a sporgere una denuncia..... beh sapete quello che vi aspetta, come minimo vi facciamo finire su di una sedia a rotelle." Poi rivolto ai suoi aggiunse: "Fateli rivestire e riaccompagnateli a casa" notando che serpeggiava tra i suoi uomini una certa delusione per non essersi potuti sfogare e scatenare su di noi precisò: "Tranquilli ragazzi avrete la vostra parte, ma prima vogliamo divertirci un po' noi due, inoltre almeno per il momento non voglio cose, azioni, trattamenti che possano rovinare.... diciamo la merce, la loro bella pelle, chiaro!"- Gli uomini fecero capire di avere inteso bene gli ordini e si apprestarono ad eseguirli; dopo poco meno di un'ora eravamo soli a casa, e cominciò la lunga, tremenda attesa per quello che ci avrebbe atteso la notte seguente ed i giorni orribili che sapevamo sarebbero seguiti, le cose che avremmo dovuto subire.. Trascorremmo quelle ore abbracciati piangendo, consolandoci, cercando di pensare, valutare se c'erano altre strade anche se sapevamo di non avere altre possibilità; una decisione drastica, andare a denunciarli in quel momento ci pareva improponibile, saremmo finiti anche noi in prigione. Oltre ad inevitabili violenze saremmo stati rovinati completamente. Le ore passarono, lentamente riuscimmo anche dormire per qualche breve momento, per risvegliarci ghermiti in maniera atroce dall'ansia e dalla paura per quello che ci aspettava. Venne la mattina assurdamente bella, calda, soleggiata e con essa il giorno e la visita di uno di quei teppisti; gli consegnammo le chiavi richieste, ricevemmo un foglietto con indicato in che maniera avremmo dovuto ricevere quella notte stessa quelli che erano diventati i nostri padroni. Non riesco a dimenticare l'espressione di quel tipo, era quello alto pelato, prese le chiavi ci guardò masticando non so che cosa, si capiva bene che anche lui stava assaporando il momento in cui ci avrebbe avuto, eravamo una preda che non poteva sfuggirli, era solo questione di poche ore. Giunta la sera ci recammo nel locale, tenemmo chiuse le saracinesche e come richiesto cominciammo a preparare una cena, guardammo l'orologio, mancava qualche minuto alla mezzanotte, ci spogliammo ed aspettammo il loro arrivo. Eravamo coperti solo da un asciugamano avvolto attorno ai fianchi; appena sentimmo aprirsi la porta sul retro, ci inginocchiammo sul pavimento tenendo le braccia sulle cosce, ed aspettammo eseguendo in quel modo alla lettera, le istruzioni ricevute. Entrarono, nello sguardo del più anziano si notò subito una evidente soddisfazione per come avevamo ubbidito alle loro richieste e la esternò subito: "Bravi, oh! non abbiamo armi, fuori ci sono i ragazzi quindi..."- Risposi subito sorridendo docilmente ed alzando le braccia nude: "Non ne avete bisogno, signori, ci arrendiamo, facciamo tutto quello che volete, pietà "- Si scambiarono un paio di cenni eloquenti, poggiarono sul tavolo una custodia di pelle nere che il più giovane portava sottobraccio e si sedettero a tavola, mettendosi a fumare e parlare dei loro affari mentre noi iniziammo a servire la cena. Naturalmente eravamo in preda al terrore, all'angoscia, non sapevamo che cosa ci avrebbero fatto in quella notte; mi caddero alcune posate per terra, il più giovane si girò di scatto infastidito e sfilò dalla custodia nera una frusta. Chiedemmo perdono, Stefano cercò di addossarsi la colpa, io dissi subito: "Non succederà più, ma frustatemi pure.. se volete"- Risero, continuando a parlare, bere e mangiare, naturalmente tutte le volte che ci avvicinavamo al tavolo portando le vivande, riempiendo i calici, ritirando i piatti sporchi, ci toccavano e lisciavano lungo la schiena, il petto, le braccia. Facevano apprezzamenti sulle nostre forme, la nostra pelle liscia, le mie tette, i nostri organi genitali; vuotata una bottiglia si divertirono a tormentarci l'ano con il collo di quest'ultima, sghignazzando oscenamente per l'evidente nostra paura che ci sodomizzassero proprio con quelle. Ci strizzavano i capezzoli, pizzicandoci nelle parti più intime, facendo apposta a lasciarci cadere qualche goccia di brodo bollente sulla pelle, a sfiorarci con la lama dei coltelli o la punta delle forchette, ci gettavano degli avanzi, dei bocconi, obbligandoci a raccoglierli ed ingoiarli. Consumata la cena completa di caffè e liquore, mentre ci accingevamo a sgomberare la tavola, rovesciarono per terra tutto quello che c'era sulla tovaglia e ci fecero stendere con la pancia sul tavolo. Ci strapparono gli asciugamani dai fianchi e ci sodomizzarono eccitandosi con termini e parole che si scambiarono come: "Dai, su, carica, rompiamogli il didietro, falli urlare, sono nostri schiavi, si vede che gli piace, non vedi che godono" e robaccia del genere. Urlammo, piangemmo tenendoci aggrappati ai bordi del tavolo, credo che sotto il piano ci siano ancora i segni delle mie unghie. Dopo ce lo fecero prendere in bocca obbligandoci a pulirglielo con la lingua poi esausti e soddisfatti fecero entrare i loro uomini divertendosi a guardare mentre anche loro dopo qualche colpetto di frusta , ci saltarono addosso sfogandosi in tutti i modi. Ci violentarono tutta la notte fermandosi solo per farsi servire da bere e da mangiare.
Francesca ascoltava, appariva sicuramente impressionata, sconvolta, ma non sembrava inorridita; fumava, ci prese un paio di volta le mani, ci guardava attraverso il fumo azzurrino della sigaretta, cercammo inutilmente nello sguardo segni di compassione. Anche se questi sentimenti da qualche sua parola furono poi espressi, notammo anche un certo luccicare negli occhi, forse una qualche lacrima... emozione? Interruppe il suo silenzio chiedendo: "Poi? cosa vi fecero ancora"- Stefano rispose: "Giunse l'alba e finalmente decisero che ci avevano torturato abbastanza, ci riaccompagnarono a casa rassicurandoci che per un po' avremmo potuto stare e lavorare tranquilli."- "Infatti" proseguii io "ci lasciarono stare per qualche giorno poi ci telefonarono per comunicarci che all'inizio del mese seguente ci avrebbero... insomma ci avrebbero voluto ancora. Questa volta ci mandarono i soliti due individui a prenderci, ci accompagnarono nella villetta dei Sanniri dove ci tennero prigionieri per tre giorni, facendoci eseguire lavori vari, lavare, pulire, stirare, obbligandoci naturalmente ai più vari rapporti sessuali, proprio come due schiavi. Per tutto il tempo rimanemmo completamente nudi, cercammo di essere perfetti, di non commettere errori ma naturalmente non riuscimmo ad evitare qualche colpo di frusta o piccole scottature. Furono molto abili nel sottoporci a piccole torture molto dolorose ma che non lasciarono nessun segno sui nostri corpi, il perché di quelle.. cautele, lo comprendemmo molto bene nelle settimane seguenti.. Ci obbligarono ad entrare in un giro di prostituzione, arrivavano nel nostro locale dei clienti, uomini, donne di varia età che esibivano una specie di segnale codificato, una tessera con raffigurato una danza molto erotica eseguita da un uomo ed una donna completamente nudi. Questi clienti, diciamo particolari, tornavano dopo l'orario di chiusura e consumavano le prestazioni in genere già concordate con i nostri aguzzini o non so più come chiamarli, padroni, protettori, magnaccia. Comunque dobbiamo confessare che tenuto anche conto dei soldi che rimanevano a loro anche noi guadagnavamo molto, incredibilmente tanto... ed ora pensandoci, mi sento di dire che quel tipo di prima, lo incontrammo proprio in una di quelle occasioni." "Si ora lo ricordo bene anch'io"- confermò Stefano e proseguì -"Era una sera invernale, entrò nel locale; allora aveva forse più capelli, non portava i baffi, indossava cappello e cappotto. Avemmo un piccolo battibecco perché chiese da bere in maniera piuttosto sgarbata e lei gli disse qualche cosa come: "Si calmi, arriviamo, finisco di servire i signori poi.." Ad una sua reazione piuttosto nervosa, strafottente, replicò: "Guardi che ci sono altri locali dove bere". Chiese un bicchiere di vino, mentre lo sorbiva ci guardò, lasciò passare qualche minuto poi all'atto di pagare esibì il cartoncino con una luce odiosa, cattiva, ben evidente nello sguardo. Patrizia osservò l'orologio e gli disse subito sottovoce mentre puliva il tavolo: "Bene, scusi signore, ripassi tra mezz'ora passando dal retro, saremo pronti. per lei"- Stefano si fermò un secondo poi riprese amaramente: "Tornò puntuale, lo accogliemmo nel modo più gentile possibile, sapevamo bene cosa ci aspettava se qualche "cliente" si fosse lamentato con i Sanniri. Patrizia gli domandò cosa volesse fare, non ricevendo risposta ed attribuendo questo atteggiamento ad una sorta di timidezza, di difficoltà gli propose: "Vuoi fare all'amore, con me? con lui? con tutti e due? vuoi un semplice rapporto ora..." Non ebbe il tempo di finire che prese uno schiaffo, io ebbi una reazione istintiva ma lei naturalmente mi fermò subito con un gesto e rivolgendosi a lui tenendosi la guancia colpita e chiedendo: "Ma perché, cosa ho fatto?"- Stefano ingoiò l'amarezza che quei ricordi gli suscitavano ed io ripresi a raccontare:
Ci urlò rabbiosamente che non era certo venuto per fare all'amore con "due puttane" ma che voleva sfondarci il sedere, alzai le braccia e gli risposi subito: "Va bene, va bene, quello che vuole" Ci spogliammo inginocchiandoci e poggiando il ventre su di un divano che avevamo sistemato in una saletta interna, poggiando le mani contro lo schienale per sostenere il suo impeto. Quel porco non si tolse nemmeno il cappello ed il cappotto, tirò fuori solo il pene e ci sodomizzò, prima me poi lui urlandoci insulti e frasi oscene e facendo in modo di farci più male possibile. Poi prese il cellulare, compose un numero e chiese cosa poteva farci se aggiungeva alcune banconote; sorrise e ci passò il telefono, udimmo distintamente che uno degli uomini nelle cui mani eravamo finiti, rispose che poteva infliggerci cinque colpi di frusta. Mi alzai, l'andai a prendere e gliela porsi docilmente per il manico, ci vibrò i colpi mettendoci tutta la sua cattiveria, poi gettò la busta con il denaro per terra e se ne andò. Fu sicuramente una delle esperienze più umilianti, più brutte che vivemmo." "Anche quella con la tizia della banca"- ricordò giustamente Stefano "Si è vero" confermai amaramente "una sera di Luglio stavo riordinando i tavoli assorta nei pensieri che ben comprenderai quando mi sentii lisciare il braccio destro da una mano femminile con le dita riccamente adornate di gioielli. Mi voltai e me la ritrovai davanti, bionda, elegante, anche se indubbiamente rilevava la sua età ed era leggermente ingrassata appariva comunque chiaro che diversi anni prima doveva essere stata sicuramente una bella donna. Stavo per risponderle che avevamo già chiuso quando notai che tra il pollice e l'indice della mano sinistra teneva il solito cartoncino. Sorrisi docilmente e le assicurai subito che saremmo stati da lei appena chiuso il locale. "Tutti e due"- Chiarì subito lei. Annuii ed andai a chiamare lui che stava sistemando delle bottiglie in cantina. Pochi minuti dopo eravamo a sua disposizione, scelse di averci in cucina dove ci fece spogliare facendoci sdraiare sull'ampio tavolo, prese a praticarci qualche piccola tortura di sua invenzione... per dire, si era attrezzata con un portalampada dotato di un filo molto lungo. La lampadina, rimasta accesa un considerevole tempo era bollente, cominciò a toccarci in vari punti del corpo, provocandoci scottature dolorose ma che non lasciavano segni evidenti a parte un leggero arrossamento della pelle. Sembrava divertirsi molto quella stronza; poi ci fece girare con la pancia di sotto, tirò fuori dalla borsa un fallo di gomma lungo e grosso, munito di una specie di..... di mutanda della stessa materia, si alzò la gonna e lo indossò, credo questo sia il termine giusto per descrivere la situazione. Non avevamo mai visto un aggeggio del genere, pensavamo che esistessero solo in certi filmacci hard; "armata" con quel coso ci sodomizzò baciandoci e leccandoci la schiena, palpeggiandomi le tette e stuzzicandoci i capezzoli, sevizie che ci sembrarono durare ore. Poi ci chiese rapporti orali facendosi leccare davanti e dietro, naturalmente ubbidimmo non osando porre problemi; alla fine visibilmente soddisfatta ci baciò sulla bocca consegnandoci la solita busta ed andandosene pronunciando un: "Bravi! l'avevo vista giusta io"- Prima di varcare l'uscita chiarì il concetto con una frase che ci ferì profondamente: "Lo dicevo io, siete più portati a queste cose, a farvi rompere il didietro che a gestire locali ed intraprendere affari."- Soffrimmo ma anche quella notte finalmente le prestazioni erano finite e potemmo tornare a casa anche se distrutti, annientati fisicamente e moralmente. Dopo il racconto di quell'ultima vicenda rimasi in silenzio qualche attimo, Francesca ci guardò e chiese solamente: "E .. e poi?"- Riprese Stefano: "Passò circa un anno e mezzo di quella vita, ed i Sanniri ci "vendettero"... questa direi che è la parola più appropriata, ad un'altra organizzazione gestita da una donna, ci aveva avuto una notte e ci volle per il suo giro. Si faceva chiamare la Castellana ed organizzava incontri in una sua villetta, quasi sempre c'erano altre coppie, gente piena di soldi che sfogavano le più varie fantasie, giochi di ruolo con l'uso di costumi storici, armi, catene, fruste. "Già" ricordai e ripresi a raccontare "quasi sempre, eccetto la padrona, tutti portavano delle maschere per non farsi riconoscere, e questa era una delle cose più inquietanti: noi non sapevamo chi fossero, loro invece potevano benissimo riconoscerci in qualsiasi momento e posto. Ci tormentava il fatto che, magari non sapendolo, potevamo trovarci di fronte un qualche ex collega mio o di Stefano, un conoscente, un vicino di casa, anche se la signora ci ripeteva spesso che selezionava la clientela tra "gente di fuori" proprio per evitare casini. Inscenavano le più incredibili cose: a volte eravamo presi come schiava e schiavo da gente vestita da pirati turchi, altre da conquistadores spagnoli, in alcuni casi da ufficiali nazisti. In altre situazioni eravamo contadini inermi e seminudi, rapiti, torturati violentati da signorotti con costumi medioevali, cavalieri e dame, riccamente vestiti coperti da cuoio e metallo. Gente che sfogava tutte le loro fantasie più represse, insomma non c'era limite al ridicolo ed allo squallore. Però pagavano molto, molto bene e la signora in fondo era gentile, ci trattava bene, non ci faceva picchiare alla minima occasione, in certi casi fu persino dolce ed affettiva, passammo anche qualche notte da lei, a letto insieme e lo facemmo volontariamente. Poi finalmente tutto questo finì!" La conclusione sorprese Francesca che trasalì e chiese: "Finì e come?"- "Quegli schifosi che ci avevano fatto precipitare in quell'abisso di schifo e violenza sono stati arrestati nel corso di un'indagine sulla pedofilia, è servita anche una nostra testimonianza, non c'è cosa che abbiamo fatto con maggiore piacere. Anche la Signora non nascose la sua soddisfazione, le nostre posizioni furono vagliate ma fummo considerati solo vittime di una situazione: in fondo ci eravamo solo prostituiti eravamo stati solo degli schiavi, catturati, violentati. La Signora decise di "liberarci", forse anche per uscire completamente dalla storia... certo le dobbiamo ancora una considerevole somma di denaro, ma stiamo riuscendo a pagargliela con l'attività del bar latteria abbastanza positiva. Naturalmente abbiamo ceduto la gestione dell'osteria troppo impegnativa per le nostre capacità; tuo padre aveva ragione, certo con gli introiti del locale che tu pensavi di affidarci avremmo risolto le cose definitivamente in un tempo minore e saremmo stati veramente e finalmente liberi. Speriamo quella donna non perda la pazienza e non ci ripensi, può farci ancora... ancora molto male, un ricatto, minacce, costringerci a cose che.. ha ancora alcune nostre cambiali. Comunque Francesca ora sai tutto, ti abbiamo confessato ogni cosa! siamo completamente nelle tue mani, puoi rifiutarti di avere ancora rapporti con noi, svergognarci in giro, distruggerci, fai quello che vuoi, ti capirei, non sai in che mani siamo stati, i cazzi che abbiamo preso, a volte.." Lei arrestò il corso delle mie parole che stavano per sfociare in un pianto, mi accarezzò dolcemente un braccio fini alla spalla, sollevandomi poi il mento con due dita, prese e tenne la mano di Stefano sulle sue cosce e dopo qualche attimo di esitazione si decise a rispondere. "Ragazzi, io pensavo un'altra cosa.... risolvo io i vostri problemi e divento.. si insomma, divento io la vostra padrona. Solo per due o tre settimane, un mese... vorrei anch'io giocare ad avervi come schiavi un po' almeno"- Rimanemmo sorpresi, quasi di ghiaccio. Ci appariva una Francesca che mai avremmo immaginato, quasi anche diversa fisicamente, in particolare per un'espressione nei suoi occhi che non avevamo mai colto. Stefano uscì dallo stupore accennando qualche parola: "Dio mio, ma cosa stai dicendo? "- Lo fermai prendendogli la mano osservai la nostra amica e cercai di rispondere: "Francesca non immaginavo.. senti io...."- Lei aggiunse subito cercando di recuperare un tono più freddo: "Vi ho sempre desiderato, ora vorrei avervi solo qualche volta, poi ognuno per i fatti suoi, solo rapporti commerciali chiaramente"- Ci guardammo per qualche lunghissimo secondo poi Stefano commentò: "Guarda Francesca, tu sei una ragazza carina, dolce, se volevi "fare qualche cosa" potevi dirlo, non è necessario farci fare.. chiederci cose..."- Lei tirò un'altra boccata con la sigaretta, soffiò il fumo, scosse la testa e rispose sorridendo in modo molto ammiccante: "No no no, anzi mi eccita il... diciamo il comprarvi, il catturarvi, possedervi, prendervi prigionieri, avere uno schiavo ed una schiava come te Patrizia, almeno per qualche giorno, sottomettervi. Mmmhhh... vi va, ci state, vi arrendete? Come soldi non avrete più problemi, ve l'assicuro! fatemi divertire e vi sistemo le cose per bene"- Commentai sommessamente e sorridendo tristemente: "Insomma vuoi averci anche te, ci vuoi far prostituire..." scambiai uno sguardo con Stefano, lui alzò le spalle ed annuì sorridendo timidamente e dolcemente. Lasciammo passare qualche altro istante poi compresi che c'era anche il suo consenso. Alzai le braccia ed accettammo dicendo: "Va bene, quando e come vuoi, diciamo per un mese, ci arrendiamo, siamo tuoi, alle tue condizioni, però Francesca... solo tuoi."- "In ogni caso è escluso che salti fuori quel maiale che abbiamo incontrato prima." "Quello non vogliamo più vederlo" - Precisò Stefano. Lei annuì e confermò: " No tranquilli, quel tipo non c'entra: è stata solo una conoscenza occasionale per fare certi giri, ma ora no, ora sarete solo miei, ci divertiremo solo noi"
Ed infatti fu proprio così.
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