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Venerdì, non come tanti
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Titolo:
Venerdì, non come tanti |
Autore:
Mylady |
Contatto:
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Racconto
n° 702 |
Altri
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Tutto pronto. Aspettava il venerdì da una settimana, ogni settimana. Quella sera aveva voluto preparargli una sorpresa. Adorava stupirlo anche con delle sciocchezze. Uno slip nuovo. Un bacio diverso. Delle lenzuola liscissime, appena acquistate, illuminavano la superficie del letto di bambola. Lenzuola di seta purissima, dalla consistenza lieve, dal tocco prezioso, dal lusso delicato, gratificante dettaglio di occhio e tatto, la cura del piccolo particolare. Una candela piccola brillava in un portacandele i cui prismi di vetro rifrangevano una luce già inquieta in ulteriori raggi, soffici, dal colore caldo, suggestivi di un'atmosfera sensuale, vaga memoria della sottile arte amatoria orientale. Guardando la luce ballerina Elena si acquietò. Era molto eccitata all'idea di incontrare il proprio uomo. Era tesa, come ogni volta in cui si chiedeva nervosamente se egli avrebbe gradito l'atmosfera, se gli sarebbe piaciuta la sorpresa, o se invece avesse esagerato, o non avesse fatto abbastanza. Ma niente era mai abbastanza per la sua sete di sensualità, che, sapeva bene, il cavaliere accoglieva sempre di buon grado. Coglieva ogni piccolo segno, ogni sciocchezza, condividendo il valore di ogni gesto, rendendolo allora speciale. E per questo andava reso ancora più speciale, per lui. Un fiore sul cuscino. L'essenza delicatamente speziata esalava direttamente dalla fiamma della candela. Elena osservava assorta le gocce di olio profumato mentre le lasciava cadere nella cera sciolta: sostavano per un momento sospese, imprigionando bagliori di fuoco dentro il loro piccolo ventre, prima di essere inghiottite nel magma bollente. Un profumo lieve, appena percettibile solleticava le narici. La mobilia di legno scuro della stanza, il tappeto sul pavimento, il letto, il divano avevano contorni ammorbiditi dalla penombra, e ogni superficie pareva danzare alla danza della luce precaria della fiamma. La cena era quasi pronta. Il vino già aperto e sistemato a respirare, assumeva nel decanteur il colore del sangue. Denso, scuro, e dal profumo inebriante. Il tempo di una doccia, per essere perfetta. Aveva preparato tutto, come per un rito. Compiacere il Cavaliere. Amava truccarsi per lui. Amava prepararsi per lui. La schiuma del sapone era morbidissima, dall'aroma delicato, leggermente dolce e fiorito. Sulla pelle era un'estasi: Elena lasciava scivolare piano le mani sul corpo per lavarsi, approfittando del dovere richiesto dalle proprie regole di cura personale per concedersi carezze distratte, preparatorie forse, messaggere di prepotente desiderio di sicuro. Attenta. Precisa. Lenta. Si frizionava con cura di vergine, cercava rigorosamente ogni segreta plica del proprio corpo da accudire e detergere; il seno rotondo, i glutei, le gambe lisce, l'intera superficie del corpo certosinamente strofinati. La schiuma bianca e spumosa cadeva in righe spesse lungo le curve del corpo, su cui indugiava qualche goccia d'acqua, trattenuta dalla leggera pelle d'oca che increspava la pelle ancora pallida dall'inverno. Cadeva la schiuma in rivoli lungo la schiena, sensibile ad ogni minimo sfioramento. Cadeva dalle mani solerti, assorte ora a regalare piccoli brividi ad un corpo già in lacerante attesa, solleticando piano i capezzoli ricoperti di schiuma, giocherellando laboriose tra i riccioli del pube scuro. L'acqua tiepida la liberò finalmente della nuvola bianca, ma era impotente dinanzi alla sorgente continua che il suo ventre stillava instancabile. Ogni getto d'acqua era una nuova onda interna. Impossibile detergere il fiore della sua femminilità, il cui centro era umido di liquido spesso, dal profumo intenso. A nulla valevano le dita piene di sapone. "Forse ho indugiato troppo." L'olio profumato terminò l'opera. Elena si asciugò i capelli e si truccò con cura. L'abbigliamento scelto con attenzione, una gonna nera, una maglietta aderente, dalla scollatura generosa, che sottolineava le forme femminili. Pronta. Il campanello. Aspettava il cavaliere sulla scala. Era più alta di lui per un attimo, lo abbracciava da uno scalino più in alto, lo baciava delicatamente, lo abbracciava di nuovo, lo invitava ad entrare. Non riusciva a cancellare il sorriso dal volto, finalmente aveva il profumo di lui nelle nari, e le labbra fresche sulle labbra. Il sapore caldo sulla bocca. "Vieni, la cena è pronta.". Evidentemente aveva gradito l'abbigliamento. Elena guardava il cibo sparire tra le labbra del suo cavaliere, nell'incavo della bocca che lo accoglieva morbidamente e lo lavorava all'interno, così come lavorava il corpo di lei, con la stessa fame. Doveva avere qualcosa negli occhi, perché lui la guardò silenzioso, a lungo, poi le sorrise. Le sfilò il bicchiere dalle dita e la baciò. Le labbra di lui sapevano di spumante, deliziose. Le prese la mano e la fece alzare. La condusse in camera, seguendo una strada che conosceva bene. La candela ardeva consumandosi lentamente, spargendo sprizzi di luce a motivi regolari dai vetri colorati che ne proteggevano la fiamma. Mentre la baciava, le mani di lui si muovevano lentamente, in contrasto con l'impaziente eccitazione che Elena avvertiva possederlo, in basso, all'altezza del pube. Non vedeva l'ora di liberarlo dall'impedimento degli abiti, per sentirlo caldo e nudo contro di sé, ma ogni cosa doveva accadere a suo tempo, c'era ancora tanto da scoprire, centimetro dopo centimetro, da assaporare piano, piano come quando iniziavano a fare l'amore, lentamente, pazientemente, concentrati su ogni minimo palpito dei loro sessi, dei loro corpi interi. In piedi si baciavano, e le mani di lui si adopravano alacri a spogliare la sua donna, mollemente abbandonata alle sue meticolose operazioni. Lentamente le aprì i bottoni della maglietta, scoprendole piano il seno, indugiando spesso, guardandolo rapito come ogni volta; pareva aspettasse anche lui, come se il ritmo che quel compito richiedeva non fosse sotto il suo controllo. Si attardava spesso un attimo in più, prima di arrivare al capezzolo rosato e accoglierlo tra le labbra. Mentre lo succhiava piano, Elena guardava il proprio seno apparire e scomparire nella bocca di lui. Era sexy, e molto, vedere come lo lambiva, e le sue labbra attorno ai capezzoli la facevano impazzire. Il Cavaliere si dedicò di nuovo alla bocca, tuffandovi più insistente la lingua, impadronendosene avido in un bacio profondissimo. "Guardati allo specchio", la invitò, mentre la accarezzava. Scese piano lungo il ventre, e le sollevò lentamente la gonna, apprezzando la pelle liscia delle gambe. "Nemmeno le mutandine.", un altro sussulto. Scoprendola, guardandola allo specchio, ammutolì improvvisamente. "Ti piace la sorpresa?" Sorrideva lei, maliziosa. Ma il Cavaliere non sorrideva. Impazzito alla vista del pube liscio, completamente glabro, la afferrò per i fianchi sollevandola di peso e la prese così, in piedi, appoggiata contro l'armadio. Un sussulto, due, verso un vortice incontrollato e l'orgasmo la invase in un grido, le gambe avvinghiate attorno ai lombi di lui, che sfumavano in colpi più lenti e dolci, assaporando gli ultimi sussulti del proprio orgasmo. "Sei matta. Tu sei matta". Un sospiro per tutta risposta. Un sorriso, un bacio lieve sulle labbra. "Bellissimo, tesoro mio". Ma continuò a svestirlo, completamente, e lo invitò a stendersi sul letto. "Ora ti lavo." Con la cura di una cortigiana prese una salviettina profumata e deterse i resti dei loro umori dal corpo dell'uomo, delicatamente, rispettosa del riposo dei loro sessi, poi iniziò ad accarezzarlo sfiorandolo lentamente, lasciando che si abbandonasse completamente al suo tocco. Con del talco profumato gli massaggiava la schiena, le gambe, i glutei, come se stesse lavorando una statua plasmava i rilevi della schiena, dei fianchi duri, carezzava il collo, la nuca, le spalle, le braccia tornite. "Sei matta" mormorava, ancora incredulo, ancora stordito dalla violenza dell'amplesso. Steso e abbandonato, ad occhi chiusi, lasciava che Elena lavorasse come più le piaceva sul proprio corpo, assaporando la pace del riposo e la dolcezza di un abbraccio, godendo di una cura casta, condotta con premura solerte, cui si lasciava andare con fiducia. "Sei bellissimo", gli ripeteva, mai sazia di sfinirlo di lusinghe. Ora gli stava solleticando il corpo rilassato. Le mani, le dita, il mento, le labbra. Lo baciò piano. Lui si voltò, prendendola tra le braccia e invitandola silenziosamente a stendersi accanto al lui, la mano curiosa a apprezzare la pelle diversamente liscia del pube. "No, aspetta". Un foulard di seta balenò per un momento nel campo visivo dell'uomo, sorpreso, per poi sparire dietro la sua nuca. A cavalcioni su di lui, Elena gli prese le mani e le portò dietro la testa. "Lasciami fare", mormorava, mentre avvolgeva lentamente i polsi di lui tra le pieghe morbide del tessuto e li bloccava contro la spalliera del letto. "Non posso accarezzarti così...", ma nessuna resistenza. Adorava i giochini, e lei lo sapeva bene. "Non è una cena come si deve senza il dessert", gli sussurrò all'orecchio, e prese dalla ciotola con le dita una piccola quantità di crema gialla e calda, inserendo le dita nella bocca di lui perché le succhiasse, spalmandola sulle labbra perché le leccasse, sulle proprie labbra che poi gli offriva semiaperte e pronte a condividere la dolce viscosità della sostanza deliziosa. La sparse sui propri seni, offrendo i capezzoli duri alla bocca golosa di lui, immobile, costretto ad obbedire alla disponibilità capricciosa della donna ad offrirgli il proprio corpo, e sui suoi, lambendoli maliziosa con la lingua morbida, facendolo sussultare. Riempì l'ombelico che violò immediatamente, e poi giù, si avvicinò ad annusare il sesso pulsante dell'uomo prima di coprirlo delicatamente di crema calda. Procedeva lenta, lasciandola colare spessa e appiccicosa lungo il pene e poi spalmandola piano con la mano, coprendolo tutto, fino ai testicoli turgidi, ispirata dai movimenti del bacino di lui, insaziabile di carezze e in attesa paziente del prossimo contatto con la lingua di lei. Non tardò ad arrivare, golosa, leggera dapprima, parossisticamente impazzita poi, leccava con movimenti ampi e profondi, attenta a ripulire per bene il pene ormai gonfio e quasi dolorosamente teso. "Sei buonissimo". Proseguì poi delicatissimamente, senza fretta, a prolungare un piacere che voleva durasse all'infinito, per lui e per lei. Sentiva il proprio sesso pulsare e fremere, lo sentiva umido, pronto a ricevere l'oggetto che ora era beatamente alla mercé della sua lingua, profondamente dentro il proprio ventre, ma attendeva paziente di possederlo, perché il suo uomo continuasse a godere a lungo di un piacere diverso, esclusivo. Offriva la propria nudità di lolita impubere al cavaliere che la fissava ammaliato, e immobilizzato la implorava di offrirsi a lui, alle sue carezze, ai suoi colpi. Il Cavaliere sospirò sentendo la donna salire finalmente a cavalcioni su di lui, dedita ad accarezzargli il sesso con il proprio, a solleticarsi con la punta del suo pene, incredibilmente sensibile, masturbandosi piano, sesso contro sesso, entrambi scivolosi, frementi, impazienti. Elena trattenne il respiro un momento quando finalmente lo catturò dentro di sé, piano, avvertendone tutta la potenza, apprezzando il contatto della pelle liscia contro le pareti della vagina, millimetro dopo millimetro, sospiro dopo sospiro, fino ad inghiottirlo tutto, e la danzare su di lui e con lui la danza dell'inizio dei tempi, aggrappata alle mani contratte del cavaliere, i capelli sciolti, la testa reclinata a cercare il suo sguardo, le labbra socchiuse, il respiro incontrollabile. Allentò i nodi di seta, bisognosa di un abbraccio, e il Cavaliere la avvinghiò ai fianchi, gemendo, prossimo al culmine del proprio godimento, accelerando i loro movimenti per condurla con sé. "Sto venendo mylord, sto venendo sto venendo sto venendo." singhiozzava, finché il respiro non le morì nella gola in un gemito soffocato. L'orgasmo arrivò, travolse e si spense, impetuoso come le onde del mare, sovrastando i due corpi spossati e paghi, distesi abbracciati stretti, ancora ansanti. La calma di un bagno caldo, la gentilezza di mani premurose. "Mettiti sotto le coperte, Ele, dormi adesso." La strinse a sé. "Buonanotte". "Buonanotte". Amore mio, aggiunse in silenzio.
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