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Onsen
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Titolo:
Onsen |
Autore:
Chinga437 |
Contatto:
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Racconto
n° 704 |
Altri
racconti dello stesso Autore:  |
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Una tiepida giornata primaverile, iniziata calma e ripetitiva come tante altre, da ormai più di vent'anni. Anche se il sole non era ancora alto all'orizzonte, la strada era gioiosamente animata, come si addice a qualunque arteria un pò importante nella downtown di TOKYO. Il quartiere di MATZUGAYA dove vivo e lavoro è un quartiere per lo più popolato da piccoli commercianti e operai, che partono presto al mattino per il lavoro, e massaie affaccendate, chi, in piccoli lavori "partime" e chi nelle abituali attività domestiche. I bambini a gruppetti di tre o quattro, tutti carini nelle loro divise blu da marinaretto, zainetto rosso sulle spalle e l'immancabile cappellino a fungo, si avviavano con passo assonnato alla vicina "primary school", non molto lontana dal mio negozio. Abituale come sempre la signora KANAKO MATZUDA prima di aprire il suo Coffe shop, innaffia, con meticolosa passione che contraddistingue noi Giapponesi, le sue piantine di bonsai, mentre il marito, ormai un po' avanti con gli anni ramazza il marciapiede, con il suo scopino di bamboo, dal manico corto, che accentua maggiormente la schiena ricurva. Il coffe shop dei coniugi MATZUDA non si può certo definire un bar caratteristico o moderno, già solo il nome "HONOLULU CAFE'" denota un certo desiderio di evasione dal Giappone, o chissà, forse il ricordo di un viaggio fatto tanto tempo fa. Quella mattina come altre, mi siedo al solito tavolino per l'abituale colazione. - "TAKEMORI san il solito?" - "si Matzuda san, metteteci anche una doppia razione di umeboshi e vorrei anche un po' di achi no ko ed un dolce al cioccolato. Immediatamente arriva la giovane MISOON LEE con un sorriso che non sai se è tra l'ebete o il contento, mi porge il bicchiere d'acqua, un concentrato di varechina, imbevibile per uno come me che viene dalla penisola di IZU, questa acqua è una vera schifezza ma a Tokyo non si può pretendere di meglio. "siete affamato questa mattina KAZUO san"! (questo è il mio nome) "Eh si! per la verità avrei deciso di riparare la palizzata nel giardinetto del mio negozio, ormai è tutta in rovina, forse questa è la mattinata buona, anche perché il Matzuri del quartiere è tra poche settimane." Mentre annuiva, un sorriso malizioso si stampò sulle labbra della sig.ra Matzuda. -"perché sorridete KANAKO san?" -"Lo sapete benissimo! Il vostro piccolo giardino è complice di romantici incontri, giovani coppie che si fermano da voi con la scusa di gustare un the, del resto, è l'unica oasi di pace e serenità di questa movimentata strada. Non posso dargli torto se cercano un po'di intimità." Con un sospiro, che voleva dire tante cose, si infilò in cucina. Poco tempo dopo arrivò la mia colazione, mi affrettai nel consumarla, anche perché era prossimo l'orario di apertura del mio negozio. Già! Il mio negozio! uno dei più vecchi e famosi "chaya ": negozio da the di Tokyo. Conosciuto come "LA SORGENTE DEL DRAGO " perché anticamente vi era la migliore acqua sorgiva di Tokyo. Comprai questo esercizio circa vent'anni fa, con il denaro ricavato dalla vendita di alcune proprietà che avevo nella penisola di Izu, dove tra l'altro vivono ancora i miei anziani genitori, dediti alla coltivazione del riso. Il negozio era già conosciuto nel periodo Meiji per l'eccellente qualità dei the venduti sia come bevanda, che di tipo curativo e per il servizio che si dava alla clientela, con la consegna a domicilio, in qualsiasi area di Tokyo. La vecchia famiglia, proprietaria del negozio, integrava la vendita del the con lo spaccio di fini ceramiche europee, provenienti sicuramente da antichi commerci con Inglesi e Olandesi giunti in Giappone per i primi scambi commerciali. Malgrado un certa difficoltà di approvvigionamento anch'io cercavo di mantenere questa secolare tradizione. Il terzo sabato di maggio, giorno del "Sanja Matzuri " in Asakusa jinja si avvicinava a ritmi incalzanti ed io non avevo ancora riparato le palizzate del giardino, così una mattina dopo la solita colazione al caffè di KANAKO san, presi i miei attrezzi, infilai la giacca... da lavoro ed iniziai. La mattinata era trascorsa veloce e senza intoppi, non si erano visti clienti, così il lavoro procedeva a ritmo serrato e a regola d'arte; compiaciuto di me stesso, decisi di prendermi un attimo di pausa, posai gl'attrezzi e mi diressi a passo sostenuto verso "l'Honolulu Café". KANAKO san era seduta fuori dal locale, probabilmente anche lei per un meritato relax. Fumava beatamente la sua ennesima sigaretta, quasi estraniata dall'ambiente circostante, affollato e chiassoso. Man mano che mi avvicinavo al locale, la osservavo, come non mi era mai capitato di guardarla prima; sicuramente aveva superato la quarantina, e anche se non molto alta di statura conservava un fisico atletico, per niente obeso. I lunghi capelli neri raccolti sopra la nuca erano bloccati con un antico fermacapelli di tartaruga, la rendevano particolarmente sensuale; la polo bianca, senza maniche, probabilmente di una misura in meno del dovuto le mettevano in risalto i turgidi capezzoli sui piccoli seni, peraltro non molto prosperosi nelle donne giapponesi, ancora tondi e tonici. Nel vedermi arrivare, si allungò di lato per spegnere la sigaretta e senza preoccuparsi di risistemare la gonna, scoprì completamente le gambe, velate da un paio di calze autoreggenti nere. I nostri sguardi si incrociarono per un attimo, poi abbassò gl'occhi e arrossì, intuendo forse quali potevano essere i miei morbosi pensieri. Il momentaneo imbarazzo lasciò posto ad una risata argentina che le sgorgò dalla gola, tant'è che alcuni passanti si girarono stupiti e indispettiti. Trafelata, come colpita da una catastrofe, SUSIIY LEE, la seconda inserviente cinese del turno pomeridiano uscì dal locale, e con il suo faccino impaurito, scoppiò in una risata ancora più forte di quella di KANAKO san. Immediatamente si portarono la mano alla bocca, quasi a scusarsi per quanto fatto. Piuttosto stupito per l'accaduto, chiesi a KANAKO san qual era il motivo di tanta ilarità, ed ella di rimando rispose: - "Il vostro vecchio Judogi KAZUO san. Ci sono più tagli, buchi e toppe in quella giacca che in una giacca da Samurai del periodo "SENGOKU" (PERIODO DEL PAESE IN GUERRA) - "Nella fretta di venire da voi per un caffè, mi sono scordato di toglierla. Già, la mia vecchia giacca da judo. Ci sono affezionato, buttarla mi dispiace, è un l'ultimo ricordo di un passato sportivo." -" Venite, mi avete talmente divertita che il caffè ve lo offro io." I giorni passarono velocemente, il mio giardino era tutto sistemato e fiorito, i nuovi the arrivati, tutto era pronto per il SANJA MATZURI. Quel sabato arrivò insolitamente caldo per un terzo sabato di maggio, meglio così, pensai, il sole non rovina certo la festa, anzi lavorerò di più, tant'è che dall'ufficio di collocamento del quartiere mi sono fatto mandare una ragazza per darmi una mano. Il SANJA MATZURI è uno dei più importanti di Tokyo, più di 100 mikoshi escono da ASAKUSA JINJA e sfilano per la Matzugaya dori, tutta la via per l'occasione è decorata con tantissime Lanterne bianche e rosse, tutto è un turbinio di colori e di gente. Il profumo acre e dolciastro dello Yakitori si mischiava con la fragranza e l'aroma dei miei The, che la mia aiutante LOU LEE ed io, continuavamo a servire con ritmi incalzanti, vista la moltitudine di gente che si era riversata per la strada. Per la particolare occasione avevo fatto indossare a LOU LEE il tradizionale kimono, e anche se non consono alla sua cultura, lei viene da Taiwan, devo dire che LOU LEE lo porta proprio come una Giapponese. Il suo modo di camminare molto sensuale, agghindata e truccata come una geisha, ha dato un tocco di antico fascino al mio negozio da the, quasi un mix tra il vecchio quartiere di YOSHIWARA e l'elegante AKASAKA. Il pomeriggio volgeva al termine, già calavano le prime luci della sera, finalmente un attimo di pace. LOU LEE completamente distrutta per il lavoro ma ancora sorridente, sistemava nel retro del negozio tutto il vasellame vario, io dietro al bancone mi concedevo un attimo di relax leggendo alcuni opuscoli pubblicitari di viaggi, che ti tanto in tanto vengono inseriti nei quotidiani. Ero tutto assorto nella lettura, che quasi non prestati attenzione alla richiesta di una cliente che nel frattempo era entrata. -"Sumimasen! Sumimasen! mi scusi! Sollevai la testa quasi indispettito da tanta insistenza, ma quando il mio sguardo incrociò i suoi occhi, un brivido mi corse lungo la schiena, quella che si era materializzata lì davanti a me non era una donna, ma qualcosa di divino e misterioso. E' una bella donna decisamente affascinante, il timbro della sua voce è pacato e sensuale, come si addice ad una donna giapponese. Alta, direi oltre la media delle donne che vivono a Tokyo, ha lunghi capelli corvini, lisci, lasciati morbidamente cadere sulle spalle. La carnagione piuttosto scura mi inducono a pensare che viene dal sud del Giappone o che lavora molto all'aria aperta. La bocca è perfetta, le labbra carnose velate da un delicato rossetto rosa tenue, i suoi occhi scuri e inquietanti al tempo stesso le conferiscono una sguardo da cerbiatta impaurita. Non faccio a meno di ammirare quel corpo sinuoso, quelle gambe lunghe ben proporzionate coperte da una gonna blu indaco, il suo seno ben fatto, un pò sopra la media, spinge come un vulcano in eruzione su una camicetta bianca traforata, di sicura manifattura europea. Rimango lì, come un cretino, imbambolato da tanta bellezza, mi desta solo il suono della sua voce. -"Mi scusi, sono in vendita queste tazzine da the in vetro?" -"Oltre ad avere degli occhi bellissimi siete anche intenditrice di oggetti antichi!" Non volevo certo mancarle di rispetto, con questa battuta, ma dal rossore e dall'espressione del suo viso capii che la stavo mettendo in imbarazzo. -"Si, le tazze sono in vendita. E' un set di 5 pezzi, arte vetraria di NAGASAKI, periodo fine ottocento. Il prezzo per il set completo è di 52.000 yen." I suoi occhi non lasciarono trapelare alcuna emozione, osservò ancora con attenzione, poi con gentilezza disse: -"Immaginavo! Visto che sono a Tokyo e ho tanto sentito parlare di questo negozio tornerò sicuramente un'altra volta." Le offrii una tazza di the, che lei accettò con palese desiderio, e, prassi comune per noi giapponesi, ci scambiammo i biglietti da visita: Lessi quel biglietto con la curiosità di un ragazzino di fronte ad un nuovo gioco, bramoso di sapere chi era quella meravigliosa creatura, lessi: -"HARUKI FUJIWARA, mm! Il vostro nome non poteva che evocare la primavera...!" Non fece commento alla mia osservazione, ma nei suoi occhi notai un non so che di gradito. Chissà quante ne aveva ricevute di battute simili. "Così, abitate a SHUSENJI, siete un po' lontana da casa." -" Mi trovo a Tokyo per un corso di Cucina Italiana, per un certo periodo sarò qui almeno una volta al mese, ospite di un'amica." A questa notizia il mio cuore trasalì dalla gioia, eccitanti sensazioni si impadronirono di me. Ci salutammo con la promessa di rivederci e nell'inchinarmi verso di lei per il formale saluto non potei fare a meno di osservare quei seni che maliziosamente facevano capolino dalla camicetta, ne percepii il dolce profumo, tutti i miei sensi furono sottosopra, la desiderai. Chiusi il negozio con una certa euforia, il cuore mi batteva tanto forte da rimbombare come i garretti di un cavallo sulla dura terra. LOU LEE prima di uscire mi guardò negl'occhi, accennò un sorriso malizioso e disse: -"colpito!." Nella notte fui assalito dal desiderio di urlare il suo nome, i glutei mi facevano male, le mie mani cercarono disperatamente quel corpo, dalla mia mente era impossibile allontanare quello sguardo, ero talmente gonfio di desiderio che il mio pene pareva scoppiasse, così mi lasciai andare ad un piacere che era impossibile trattenere. I mesi passarono a volte velocemente a volte sembravano interminabili. Non mancarono certo le occasioni per vederci,ma era sempre per brevi attimi, giusto il tempo della pausa pranzo, quando era a Tokyo per il corso di cucina. Nei brevi ma intensi incontri ebbi modo di conoscerla meglio, mi confidò di lavorare a NUMAZU in un magazzino di vendita del riso e nel pomeriggio faceva l'insegnante privata di inglese a Shusenji, ad una piccola classe di bambini, 2 volte la settimana. Ogni volta che le stavo acconto mi sembrava di entrare in mondo magico, dove tutto era solo poesia e armonia. Il pensiero di sfiorarle le labbra per un bacio mi rendeva ardito come un falco, ma la riservatezza nei sui modi di porsi e di agire, subito mi trasformavano in uno scoiattolo impaurito. Quella donna aveva posato nel mio cuore un piccolo mattone, ed ora era si era trasformato una fortezza inespugnabile. I nostri incontri si fecero sempre più rari, non la sentii e non la vidi per parecchio tempo, mi sentivo come un manichino colpito da 100 lottatori di sumo. Tra un'altalena di periodi tristi e gioiosi, era già passato più di un anno. Era ottobre, gli alberi iniziavano a catturare i colori dell'autunno, una mattina mi recai da KANAKO san per un caffè, animato da poco entusiasmo e da tanta tristezza. Avevo sempre i suoi occhi nella mente, e il suo sguardo mi accompagnava ovunque andassi o qualunque cosa facessi. Entrai nel caffè, KANAKO mi guardò intensamente, poi apostrofò: -"mi sembrate un samurai a cui è stata rubata spada e armatura." -"magari! - risposi - ne comprerei subito un'altra e la cosa finirebbe forse in un campo di...." Non avevo terminato la frase che il telefono del caffè prese a squillare, Kanako san si affrettò a rispondere: -"Moshimoshi, pronto Honolulu caffè. Si , un attimo prego... Kazuo san, cercano lei" La cosa mi sorprese molto: solo i miei genitori, non trovandomi in negozio, ed in caso di emergenza conoscevano quel numero! Risposi un po' preoccupato. -"Pronto!." -"Ciao sono HARUKI" Quando sentii la sua voce al telefono, per un attimo pensai che tutto il mondo fosse stato inghiottito in un profondo baratro. Solo io e lei, femmina meravigliosa, dalla voce a volte suadente e sensuale e a volte da bambina coccolosa. Ero confuso. Con la più grande naturalezza di questo mondo, proseguì: -"oggi pomeriggio sarò a Tokyo per ritirare il diploma di cucina, ci possiamo vedere?" Fu la richiesta più bella del mondo, nemmeno una vincita alla lotteria nazionale poteva farmi così contento. -"Sarò alla stazione di SHINJUKU per le 14,30, arrivo con la ODAKYU LINE. " Fui preso da un'euforia, travolgente come una colata lavica, uscii dal locale, finendo rovinosamente su MISOON LEE che baciai dalla contentezza. Uscii dal negozio con parecchio tempo d'anticipo; d'altronde rimanere lì, quasi a fare niente, sarebbe stata una tortura insopportabile. Arrivai alla stazione di SHINJUKU con parecchio anticipo, presi a passeggiare per la stazione come un venditore ambulante, ormai conoscevo ogni negozio, ogni caffè ed ogni mattonella di quella stazione. Le 14 e 30 arrivarono dopo un tempo interminabile, salii i gradini che mi portavano alla piattaforma del treno, con il cuore che batteva come un tamburo, finalmente l'avrei rivista. Aspettai impaziente che si smaltisse quella fiumana di gente, poi la vidi là, nel mezzo di un gruppetto di persone, la sua camminata era inconfondibile, passo dopo passo arrivò davanti a me. Il suo cappotto nero spudoratamente aperto. Una minigonna blu scuro decisamente da vertigine, lasciava ammirare le sue splendide gambe, coperte da calze fantasiose, che solo lei poteva portare, si addicevano al suo carattere estroverso. Mi aveva letteralmente tolto il fiato. Le parole mi si erano bloccate in gola. Le sue mani calde afferrarono le mie, mi baciò con dolcezza e con un sorriso smagliante disse: -"Ci prendiamo un caffè e poi mi accompagni a GINZA a ritirare il diploma di cucina?" Dopo l'attimo di smarrimento, la presi per la mano, ci recammo a prendere un caffè, in un nuovo locale da poco aperto sulla Ginza, proprio vicino al palazzo della Sony. Vederla lì, mentre il suo sguardo era fisso sul quella bevanda calda e fumante, silenziosa, ma eccitata come una bambina al suo primo giorno di scuola mi metteva addosso tanta tenerezza ma al tempo stesso un desiderio irrefrenabile di baciarla con tutta la passione possibile. Mandò giù un sorso di caffè, dopo averlo rigirato per un tempo interminabile, alzò quei suoi occhi marroni. Mi sorrise, senza esitazione afferrò entrambe le mie mani e disse: -"Dopo la consegna del diploma, ritorno immediatamente a Numazu, il mio Shinkansen parte dalla stazione di Tokyo alle 20,04. Al magazzino del riso abbiamo parecchio lavoro da sbrigare." Con sguardo malizioso, leggendo sul mio volto una nota di disappunto, pensavo di passare almeno la notte con lei, proseguì: -"Il mio capo al magazzino mi ha concesso tre giorni di vacanza, la prossima settimana e i bambini del corso si inglese sono via, così potremmo passarli insieme." La notizia mi rese euforico, il cuore mi faceva male tanto batteva veloce, sentii contrarsi i glutei e incurante delle apparenze le afferrai il capo e la baciai con dolcezza, mentre un tremore mi attraversò da capo a piedi. Dalla gioia i miei occhi trasudavano resina come corteccia di pino. I giorni seguenti mi affrettai quasi con frenesia ad evadere i miei ordini in sospeso ed informare alcuni clienti abituali che sarei rimasto chiuso alcuni giorni. Finalmente arrivò il tanto atteso giorno, con Haruki si era deciso di trovarci alla stazione di ODAWARA, di lì avremmo proseguito per il lago ASHI NO KO dove ci attendeva un meritato periodo di riposo, tutto dedicato al relax presso il KUMA no YU ONSEN. Giungemmo al KOGETZU RYOKAN che era pomeriggio inoltrato, ed una leggera nebbia si alzava dal lago dando all'ambiente circostante un fascino da fiaba e un non so che di misterioso. Non era ancora autunno inoltrato, ma qui sul lago Ashi no ko ai piedi del monte Fuji e con la barriera del Gotemba pass che impedisce l'afflusso di aria calda dal mare la temperatura è leggermente più fredda. Il nostro ryokan di antica costruzione era immerso in un piccolo bosco di aceri che già si tingevano di rosso, la camera si affacciava su un bellissimo giardino con un laghetto, nel quale nuotavano placidamente delle grandi e multicolori carpe Koi. In lontananza si poteva ammirare tutta la maestosità del munte Fuji che rifletteva la sua immagine nelle cristalline acque del lago. Prima di cena, che qui viene servita abbastanza presto, decidemmo di recarci al rotenburo, bagno in acque calde che si trova all'aperto, per rigenerarci del viaggio, soprattutto nell'ultima parte avvenuta in autobus. Avevo sempre amato osservare quel corpo quando indossava abiti occidentali, ma vederla ora, con lo yukata ed i geta di legno, che ne slanciano maggiormente le forme, e camminare sinuosamente per questi sentieri che ci conducono alla zona termale mi davano già un orgasmo cerebrale prima ancora che fisico. Nel camminare si girò verso di me, il movimento rotatorio del busto fece fare capolino ad un seno, non resistevo alla voglia di baciarlo per sentire inturgidire il suo capezzolo sotto la mia lingua. Potevo solo immaginare, quanto di misterioso si poteva celare sotto quegli abiti, un tesoro che avrei voluto scoprire quanto prima. Maliziosamente i nostri occhi si incrociarono, come per tacita intesa su quelli che sarebbero stati i nostri prossimi giochi. Giungemmo alla zona termale, la temperatura esterna era abbastanza freddina, così tolsi velocemente il mio yukata e mi immersi nell'acqua calda, senza evitare di lanciare un piccolo grido di dolore, l'acqua era veramente bollente. Haruki si avvicinò al bordo della vasca, e come in un gioco perverso, forse per torturare o stuzzicare la mia mente, fece scivolare lo yukata sulle spalle e poi lentamente fino a terra. Ora potevo ammirarla in tutta la sua bellezza, la sua pelle era candida come la neve e alcuni nei sul suo corpo disegnavano un immaginario sentiero che conduce al folto manto di pelliccia, corvino come i suoi capelli, che, con consumata perizia, quasi pari ad una Tayu legò sopra la nuca. Incurante della temperatura esterna, rimase lì, nuda per alcuni istanti, forse consapevole di tanta bellezza e di quanto la desiderassi. Si immerse nell'acqua, distese tutto il suo corpo in alcune bracciate per raggiungermi, e nel sedersi accanto a me, sfiorò il mio pene, che nel frattempo era più turgido della pietra su cui ero seduto. Posò le sue labbra sulle mie, le nostre lingue si intrecciavano e giocavano tra loro come se si fossero da sempre conosciute. Rimanemmo così uno accanto all'altra nel caldo tepore del bagno termale per un certo tempo, lasciando accarezzare i nostri corpi dall'acqua calda, che ora si era fatta più sopportabile. Ormai era giunta la sera, la fioca luce delle lanterne conferiva all'ambiente circostante un'atmosfera surreale, era come trovarsi in un'antica stampa di Hiroshige. La voce di Haruki ruppe il silenzio: -"E' meglio andare a cena, se rimaniamo ancora un po' qui dentro ci trasformiamo in pesci lessi." Annuii, indossammo i nostri yukata e raggiungemmo il ryokan per la cena. Consumammo il nostro pasto quasi in un silenzio monastico, rotto di tanto in tanto dal rumore del the versato nelle nostre tazze. Per noi parlavano i nostri sguardi i nostri gesti ed i nostri movimenti. Tutto questo non mi sembrava possibile, erano passati quasi due anni da quando la vidi per la prima volta, e interminabili notti erano trascorse nel cercare il suo viso ed il suo corpo, ed ora la donna del mistero, che di lei conoscevo poco, quasi nulla, era pronta ad offrirmi le sue grazie ed io ero lì, impaziente di assaporarle come un piatto raro e ricercato, con il cuore impazzito dal desiderio. Haruki terminò il suo pasto con la solita lentezza; di lei, una cosa avevo capito.. era lenta, direi quasi ponderata anche nel mangiare, forse dovuto alla tipologia di lavoro o forse al fatto che insegnando inglese ai ragazzini aveva bisogno di molta calma e tempi lunghi. Spostò con delicatezza il piccolo tavolo, e diminuì di intensità la luce della lampada che le stava accanto. Il suo yukata si aprì completamente, ne caddero alcune foglie di acero che inavvertitamente erano state portate dalla vasca termale, con molta cura le pose vicino alla lampada. Inarcò il corpo, per alcuni istanti, forse per sgranchirsi, ma quella posizione mise maggiormente in risalto i suoi seni e quel suo folto giardino fiorito. Le nostre bocche ora si cercano con desiderio, le mani corrono con frenesia alla ricerca dei nostri rispettivi corpi. Le mie mani iniziano ad accarezzare i sui capezzoli che a poco a poco si fanno sempre più turgidi. Le stringo forte i fianchi. Le mie labbra percorrono il suo collo mordicchiandolo ogni tanto. Le mie dita frenetiche iniziano ad esplorare il suo padiglione purpureo, prima spingo un dito, poi due, il suo sesso è umido e accogliente, sento sempre di più il suo clitoride gonfiarsi di desiderio. Il corpo è teso ad arco per trarre il massimo del piacere da questo mio massaggio. I sui sospiri ora erano alternati a gemiti. Le sue grandi labbra erano dilatate e uno scorrere di umori si faceva strada tra di esse. Senza dubbio era eccitata. Prese la mia mano e se la portò alla bocca per assaporare il suo nettare. La baciai teneramente sulla bocca e sulle palpebre, Haruki rispose al mio bacio con una tenerezza infinita, mi abbracciò, mi strinse forte al suo corpo facendomi sentire la sua vagina umida, capii che desiderava il mio pene dentro di lei. Non volevo rovinare con la fretta quel momento divino e tanto atteso nel tempo stesso, desideravo fare l'amore con lei nel modo più dolce possibile, forse come solo sa fare una donna con un'altra donna e poi, oltre al mio corpo volevo offrirle il dono più bello: la mia anima. -"Dopo, dopo! dolce Haru chan, ora desidero esplorare il tuo pozzo fiorito con la mia lingua." Con modo garbato mi offrì quel delicato fiore di peonia, ormai dischiuso per mostrare tutta la sua sensualità. La mia lingua affonda e si ritrae in quel delicato fiore, si muove in ogni angolo, prendo e lascio il suo clitoride tra le mie labbra. Lo mordicchio, più di una volta la porto sull'orlo del baratro, ormai i suoi gemiti sono mugolii di piacere e totale abbandono al godimento. Sentii che ormai Haruki era prossima all'orgasmo, così aumentai il movimento della mia lingua come frenetiche pennellate di un pittore su una tela vergine, la sua vagina era inondata di caldi umori, l'orgasmo arrivò improvviso, violento, come l'eruzione di un vulcano. Ormai eravamo in preda ai sensi, dopo un breve attimo di pausa per riprendersi, la sua bocca si fece audace, sfiorò il mio pene umido stimolandolo con la punta della lingua, era un cannone pronto ad esplodere. La sua bocca cerca frenetica la mia per un reciproco scambio di nettare. Mi appoggio al muro, lei è sopra di me, ormai il mio pene è completamente tuffato nella sua vagina, totalmente immerso nel viscoso nettare. Le nostre menti ormai sono perse, come cavalli imbizzarriti senza controllo, i movimenti lenti e ritmati, vanno in perfetta sincronia con il movimento del suo bacino, il pene si fa strada dentro di lei, per favorire la massima penetrazione le sollevo le gambe in modo alternato, è un gioco piacevole che cerchiamo di protrarre il più a lungo possibile, ci guardiamo con tenerezza negli occhi, e insieme raggiungiamo le porte del celeste impero, un orgasmo di inimmaginabile intensità e inaspettato. I nostri muscoli ora sono in un completo stato di abbandono, i nostri corpi si uniscono in lungo abbraccio, cerco la sua bocca per un tenero bacio, le nostre lingue ancora si cercano come due ballerini in un morbido balletto. Feci l'amore con lei nel modo più dolce che mai avessi conosciuto, e a occhi chiusi mentre la baciavo, ebbi la sensazione che non ci saremmo più lasciati, eravamo uniti nell'anima.
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