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Primavera
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Titolo: Primavera
Autore: Nadine
Contatto:
Racconto n° 71
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Doveva accadere.
Lo sapevo che prima o poi un sole in tralice sul mondo mi avrebbe dipinto i sogni. Avevo intuito dalle mie narici che l'aria sarebbe diventata elettrica, le nebbie infinite che ricoprono questa piana desolante si sarebbero diradate per sempre. Le notti diventare incenso.
Incenso che accendo regolarmente ogni ultima settimana di marzo, quando la legge delle stagioni indica primavera. Anche il cielo cambia, costellazioni invadono improvvise i miei occhi e mi sento perdere, in quel dipinto scuro punteggiato a gemme.
In primavera volo. Allargo le braccia, scalza, sull'erba nuda e inizio a girare su me stessa, fissando cieli di ogni colore, il naso all'insù. Ogni mio nervo, ogni mio piccolo muscolo è teso allo spasimo, affamato di curiosità.
Vorrei vedere dove nasce la notte, essere cullata da ogni meraviglia del mondo, passare ore ed ore a fissare un albero. Vederlo crescere, coprirmi delle sue foglie.
Doveva succedere ed è successo. Anche quest'anno, rituale come una festa, mi sono svegliata con la voglia precisa di sentire la mia pelle nel sole. Voglia di vestirmi di fiori, di camicette aperte, di gonne, di maglie comode e soprattutto, voglia di volare.
Ma il rovescio della medaglia di questa smisurata esigenza di libertà sono i nervi che cedono ad ogni sussulto di foglia. Come il mio involucro esterno, anche le emozioni si enfatizzano, ogni cosa diventa sproporzionatamente bella oppure irrimediabilmente tragica.
Anche l'amore assume connotati spaventosi.
Erano anni che non ti incontravo. Stavo correndo per scaricare un po' di quell'elettricità che mi ritrovo addosso. Passeggiavi in senso opposto con un cane buffissimo, ho notato prima lui di te. Mi sono fermata per accarezzarlo, voltandoti le spalle. Mi sono piegata ed ho sentito la tua mano sulle mie natiche. Ho urlato, logicamente, più di spavento che per altro e, girandomi, ho visto il tuo sorriso di adolescente mai cresciuto.
- Sei un cretino! - ti ho detto ridendo mentre ti abbracciavo e tu, divertito, insistevi a darmi pacche sul culo.
- La smetti adesso? -
- Nadine, sono secoli che non ti ammiro!
- Sai cosa c'è da ammirare…
E poi convenevoli, i come stai, i figli, le mogli, i mariti. Scopriamo entrambi di non esserci mai sposati, che tu sei diventato un bravo operaio in ferie ed io una discreta musicista a spasso. Ti ho raccontato del mio conservatorio, di tutti quei fottuti esami che ho dovuto e devo ancora dare se voglio guadagnare qualche lira, di quanto mi manca la nostra sbornia all'esame di maturità, di come ho fatto a campare in questi tredici anni con un mestiere che non è mestiere.
E mentre parli del tuo lavoro solito, delle tue canzoni e dei tuoi viaggi strampalati, mi stupisco di desiderare accarezzarti i capelli.
Passeggiamo, spesso ti guardo e non ti trovo cambiato, neppure invecchiato. Mi lancio: ti prendo sottobraccio con un invito a casa. Nel dirtelo ho paura, tutta la parte destra del mio corpo freme, il mio sguardo si incrocia con il tuo, bellissimo, azzurro come il cielo. Mi sembri un bimbo, mi sei sempre sembrato un tenerone da coccolare. Tu però rovesci l'invito: - Perché non vieni tu a casa mia, così mi dai una mano a tagliare l'erba del prato, visto che sei campagnola?
- Nooooo! Smetti di chiamarmi campagnola, smetti subito! - e rido, rido come non facevo da mesi. A scuola mi chiamavano campagnola perché abitavo fuori città ed ogni fine settimana e d'estate ero a lavorare nei campi per tirare su qualche lira. E' in una di quelle estati che ho fatto l'amore per la prima volta…ma questa è un'altra storia.
Accetto l'invito, mi metto la giacca della tuta, mi sciolgo i capelli e lo seguo.
Per tutto il viaggio si accumulano i ricordi, io seduta in maniera poco ortodossa a gambe incrociate sul sedile che mi accendo una sigaretta (ehm..non proprio sigaretta) e rido a crepapelle, i capelli che mi scendono sul viso. Mi guarda. Abbozzo un sorriso di una malizia perfida.
- Sai che ti sei fatta più bella?
Scuoto la testa, accendo e porgo.
- Toh, fuma e guarda la strada. Scrivi ancora canzoni?
- Sì, spesso. Le canto al cane, mi dà più soddisfazione che con gli esseri umani.
- Ti capisco.
- Se vuoi ti do una cassetta, volentieri.
- Devo scodinzolare?
- No, è sufficiente che non fai la pipì sul sedile.
E ridiamo. - Certo che tu sei sempre fuori, - dico.
- E invecchiando peggioro.
Sono euforica, appena arriviamo ad una casa di campagna malmessa e sento spegnersi il motore mi preoccupo. - Abiti qui? - chiedo perplessa.
Lui annuisce in un gesto di scuse, poi mi indica il prato. - No, tu sbielli, - gli dico, - io pensavo fosse un pratino di qualche casa a schiera o cose simili, qualche metro quadro, ma questo è un campo intero da falciare!
- Bè, va bè, dai, per te cosa vuoi che sia?
So che mi prendi in giro, almeno spero, ma per precauzione ti guardo sottecchi e faccio no con la testa, non se ne parla nemmeno.
- Non è tempo, - annuncio. In effetti, da che mi ricordo, manca ancora qualche giorno al primo taglio.
- Ma che campagnola che sei! Va bè, dai, allora ti fermi a mangiare?
- Ecco, quello sì che mi ispira.
Si annuvola e un'aria fresca mi accarezza le gambe nude. Il tuo cane sollecita un'urgenza di gioco, tu lo accarezzi e noto adesso il colore della tua pelle, già abbronzata. Ho un fremito. Ti sto guardando con gli occhi socchiusi, la bocca aperta, appena nascosta dai capelli. Fortunatamente non te ne accorgi, ma un tumulto di sensi mi sta inumidendo e l'aria frizzante stuzzica i miei capezzoli. Sto ferma a guardarti giocare col cane e mi gira la testa. Mi sto eccitando come una volta, senza eccessi di parole o situazioni piccanti, nella semplice grazia dei tuoi gesti. Ho un tuffo al cuore quando ti giri e rimani fermo a guardarmi. - Cos'hai Nadine? - sussurri, - andiamo dentro, hai freddo.
Sì, andiamo dentro. O forse no, magari è meglio non insistere, ma i tuoi occhi mi calamitano in una casa dai colori vivaci e ti seguo fissando la tua schiena. Un corridoio ornato di una foto e qualche pianta divide una serie di stanze speculari. Mi mostri la cucina, quelle di una volta con la madia e il camino. In un angolo un piccolo divano sul quale mi fai accomodare con il tuo cane che subito viene ad accovacciarsi ai miei piedi, provocandomi un senso di gioia infantile. Arrivi con una coperta e mi avvolgi malgrado le mie brevi proteste. Il cane si mette a giocare con un lembo e ho un bel daffare a farlo smettere, finché non si mette buono a dormire.
Mi porti anche una tazza di tè caldo. Guardo ogni tuo movimento e rispondo a stento a ciò che mi chiedi, sono persa nei tuoi occhi, nella precisione del tuo fare, nei passi enormi che fai avanti e indietro, nelle tue mani che maneggiano una pentola, che si bagnano e arrossiscono quando le asciughi. Mi chiedi cosa desidero e quasi rispondo: tu. Ma la ragione ancora non mi ha abbandonata e lascio a te la decisione. Hai caldo e rimani scalzo, con i jeans che ti scendono perfetti lungo le gambe, una camicia scozzese rossa appena aperta sul petto abbronzato. Sei…sei terribilmente eccitante.
Questo però te lo dico e subito dopo stringo gli occhi e mi mordo la lingua come chi aspetta una tempesta. Tu invece ridi perplesso. Mi piace anche il tuo modo di fare, di sdrammatizzare ogni cosa. - Secondo me fumi troppo, - rispondi, ed io divento rossa da sotto la matassa di capelli. - No, dico sul serio. Perché io e te non abbiamo mai scopato?
Ti avvicini, fletti le gambe e mi dai un bacio sulla fronte. Quando sento le tue labbra toccarmi ho un sussulto. - Perché non ti ho mai vista sotto quell'aspetto, Nadine, e tu stavi con quel tipo…quello che ti voleva sposare…
Mi faccio piccola piccola: - No, ero io che lo volevo sposare, - dico accarezzandoti la punta del naso. Piego la testa di lato e guardo il pavimento di mattonelle rosse. - Che ci faccio qui? - chiedo e mi chiedo.
- Intanto mangiamo, - rispondi con delle facce che mi fanno ridere.
Scopro anche che sei un buon cuoco, uno di quelli caserecci ma con gusto e ti domando come mai uno così perfetto non si è ancora sposato.
- Mah, questione di occasioni mancate, testa che non c'è mai stata, mi riferisco alla mia naturalmente. Cose sfuggite e mai più trovate. Beviamoci su.
- La foto della ragazza che c'è in corridoio: chi è?
Taci un attimo. Appoggi la forchetta e mi guardi. - E' una di quelle occasioni che mi sono mancate perché il destino ha voluto così.
Capisco che non è il caso di insistere, lo leggo nell'azzurro dei tuoi occhi. Cambio discorso ed evito di guardarti. Ogni volta che la tua bocca si apre per ricevere cibo trasalgo. Una di quelle emozioni che forse in un altro periodo dell'anno non risultano all'appello.
- Io invece vivo con una donna.
Controllo la reazione da sotto in su, ma non fai neanche una piega.
- Non so cosa ci sia tra noi e neppure se c'è qualcosa, ma sai quelle situazioni che ti attirano come una mosca sul miele? E poi è anche una questione di esigenza. Da sola non ce la farei assolutamente.
- Trovati un miliardario.
- Piuttosto vado a battere. Sai che palle con un miliardario, i problemi…e poi dietro ciascuno c'è una famiglia e immagini cosa sia la famiglia di un miliardario?
- Convengo: che palle!
E mi fai ridere ancora. Nel ridere ti guardo e stavolta mi perdo nei tuoi occhi, sento tutta me stessa un fremito: alle mani, ai piedi, allo stomaco. Butto giù un bicchiere di vino alla svelta senza staccarti gli occhi di dosso. - Ti ho mai detto che mi piaci un casino? - gli dico cercando di assumere gli atteggiamenti più allusivi che conosca. Sei in imbarazzo, lo vedo. Mi alzo, faccio il giro del tavolo e mi metto dietro di te, massaggiandoti il collo. - Fai così con tutti quelli che incontri?
Mi risente un po' questa domanda, ma fingo e ti sussurro in un orecchio: - No, al momento solo con te.
Mi blocchi le mani ed io ne approfitto per stringere le mie dita nelle tue.
- Nadine, Nadine…
- Un bel nome, non trovi? -
Mi libero e ti abbraccio, stampandoti un bacio sulla guancia. Capisco che qualcosa non va. Riflettendoci forse sono stata un po' troppo frettolosa. Ma non riesco ad allontanarmi.
Suona il campanello ed il cane si precipita alla porta con gran rumore. Ti alzi e vai ad aprire, ti sento parlare con qualcuno ed uscire. E' come se mi svegliassi, ed un senso di panico mi pervade. Decido di rigovernare, di muovermi. Stai fuori per quasi dieci minuti, la mia ansia aumenta finché decido di andarmene. E' stato tutto un errore, io sono un errore. Percorro il corridoio e, anziché andarmene, mi fermo su quella foto. La ragazza è bella, ritratta su una spiaggia, un gran sorriso e due occhi dolcissimi. Sotto, una dedica: a te, perché le tue mani non abbiano mai freddo. Al mio più grande amico
Indugio ancora un po', poi decido di fare un giro per la casa. Vedo il disordine della camera da letto, i mobili vecchi che mi fanno impazzire, il bagno in perfetto ordine spartano, una camera con i tuoi strumenti musicali, la stanza con il vino, una scala che dà al piano di sopra. Salgo, faccio una fatica enorme ad aprire la botola ma ne vale la pena. Una soffitta alta, in parte vuota e zeppa di cose ai quattro angoli. Entra una luce strana dalle due aperture circolari, il pavimento è pulito, fatto con i mattoni come una volta. Un fascio di sole corre centrale, caldo. Ho freddo ai piedi, mi tolgo le scarpe e i calzini e mi rannicchio in quello spazio, in mezzo al pavimento. Nel caldo sento gli occhi pesanti, quasi mi addormento.
- Nadine!
- Sono qua, - balbetto.
- Che ci fai lassù? - ti sento ridere, poi vedo il tuo cespuglio di capelli spuntare dalla botola. Ti sorrido tutta acciambellata e con le mani sotto la testa a fare da cuscino. - Avevo freddo…
Scuoti il capo, vieni a sederti accanto, incroci le gambe e mi guardi. Cerchi un po' di conversazione parlando dei compagni di scuola, di chi è andato, di quello che adesso si è sputtanato e fa il commissario di polizia, della bella che ha sposato veramente uno pieno di soldi e passa ore ed ore dallo psicanalista. Mi giro speculare alla posizione di prima, ti guardo negli occhi: - e di te cosa mi dici?
- Che dirti? Ho sempre fatto una vita normale: gli amici, il bar, la morosa ora sì ora no…
- Non me la racconti giusta: l'ultima volta che ci siamo visti, cinque anni fa, alla cena…
- Non mi hai neanche salutato, Nadine…
Rido, - a parte le mie figure, quella volta hai detto che stavi passando un brutto periodo. Mi spieghi chi è quella ragazza della foto?
Prendi fiato, mi sorridi quasi per dovere. Io aspetto, ho tempo. Non ho neanche più un lavoro, non so cosa sia la fretta, oggi.
- Io…io sono gay, Nadine.
Attendi una mia replica o uno sguardo che non arrivano. Vai avanti, parlami.
- Lei era una ragazza stupenda, l'unica donna con la quale mi sia trovato a mio agio. L'unica che pretendesse cose straordinarie dalla mia vita, il successo con le canzoni, la fama, la gloria. A lei bastavo io per quello che sono, con tutti i miei difetti, le mie debolezze, le mie distrazioni…poi un giorno, quando abbiamo preso questa casa, ha deciso che potevo anche cavarmela da solo ed è partita. Mi ha lasciato quella foto e non l'ho più rivista. Tu che sei una donna, me lo spieghi?
Ho gli occhi lucidi nei tuoi occhi lucidi. - Non so. Probabilmente la tua omosessualità, ad alcune donne certe situazioni fanno paura. Ma credo che forse se ne sia andata perché ti amava troppo. Quando vedi sbocciare una rosa ti accorgi quanto sia enormemente difficile contenere l'amore. Tu per lei eri una rosa, e quando ti ha visto così ha creduto che il suo tempo accanto a te fosse finito. Il rovescio della medaglia è che poi le rose sfioriscono e muoiono. Ti ha colto nel momento migliore, non ha voluto vederti appassire. Oppure…
Non parli, piangi in silenzio e non parli. Mi alzo e ti abbraccio, prendo la tua testa tra i seni e ti coccolo. Ti copro dalla luce con i miei capelli.
- Tu hai paura dell'amore, stellina, hai paura di lasciarti andare perché temi di ammalarti o di ammalare, non è così?
Nei tuoi singulti leggo la conferma. - Non sono malato, Nadine, - mi dici con disperazione, - ma ho tanta paura…
Ti lascio sfogare, non mollo la tua testa e con l'altra mano lentamente mi sfilo la maglietta, sento le tue lacrime calde sulla mia pancia. Slaccio il reggiseno e ti accolgo nel mio grembo, poi ti costringo a succhiarmi un capezzolo, senza smettere di accarezzarti.
Mangiami, cucciolo, fa che io nutra la tua vita. E tu succhi, lecchi con la delicatezza di un fiore, lo fai inturgidire e poi gli giri attorno con la punta della lingua. Io ansimo, emetto brevissimi sospiri di piacere e ti sorrido. Prendo il tuo viso nelle mie mani, ti guardo e scendo sulle gambe a baciarti il naso, sorridendo, poi le labbra. Con la maglietta ti pulisco le lacrime dal viso.
Ti abbraccio forte forte, poi ci alziamo in piedi e ti stringo alla vita, ora immersa io nel tuo torace. Rimaniamo stretti per un bel po' di minuti, ascolto il battito del tuo cuore farsi sempre più veloce, mi allungo sulle punte dei piedi ed infilo la mia lingua tra le tue labbra, le esploro, sento la tua calda e bagnata che la avvolge, ci intrecciamo mentre la labbra vanno a chiudersi in un bacio infinito. Sento le tue labbra sulle mie, dentro le mie, sopra, sotto, ti passo un mano tra i capelli e ti massaggio lentamente la schiena per istanti immensi.
Tu mi abbracci, d'improvviso una mano passa sul fianco e risale la mia pelle fino al seno e, mentre mi accarezzi, mi palpi, ti strappo i bottoni della camicia e la sfilo, buttandola lontano. Faccio la stessa cosa: tu tocchi me, io lo ripeto sul tuo corpo, questo è il mio gioco, amore mio. E tu capisci al volo, scendendo a leccarmi il collo ed un capezzolo per poi attendere che la mia lingua faccia altrettanto, mentre sento salirmi un'eccitazione incontrollabile. Guardo i tuoi muscoli alzarmi da terra, con le gambe stringo i tuoi fianchi come in una morsa che non voglio lasciare mai e ti bacio, ti cospargo labbra, naso, mento, guance di saliva, ti lecco, con le mie labbra sembro impazzita e forse lo sono davvero. Mi appoggi per terra, scendo frenetica tutto il tuo corpo con le labbra e vado ad abbassarti pantaloni e mutande di colpo. Per non perdere tempo metto in bocca il tuo pene già duro e con le mani ti aiuto a sfilarti i jeans e ti tolgo scarpe e calze. Adoro il tuo sapore.
Ti masturbo e ti lecco i piedi, poi mi faccio violenza per non saltarti addosso e prendere quella carne nella mia e mi alzo, attendendo che il gioco lo conduca tu, ora.
Mi copi, ma con una lentezza che non ho mai visto negli uomini. Voglio morire qui, non ho più controllo sui miei nervi e quasi svengo quando mi fai scivolare il pene sulla pancia, lo fai apposta, risali e poi scendi di nuovo, lo passi sul mio pube e mi solleciti il clitoride con la punta. Fai così per un po' di secondi, poi i miei ansimi, i miei - ti voglio - la mia bocca contorta nell'eccitazione irrefrenabile ti hanno staccato e sei sceso a masturbarmi con le mani, poi con la bocca.
- Non ce la faccio più…amami ti supplico, amami adesso!
Ed è lì che mi hai presa, scaraventata sul pavimento caldo di sole, mi hai aperta e sollevata all'altezza di te inginocchiato, bellissimo in controluce, e penetrata.
Piango di piacere quando ti sento entrare, tutta me stessa si apre e ti accoglie, fradicia e senza ritegno. Non posso che singhiozzare ad ogni colpo, ancorarmi alle tue gambe aperte, alle tue braccia forti che mi stringono sui fianchi. Tu che mi percorri nei segreti più belli, tu che mi fai urlare sfondami, tu che ad ogni mio singhiozzo controlli che l'attimo dopo sia più intenso. Sei la mia fonte di vita, sei il piacere fatto sentimento.
Io non esisto più, volo tra le tue braccia, sono solo una somma di emozioni incontrollabili e piango di felicità. Ogni mio orgasmo è un tuffo del cuore e per te un'eccitazione in più. Sudi copiosamente, passo le mani sul tuo petto e poi me le lecco, voglio il tuo sapore, amare anche la tua essenza. Continui, sempre più forte ed io adesso urlo e scuoto la testa a destra e a sinistra, a volte mi faccio male ma non lo sento. Sudo anch'io e moltiplico i miei orgasmi, brevi. Poi ti sento ansimare, serri le labbra e fai per uscire, ma io ti trattengo. - Amami fino in fondo.
E ti spingo nel mio fondo a depositare il tuo seme, tutto, fino all'ultima goccia, in un'estasi profonda che sboccia in un orgasmo fortissimo.
Cadi sopra di me urlando, ma senza uscire. Apro le gambe e ti accarezzo i polpacci con i piedi e la testa con le mani. Ti bacio ancora, dolcemente, ho le labbra gonfie di piacere e la lingua morbida. Rimaniamo così, attaccati fino ad addormentarci.
La brezza della sera ci sveglia infreddoliti e ci rivestiamo ridendo. Mi inviti a fare una doccia, ti lasci spogliare, mi spogli e un sollievo d'acqua calda cade sui nostri corpi esausti dall'amore. Ti lavo io, ti pulisco la schiena, le gambe, i piedi, il sesso che torna a gonfiarsi. - Ma guarda tu questo monello… - e ridiamo, poi tu fai la stessa cosa con me e mi baci, prendendomi ancora sotto la doccia. Anche se mi fa un po' male ti accetto con piacere, sento il tuo corpo fremere e mi eccito a sussurrarti: - stai dentro, - mentre mi riempi con il tuo succo vitale. Reclino il capo e mi mordicchio le labbra in un piccolo orgasmo.
Resto avvinghiata a te e ti bacio sorridendo. Ti stacchi e ti lasci ripulire. Poi usciamo e ti asciugo, mi asciughi, mi dai un tuo maglione che mi fa da vestito, mi rimetto calzini e scarpe e torniamo in cucina, abbracciati.
Il tuo cane abbaia, contento di vederci e forse un po' rimproverandoci di averlo lasciato solo per tutto il pomeriggio. Usciamo assieme a fare una passeggiata, abbracciati ed in silenzio.
- Sai che mi piacciono le donne? - gli dico facendo la bisbetica scandalizzata. Lui mi guarda interrogativo, poi esce con una delle sue.
- Una lesbica e un gay che fanno l'amore, signore e signori si ribalti il mondo.
Seguono le nostre risate, le mie mani nelle sue, i miei occhi persi nei suoi ed un amore universale che non ha confini, come questa primavera che fa dire a pieni polmoni: io amo la vita.