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Per la vittoria
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Titolo:
Per la vittoria |
Autore:
Dalton |
Contatto:
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Racconto
n° 72 |
Altri
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Gli echi delle grida di giubilo si erano da poco dissolti. Fantastica partita! La più esaltante che avessi mai vissuto da quando allenavo. Le ragazze erano state semplicemente perfette e avevano strappato applausi anche alla ristretta pattuglia di tifosi avversari che era intervenuta nella fievole speranza di veder ribaltato il pronostico della vigilia. Il nostro muro aveva ricacciato indietro almeno i tre quarti delle schiacciate delle livornesi, mentre le bordate di Sara Brancic, arrivata la stagione precedente da Trieste, avevano fatto i buchi per terra. Caterina aveva genialmente distribuito palle calibrate al millimetro e così eravamo riusciti ad aggiudicarci il primo titolo della nostra storia. Ora mi stavo godendo i primi minuti di requie dopo aver stretto decine di mani e dopo il giro di trionfo davanti al pubblico in piena apoteosi. Seduto sulla panca aspettavo che le ultime ragazze uscissero dallo spogliatoio per poter chiudere tutto e recarmi infine al meritato riposo. Il custode aveva atteso più di un'ora, poi se n'era andato dicendomi: - Mister, qui si fa tardi, per piacere chiuda lei, domani poi mi riporta le chiavi. Si udiva ancora ovattato lo zampillo di una doccia e qualche risata. Se non mi era sfuggito qualcosa dovevano essere rimaste dentro soltanto Gianna, Caterina e Mimma, quelle che io chiamavo ironicamente "le tre moschettiere". Mimma era la capitana, aveva già passato la trentina e per lei la pallavolo cominciava ad essere - come per me del resto - una delle principali ragioni di una vita tutto sommato vuota di altre soddisfazioni. Caterina aveva venticinque anni ed era la mente della squadra. Aveva mani di piuma che carezzavano la palla prima di mandarla in direzioni sempre inaspettate, dalle avversarie perlomeno. Gianna era la più giovane, non aveva ancora vent'anni e le mancava soltanto l'esperienza, perché per il resto era completa. Sapeva difendere, attaccare e all'occorrenza fare l'ultima alzata per la mano di una compagna. Fu lei ad apparire nel corridoio, con ancora l'accappatoio indosso. - Ma non avete ancora finito? - Le dissi - Sbrigatevi che altrimenti si arriva a casa a notte fonda! Mi sembrò un po' titubante, tacque per qualche secondo, poi mi disse con un tono misterioso: - Mister, c'è un problema, vieni a vedere. Bussai prima di entrare, per non rischiare di sorprendere qualcuna ancora sotto la doccia. Sentii la voce di Mimma che diceva: - Avanti! Anche le altre due erano in accappatoio. Sulle panche giacevano abbandonate le divise verdi con le quali era stata vinta la battaglia. Mimma mi indicò una delle docce dalla quale perveniva uno scroscio insistente. Mi affacciai per controllare e mentre osservavo il getto continuo e regolare mi sentii spingere in avanti sotto il fiotto d'acqua. La mia tuta si intrise istantaneamente. Mi voltai meravigliato e anche decisamente stizzito. Non le conoscevo per orditrici di scherzi di dubbio gusto. Con calma olimpica appena velata da un tono sbarazzino nella voce Gianna mi sussurrò: - Oh, guarda! Ti sei tutto inzuppato. Ora dovrai per forza spogliarti. Rimasi immobile perché non riuscivo ancora ad afferrare la situazione. Fu Caterina a distogliermi dal mio sbigottimento: - Forza, togliti la tuta. Festeggiamo! Come ad un segnale convenuto tutte e tre lasciarono cadere gli accappatoi al loro piedi e mi si presentò davanti agli occhi un quadro che non esito a definire inebriante. Gianna si ergeva florida, donando al vapore dell'angusto locale i suoi seni pronunciati con piccoli capezzoli a ciliegia. I capelli castani le arrivavano alle spalle robuste, le gambe ben tornite racchiudevano il tesoro di un pube ancora da ragazzina. Caterina era più piccola, aveva gli occhi chiari e splendenti, il suo corpo sprizzava vigore e dolcezza al tempo stesso. Seni delicati con capezzoli di un rosa tenue, capelli biondi e ricci come il bozzetto di peli che le fioriva sotto un ombelico che sembrava disegnato da Giotto. Infine Mimma - la mia fedele capitana - che veniva un po' presa in giro per la sua scarsa avvenenza. La descrivo con il rispetto dovuto al suo coraggio di compiere un atto, come quello di spogliarsi davanti a me, che deve esserle costato un'immensa fatica. Era più alta di me e magrissima. Sulle sue gambe molto lunghe le ginocchia spiccavano sferiche come gli snodi dei manichini nei laboratori di copia dal vero. I seni erano quasi inesistenti, rivelati soltanto dalla pervicacia di due capezzoli scuri appuntiti che inarrendevoli puntavano dritti in avanti. Aveva capelli neri e corti, le anche non formavano alcun tipo di curva e sul ventre portava un graziosissimo ciuffetto di peli folti, corti e nerissimi. Nuda faceva tenerezza e sembrava la più impacciata delle tre ragazze. Contemplavo quello spettacolo con occhi trasognati. Avvicinandosi Gianna fece di nuovo rimbombare la sua voce: - Non ricordi cosa ti dissi il giorno in cui vincemmo a Firenze? Certo che ora lo ricordavo! Nell'esaltazione della vittoria mi aveva detto: - Mister, se quest'anno vinciamo il campionato veniamo tutte quante a far l'amore con te! Naturalmente l'avevo presa come un'iperbole, un'esagerazione dettata dall'euforia del momento. Ma non mi aveva neppure sfiorato la mente l'idea che parlasse sul serio. In fin dei conti aveva solo diciannove anni e a quell'età si può pure promettere il sole e le stelle e scordarsi tutto nell'attimo stesso. - Be' - continuò Gianna - le altre non ci sono state, dovrai accontentarti di noi tre. Sotto la mia tuta fradicia sentivo risvegliarsi i miei desideri, ma non ero ancora convinto che tutto fosse vero. Solo quando avvertii sei mani che delicatamente mi toglievano gli indumenti bagnati ebbi la sicurezza di non essere al centro di una atroce burla. Fu Caterina - la dolce Caterina - che con fare per nulla imbarazzato fece sapientemente scivolare giù l'ultimo baluardo della mia eccitata virilità. Subito mi trovai stretto nel loro abbraccio. Sentivo i loro corpi caldi e morbidi contro il mio, cominciavano a diffondersi nello spogliatoio sospiri contenuti. Allora iniziai a porgere intorno le mani; avrei voluto averne dieci, cinquecento, mille per rispondere a tutte le vibrazioni di quei tre corpi tremanti di passione. Assaporai una ad una le loro bocche in cui mulinavano lingue dolcissime. Una forza invisibile ci sospinse verso la panca. Le gloriose divise si ritrovarono ignominiosamente sul pavimento e nel carosello di pelli seriche mi stesi supino sull'asse di legno, mentre Gianna mi salì a cavalcioni facendo sparire il turgore del mio sesso nel folto umido del suo. Travolto dal piacere reclinai la testa all'indietro e vidi che da quel lato della panca stava Caterina che ormai lanciava piccoli strilli, dimenando concitata il proprio solare corpo. Afferrai le sue anche, avvicinai a me i suoi peli biondi e affondai la mia bocca nel suo solco ardente. Sentii il suo sapore violento di salvia e cerfoglio, mentre una colata di miele mi scorreva fino in gola. Furono attimi di febbre, mi calavo in un vortice di luce del quale non vedevo la fine. La voce di Gianna era ormai un sibilo roco e si spense quasi contemporaneamente alla mia e a quella di Caterina. Occorsero minuti per ritornare sulla terra, in quello spogliatoio dove - adesso me ne accorgevo - uno dei tubi al neon, in via di esaurimento, diffondeva una luce tremolante, quasi stroboscopica. Sotto il tubo, appoggiata alla parete, Mimma ci guardava con un'espressione indefinibile. Si era rimessa i pantaloni della tuta e teneva in mano la felpa con gesti irresoluti. Sembrava accusarci mutamente, soprattutto io mi sentivo colpevole di averla quasi ignorata in favore delle altre due più seducenti. In realtà avevo agito senza pensarci: ad un certo punto non avevo più percepito la sua presenza e avevo consegnato i miei strumenti di piacere alle due che si erano fatte più vicine. - Vieni - le dissi - la festa non è ancora finita. La vidi irrigidirsi, quasi che rifiutasse il tardivo invito. Allora mi avvicinai e le carezzai le spalle ancora nude. Parve sciogliersi e quindi rinfrancato l'abbracciai, facendo scorrere le mie labbra sul suo collo. Giunsi dove era inevitabile arrivare: aprii la bocca ancora piena del sapore di Caterina e assaggiai uno dei suoi capezzoli. Era durissimo, di pietra, come se tutto il suo godimento si fosse concentrato in quell'unico punto. Le sfilai la parte inferiore della tuta e vidi per la seconda volta il suo ciuffetto di pece. Ci accostammo alla panca, accompagnati dagli incitamenti delle sue due compagne: la partita più importante si stava giocando ora e non ci sarebbero stati vinti, solo vincitori. Le offrii il mio pene che era ritornato in piena estensione e appena iniziai a penetrarla mi fermai sbalordito. La interrogai con gli occhi. Non mi rispose nello stesso muto modo, ma proruppe infervorata: - Sì, sei il primo, ma ti voglio, qui, adesso! Ciò che seguì non è materia per un racconto erotico, Gianna e Caterina raccolsero le loro tute e ci lanciarono un accenno di saluto, allontanandosi - credo - con passo sciolto e saltellante lungo il silenzio del corridoio.
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