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La fine del gioco
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Titolo: La fine del gioco
Autore: Arconte
Contatto:
Racconto n° 726
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La mattinata era scivolata via come ogni giorno. Riunione di staff iniziale, nuovi budget da raggiungere, pratiche da evadere sempre più urgenti, il solito giro di telefonate.
Niente di nuovo insomma. Era piuttosto la mancanza di biancheria intima sotto ai calzoni a causarmi disagio e preoccupazione. Il tessuto ruvido dei pantaloni stimolava in modo continuo il mio membro e potevo risolvere l'inconveniente solo rimanendo saldo, per quanto possibile, dietro la scrivania.
Suona di nuovo il telefono, dall'altro capo una voce femminile mi intima: "Mettilo!".
Rispondo: "Si Signora" e riattacco.
Come una marionetta mi dirigo in bagno, mi chiudo la porta alle spalle, calo i pantaloni e prelevo dalla tasca interna della giacca un cuneo anale; lo lubrifico e me lo inserisco. Mi ci vogliono 20 minuti buoni prima di poter uscire dal bagno adottando una parvenza di normalità.
Adesso è ancora più dura di prima. Mi sembra di aver addosso gli sguardi di tutti. Con una rapida corsa mi dirigo in ufficio e mi tuffo nel lavoro nel vano tentativo di distrarre la mente dal corpo.
Non ci riesco, ma ho fortuna e riesco a rimanere nel mio ufficio per tutta la mattinata.
Il telefono squilla nuovamente; è la stessa voce. Ordina: "Tra 15 minuti"; rispondo "Si Signora".
Devo fare in fretta. Chiedo mezza giornata di permesso e mi fiondo in macchina. Ho i minuti contati, soprattutto a quest'ora del giorno. Riesco comunque a eludere buona parte del traffico e dei semafori e ad arrivare in tempo. Trovo la porta d'ingresso accostata, entro e me la chiudo dietro.
L'appartamento è immerso nella penombra; la sento dire "Svestiti!", rispondo: "Si Signora"; e mi denudo di tutto.
E' allora che la vedo chiaramente: una figura longilinea inguainata in un body nero aderente, capelli corvini e due occhi azzurri come il ghiaccio dell'Antartide.
Conosco i miei doveri e, senza che Lei proferisca parola, m'inginocchio ai suoi piedi appoggiando il dorso della mani dietro alla schiena. Sento il click delle polsiere che si chiudono.
La sua mano guantata mi accarezza il petto e comincia ad esplorare il mio corpo come se fosse la prima volta; mi raggiunge in ogni pertugio. Il contatto con la pelle è ora ruvido ora vellutato, indugia intorno all'orifizio anale, solletica la pelle arrossata. E' l'estasi, mi sembra di essere senza peso; mi faccio trasportare dalla corrente dimentico di tutto.
All'improvviso una scarica elettrica mi attraversa la schiena e mi riconduce brutalmente alla realtà. Impugna un frustino e con esso indica il tavolo. M'appoggio col petto sulla fredda superficie del legno ed allargo le gambe. Una benda nera, probabilmente delle sue vecchie calze, mi avvolge gli occhi riportandomi dolcemente al limbo precedente.
Mi chiede: "50?". Rispondo: "Si Signora".
Le prime stilettate sono forti ma sopportabili, per quelle successive è tutto un'altro discorso. Come in un caleidoscopio di colori, il dolore si trasforma, muta, evolve. Perdo il conto dei colpi subiti ma questi proseguono incessanti, con una cadenza perfetta fino alla loro naturale conclusione.
Sono esausto, il corpo si contorce ancora, respiro a fatica.
Passano 5 minuti e sono ancora nella stessa posizione.
Un altro flash attraversa il mio sistema nervoso. Deve essere andata in cucina perchè mi sta passando sul dorso innumerevoli cubetti di ghiaccio con una lentezza esasperante. All'inizio é una sensazione piacevole, il freddo si porta via il calore delle frustate e rilassa la pelle; solo dopo diversi minuti capisco che sono passato ad un'altra tortura molto più sottile. I cubetti sciolti vengono rinnovati con nuovo ghiaccio, arrivo al punto che vorrei implorarla di smettere pur sapendo che una simile richiesta inasprirebbe ancora di più la mia punizione.
Improvvisamente mi toglie la benda. Davanti a me 4 falli posticci di diversa dimensione. Lei indica quello più grosso e chiede: "Questo?". Rispondo:"Si Signora".
Si allaccia alla vita l'imbragatura in cuoio e ad essa inserisce il fallo, me lo avvicina alla bocca per inumidirlo adeguatamente e me lo inserisce lentamente nel culo, già precedentemente allargato dal cuneo. Dolore e piacere mi pervadono di nuovo; il movimento dapprima lento diviene poi più ritmico e veloce. Potrei venire a momenti ma la sua volontà é che io raggiunga l'orgasmo solo dopo di Lei. E così stringo i denti e resisto. Non devo comunque aspettare molto; i colpi che ricevo diventano sempre pù forti e risoluti ed entrambi raggiungiamo velocemente l'appagamento.
Non è finita. Con una mano mi prende i capelli e, indicando il liquido sul tavolo, mi ordina: "Lecca!". Rispondo: "Si Signora" ed eseguo sistematicamente fino all'ultima goccia.
Mi vengono infine liberati i polsi, Lei mi guarda e, sorridendo, mi dice: "Sbrigati che a minuti arrivano i bambini".
Recuperando velocemente i vestiti lasciati a terra, rispondo: "Si cara!".