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Il profumo dei tigli in fiore
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Titolo: Il profumo dei tigli in fiore
Autore: Gerard
Contatto:
Racconto n° 727
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Ero tornato a frequentare l'ambiente universitario. Questa volta non da studente, ma da collaboratore, per una serie di convenzioni che l'impresa per la quale lavoravo aveva sottoscritto con l'ateneo.
Ricordando i miei anni trascorsi fra i banchi accademici, un brivido aveva percorso il mio corpo e la mia mente entrando nell'atrio della facoltà. Erano stati anni duri, non potevo negarlo. Sempre diviso fra la fame di conoscenza e la fatica dello studio assiduo da una parte e quel desiderio di evadere, di sperimentare, di divertirsi che colora l'età dai 19 ai 26 anni dall'altra.
Mi ero laureato in fretta. Il massimo dei voti era sempre stato nelle mie possibilità, ma la mia mente e soprattutto il mio carattere non avevano mai accettato di dare quel qualcosa in più necessario a raggiungere la cima più alta, se il prezzo da pagare era quello di limitarsi nelle esperienze ludiche quotidiane. Lo sport, la fotografia, la lettura, i circoli culturali, la chitarra, le bevute con gli amici, ma soprattutto, il sesso. In effetti, gli interessi "extra-accademici" erano stati molti e giustificavano onestamente il voto finale di laurea: 100/110. Col senno di poi, guardando indietro, mi dico sempre: "Giorgio, hai fatto bene a godertela!". D'altronde ora avevo un lavoro che mi dava soddisfazione ed ero diventato una pedina insostituibile nel team aziendale.
Questi pensieri turbinavano nella mia mente quel giorno all'arrivo in facoltà. Ero venuto a discutere la bozza finale del progetto esecutivo che sarebbe stato reso pubblico, se approvato, da li a poche settimane. Ero in ritardo, come sempre. Fortunatamente madre natura mi aveva dotato di quella giusta faccia tosta e di quell'insostituibile savoirfaire necessario a giustificare i frequenti ingressi in sala riunioni quando tutti erano da tempo seduti e pronti per iniziare la discussione.
Raggiunsi in fretta il quarto piano salendo le scale di quel magnifico edificio medievale che mi aveva ospitato, in una delle sue antiche stanze, durante lo svolgimento della tesi. Dovevo incontrare il Professor B. A. ed il suo team di ricerca.
B. A. era stato il mio relatore di tesi assieme alla Dott.sa K.L. che mi aveva costantemente seguito in tutti quei sei lunghi mesi in qualità di correlatore e che attualmente era braccio destro dell'emerito professore.
I miei pensieri erano su di lei dalla sera prima mentre preparavo l'abito per l'incontro. Avevo scelto un completo di lino, color verde acqua, che richiamasse il colore dei miei occhi. Una camicia bianca di trama fine. Un paio di mocassini leggeri. Una cintura in cuoio leggero. Quest'ultima scelta non era stata casuale.
Volevo colpirla. Stenderla con un solo particolare per altro noto ad entrambi. Volevo vedere la sua reazione quando sarei entrato nell'ufficio. Dal suo viso avrei capito se le porte della percezione fra noi erano chiuse definitivamente od invece erano ancora aperte a quelle esperienze, quasi estreme, che ci avevano visti protagonisti dall'inverno fino al giorno della mia laurea di quella torrida estate. Quel 17 Luglio mi laureai, con lei in commissione, vicini, per l'ultima volta, fino ad oggi, giorno in cui l'avrei rivista dopo quattro anni di assoluta separazione.
K.L era una donna non bellissima, ma forte, decisa e molto intelligente. Quando iniziai la tesi mi fu presentata dal professor B.A che mi disse, battendomi paternamente una pacca sulla spalla: "Lei sarà per te come una guida per tutti questi mesi. Da lei imparerai cose che non hai imparato in tutti questi anni d'università, credimi!". Mai affermazione non fu così veritiera.
Dopo le prime settimane trascorse a casa a leggere montagne d'articoli sul tema della tesi mi ero quasi perso d'animo. Una mia cara amica me lo aveva detto: "Ti renderanno la vita difficile all'inizio soprattutto le assistenti ! Io non ne posso più!".
Ma avevo troppa voglia di apprendere, di mettermi alla prova lavorando per la prima volta su tematiche originali, rispetto a tutti quegli anni, vincolati ai testi ed ai programmi proposti nei diversi corsi d'insegnamento.
Infatti, diligente ed ubbidiente alle indicazioni della mia guida, dopo quella lunga lettura primaverile, avevo iniziato a lavorare a più stretto contatto con K.L. e le cose cambiarono in fretta. I tigli iniziavano a profumare l'aria dell'intera città e quell'essenza che battezza l'arrivo dell'estate riempiva la mia mente, il mio cuore, il mio corpo durante quelle ore passate alla postazione che mi era stata assegnata dal dipartimento.
Lei mi guidava. Mi istruiva. Mi plasmava. Capiva la voglia di sapere di quel giovane studente che da li a poco sarebbe uscito sul mondo del lavoro. Voleva prepararlo alla vita più che alla professione.
Questo coinvolgimento comune nell'attività di lavoro si tramutò ben presto in un altro tipo di rapporto. Era iniziato tutto con una carezza sulla coscia che avevo impazientemente azzardato in laboratorio quando, seduti l'uno accanto all'altra, attendevamo eccitati che sul monitor del pc apparissero i grafici conclusivi di un esperimento durato diversi giorni.
Avevo compiuto quel gesto preso dall'eccitazione del momento sapendo che lei non avrebbe potuto reagire essendo immersi in una sala piena di altri laureandi e professori. La sua reazione mi lasciò basito. Invece di sorprendersi, mi guardò, mordendosi il labbro superiore e sussurrandomi all'orecchio: "Stasera! A casa mia! So che sai dove abito! Mi hai seguita! Me ne sono accorta! Ore 20, non tardare!"
Quella sera fu un estenuante intreccio di corpi e da quel giorno fu per me tutto un crescere di esperienze, di apprendimento del piacere, di amplessi guidati da quella donna che per me era fonte di sapere, di femminilità, di puro piacere.
Eccomi di nuovo qui. La porta del dipartimento. Giulia la segretaria all'ingresso. Il primo caloroso saluto fu il suo che mi rimproverò con il suo sorriso sincero per essere sempre in ritardo come ai vecchi tempi e dicendomi che tutti aspettavano me nella saletta delle riunioni. Giocavo proprio su questo. Mi piaceva pensare che tutti fossero li in trepidante attesa del Dott. Giorgio T., perennemente fuori orario.
Mi aspettavo un rimprovero furente da parte del professor B.A, come accadeva spesso durante le frequentazioni da studente. Fu l'opposto. Dopo un deciso bussare alla porta, entrai nella sala e fui accolto da un esultare che quasi mi commosse.
Prima fui abbracciato e stretto con forza dal professor B.A che mi baciò per ben tre volte. Si fecero avanti due nuovi collaboratori di cui avevo letto il nome sulla bozza di progetto che mi regalarono una formale stretta di mano.
Infine, si alzò lei. Mi venne incontro con passo deciso, armata del suo incantevole sorriso e del suo magnetico sguardo. Feci per allungare la mano ma lei infilò il suo braccio sotto il mio e mi abbracciò con gentile energia. Un brivido percorse la mia schiena.
Era splendida in quel tailleur color cuoio di stoffa morbida. La giacca sempre di taglio maschile e morbidi pantaloni, più aderenti sul bacino e più larghi sulle caviglie. Le scarpe color crema, modello sabot, con la punta stretta ed il tacco d'altezza media, sottile. Il tutto intrigantemente
impreziosito da una camicia bianca leggera che provocantemente lasciava intravedere le forme di un seno che sapevo piccolo e sodo. Mi baciò sulla guancia. Un unico bacio ed una sola frase. "Ben tornato Giorgio".
Ero emozionato e quel vortice di forti sensazioni non mi aveva fatto notare un suo discreto ma importante particolare. Ero convinto, che indossando quella cintura avrei avuto io in mano la chiave per avere una risposta agli interrogativi che la mia mente da giorni si poneva. Invece, quel foulard che stringeva con eleganza il collo di lei mi spogliò e rivelò a lei i miei celati pensieri.
Non riuscii a staccare gli occhi da quel vezzoso accessorio che aveva sempre accompagnato i miei pensieri erotici, non solo per il periodo della tesi, ma anche per tutti gli anni successivi.
La mia esposizione fu brillante. Da applauso. Feci di tutto per farle notare il "mio" di accessorio. Mi tolsi la giacca in modo che la cintura fosse evidente ma lei non fece altro che tenere gli occhi fissi e concentrati sullo schermo dove erano proiettate le slide della mia presentazione.
La riunione si concluse in meno di un'ora. Salutai i due collaboratori ed il caro professor B.A che dopo qualche complimento si congedò dicendo rivolto a me ed a K.: "Ora lascio la scena a voi giovani! E' un po' che voi due non vi vedete, chissà quante cose avete da raccontarvi. K. sei libera di chiudere qui la tua giornata lavorativa. Non vorrai costringere Giorgio alle tue solite sedute di analisi davanti al pc come facevi un tempo?".
Sorridendo se ne andò ed io rimasi solo con K. in quella sala vuota, in un silenzio quasi irreale. Mi prese per la cintura con fare deciso e sorridendo mi disse: "Devi ancora imparare molto a quanto vedo. Pensavi che indossando questa cintura sarei caduta ai tuoi piedi come una giovane vergine vogliosa ed invece, ti sei comportato come un innocente fanciullo inesperto alla sola vista del mio foulard. Ma ti sei dimenticato proprio tutto?"
Mi sorrise ancora ed io risposi abbassando la testa per nascondere il rossore."So che non hai scordato nulla", aggiunse, "So che avevi architettato tutto per capire se le famose porte erano ancora aperte. Sei sempre più uomo.."
Feci per rispondere ma lei mise il suo indice sulle mie labbra sussurrandomi "Stasera! A casa mia! Sai dove abito! Porta quello che serve! Ore 20, non tardare!". Uscì dalla stanza lasciandomi li a mezz'aria fra un sorriso ed una palpitazione".
Ore 20:10. Ero in ritardo, come sempre. Lei sapeva di questo mio incorreggibile difetto.
L'ansia per quell'incontro tanto sperato mi aveva fatto guidare per i pochi chilometri che separavano le nostre case a velocità sostenuta. I viali di circonvallazione erano vuoti in quella sera di luglio. I finestrini abbassati, la radio che passava "l'Ultimo bacio" di Carmen Consoli e la mia mente ormai completamente proiettata sull'immagine del corpo di lei. L'odore dei tigli inebriava il calare della sera.
Immerso in quei pensieri, dopo aver parcheggiato istericamente, uscii dalla macchina con in mano l'unica cosa che sapevo dover portare. Suonai il campanello. Entrai nel portone di quel condominio che ben conoscevo. L'ascensore saliva rapido quei sette piani che io inconsapevolmente contavo alla rovescia, ansioso di arrivare all'ultimo.
Il suo appartamento non era molto grande ma era arricchito da una terrazza che dominava tutta la città. Non c'erano occhi, li fuori, che ti osservavano dall'alto. Sapevo che quella terrazza sarebbe stata presto la nostra alcova. Era sempre stato così in tutti quei mesi estivi trascorsi assieme.
Le porte dell'ascensore si aprirono e la vidi, sulla porta, ad attendermi. Dietro di lei, la luce del sole al tramonto sui colli dipingeva la sua silhouette. Entrai in quell'ambiente, accolto come in una nuova dimensione.
Era scalza e vestita di un completo indiano, color cremisi, trasparente largo e scollato. Sotto era nuda. I suoi seni erano visibili. Il contrasto con la prepotente luce del sole calante permetteva di scorgere, mentre era ferma di spalle, anche il profilo del suo tenero sesso. Indossava il foulard.
Mi prese per mano. Afferrò la scatola che avevo portato e la ripose dove si doveva. Mi sfilò la cintura che stinse fra i denti come fosse un'arma bianca. Mi tolse la camicia e mi sfilò i pantaloni di lino. Ero nudo sotto, lei voleva così. Slacciò le due spalline che reggevano il suo completo e lo lasciò cadere a terra rimanendo spoglia di fronte ai miei occhi, solo il foulard compiva il suo collo.
Mi accompagnò in terrazzo. Sotto un gazebo erano sistemati in ordine sparso diversi cuscini rossi adagiati su una morbida stuoia in stile indiano. Ricordavo quell'alcova e sapevo la funzione del palo centrale che sosteneva l'intera struttura.
Mi fece sdraiare di schiena, mentre io assecondavo i suoi movimenti ricordando bene la posizione che dovevo assumere. Allungai le braccia all'indietro. Lei si sfilò il foulard. Lo avvolse attorno ai miei polsi e lo annodò, bloccandomi le mani attorno a quel palo. Mi diede in mano la cinghia e iniziò a viaggiare con la lingua sul mio corpo.
Ero in preda ad un'eccitazione violenta. Avrei voluto accarezzarla, ma non potevo, ero legato. Il mio membro si ergeva smanioso di quella lingua impazzita e della labbra carnose che si stavano avvicinando. Lo prese in bocca. Iniziò a lavorarlo con la lingua. M'inarcai di piacere mentre lei con un segnale noto m'invitò ad usare dolcemente la cinghia sui suoi glutei.
Il primo colpo la fece sussultare. Al secondo gemette di piacere. Al terzo rise come in preda ad un'eccitazione perversa. Stavo impazzendo di piacere.
Lei liberò il mio membro da quella rigorosa stretta e salì fino a baciarmi la bocca, avidamente. La volevo possedere. Glielo dissi e lei sciolse la stretta dai miei polsi. Si mise al mio posto e mi chiese di legarla al palo.
Cedetti a lei la cintura. Lei aprì le gambe e mi invitò a leccare il suo sesso. Assaporai avidamente quel frutto mieloso, inebriato dal suo profumo che si mischiava con quello dei tigli. I suoi umori riempivano profusamente la mia bocca mentre lei gemeva di piacere.
Mi prese per i capelli e mi tirò su, verso di lei. Affondai il mio membro teso in quella carne tenera ed accogliente. Urlò sommessamente e iniziò a comandare il ritmo dell'amplesso con un gemito gutturale che gonfiò la mia eccitazione mentre con la cintura percuoteva i miei glutei sodi e tesi.
Eravamo arrivati quasi al culmine della passione. Sapevo che quello era il momento per separarci e finire l'amplesso come lei voleva. Uscii malinconicamente da lei che si alzò, fece scorrere il foulard sul palo. La aiutai a girarsi. Lei allargò le gambe e piegò il busto invitandomi a concludere come prestabilito. Voleva essere dominata.
La penetrai con dolcezza, da dietro, accarezzando la sua schiena che sinuosa si fletteva sotto i colpi della passione. Venimmo in gemito congiunto, lungo e profondo, su quella terrazza sotto il cielo ormai scuro. La liberai. Si alzò e dopo un bacio pieno d'amore e riconoscenza andò a prendere ciò che le avevo portato.
Ero arrivato in ritardo, ma ero tornato in tempo e dopo anni l'avevo trovata li, ad aspettarmi. Avevamo attraversato di nuovo assieme le porte della percezione ed ora seduti l'uno accanto all'altra gustavamo esausti quel gelato al gusto notturno indiano mentre soddisfatti godevamo dall'alto delle luci della città e dell'inebrianti profumo dei tigli in fiore