I migliori Racconti di RossoScarlatto
Racconto del mese
Autore del mese
RossoScarlatto Community
8 marzo 2004
Biblioteca
Titolo: 8 marzo 2004
Autore: Extreme
Contatto:
Racconto n° 747
Altri racconti dello stesso Autore:
Quella volta la festa l'ha fatta a me.
Le ho mandato una cartolina elettronica, di quelle che si trovano sulla rete, scrivendo degli auguri un po' banali (non sono mai stato bravo a trovare le frasi giuste nelle ricorrenze).
Trilla il cellulare: messaggio. E' la sua risposta.
"Vediamoci oggi alle 17 all'American Bar in Corso Italia".
Vado all'appuntamento come ad un normale incontro tra amici, anche se la nostra è un'amicizia un po' speciale. Il giorno del mio compleanno, pochi mesi fa, sono capitato nel suo ufficio per invitarla a bere qualcosa, e invece ci siamo fatti una scopata formidabile. Poi, dopo quel giorno, i nostri rapporti sono tornati ad essere quelli di sempre, cordiali e affettuosi, ma niente più.
Sono in leggero anticipo. Mi piace vedere arrivare le persone che attendo. Dal loro atteggiamento cerco di indovinarne l'umore e quello che posso aspettarmi da loro, specie se si tratta di donne.
Scelgo un tavolo sulla veranda che dà sul mare e mi siedo in direzione del sole. E' una bella giornata, fresca, ma i raggi prepotenti del sole di marzo scaldano piacevolmente la mia pelle già abbronzata.
Ho portato un rametto di mimosa, di quella bella, come cresce da noi in riviera. Lo adagio delicatamente al centro del tavolino.
Ordino da bere e aspetto. Passano i minuti, ma lei non si vede.
Dalla mia posizione riesco a vedere la passeggiata a mare. C'è un bel via vai, ma di lei nessuna traccia. Bevo un sorso di Berlucchi. Mi accendo una sigaretta. Getto uno sguardo al mare placido, di un azzurro intenso, tipico delle giornate che preludono alla primavera, azzurro come gli occhi della donna che attendo ormai da mezz'ora. Comincio ad innervosirmi.
Squilla il cellulare. E' lei.
"Attento a non scottarti, lo sai che il sole di Marzo è pericoloso, vero?".
"Ciao. Dove sei?".
"Giochiamo un po' a nascondino. Vai in passeggiata e prendi le prime scalette che scendono alla spiaggia. Ci sono delle cabine. Se riesci a trovarmi c'è un premio".
La comunicazione si interrompe. Lascio cinque euro sul tavolo, raccolgo la giacca dalla sedia ed esco dal locale.
Le scalette sono a pochi passi. Scendo. Gli scalini in ferro sono arrugginiti dalla salsedine. Speriamo non crolli tutto, penso.
Arrivo in breve alla spiaggia. Il tratto in cemento sotto la passeggiata è coperto in parte dalla sabbia portata dalle mareggiate. Come una specie di segugio mi chino per cercare impronte di tacchi, ma è tutto una confusione di tracce lasciate da scarpe da tennis, quindi rinuncio a seguire quella pista e mi incammino, cercando di indovinare dove si nasconde l'improvvisata compagna di giochi.
Tocco una porta che cigola in modo sinistro. Spingo, ma dentro non c'è nessuno. Percorro ancora qualche metro. A terra, davanti ad una porta sgangherata, una pallina di mimosa. La mimosa, accidenti. L'ho lasciata sul tavolino del bar. Pazienza. Saprò farmi perdonare.
Mi appoggio al muro e accendo un'altra sigaretta. Aspiro una boccata e la soffio nella fessura lasciata dalla porta socchiusa della cabina. Lei non fuma. Se è lì dentro, esce di sicuro.
La porta si dischiude, spunta una mano, mi prende la sigaretta dalla bocca e la tira dentro.
"Ma che cazz." spalanco la porta. E' lì in piedi, la camicia di jeans aperta, senza reggiseno, e con la mia sigaretta tra le labbra.
"Ti sei messa a fumare?"
"Faccio un sacco di cose che tu non sai." mi prende per la cravatta e mi tira dentro, stampandomi un bacio sulla bocca.
Le cingo la vita, ma nel fare questo lei, con gesto abile, estrae dalla tasca un foulard e mi benda con destrezza insospettata.
"Che fai, sei impazzita!" cerco di liberarmi, ma una manetta scatta al mio polso destro.
"Questo è troppo, adesso vedi." ma è troppo tardi perché, avvantaggiata dall'elemento sorpresa, riesce ad imprigionarmi anche l'altro polso.
Mi ritrovo completamente alla sua mercé, con i polsi ammanettati dietro la schiena, bendato, senza conoscere le sue intenzioni.
"Oggi è la festa della donna, e tu sei il mio regalo" la sento dire con voce roca di eccitazione.
Le sue mani slacciano abilmente la cintura dei pantaloni, calano la lampo facendoli cadere mollemente alle mie caviglie. Un brivido di eccitazione percorre la mia schiena. Ha voglia di far festa, e la cosa può rivelarsi molto divertente. Sapere poi di poter essere scoperti dà al tutto un sapore ancor più eccitante.
Le sue mani si aggrappano ora agli slip, che vanno a far compagnia ai calzoni giù in fondo ai piedi. Attendo così, in piedi, immobile, che succeda qualcosa. Percepisco il suo alito caldo davanti a me. Sicuramente si è inginocchiata. Essere guardato così mi dà una sensazione strana. Mi sento nudo dentro.
Sento un tocco umido all'apice ancora pudicamente coperto dell'asta. Altro brivido, questa volta di piacere. Il tocco si ripete, meno fugace. Il contatto ruvido della lingua sulla pelle sensibile producono l'inevitabile turgore dell'erezione, che cresce via via che la lingua impertinente si fa più audace. Ho la sensazione di essere un cono gelato, leccato avidamente in una giornata canicolare.
Vengo ghermito dalla sua mano. Sento il calore della sua bocca avvolgermi, scompaio tra le sue fauci. Cerco di immaginarmela, intenta nella più spettacolare e impudica delle fellazioni, famelicamente determinata a trarre da me una sorta di energia vitale. Sento crescere il bisogno di esplodere il mio piacere, ma quando sono prossimo al culmine dell'estasi, la bocca si allontana, lasciandomi così, duro come il marmo, tremante di eccitazione.
"Perché mi fai questo."
"Shhh."
Le sue mani mi guidano a terra, dapprima in ginocchio, poi seduto. Mi sfila le scarpe, e con loro pantaloni e mutande. Sento sotto di me il piacevole calore di una coperta. Mi fa sdraiare. I polsi ammanettati dietro la schiena mi costringono ad inarcarla, mostrando poco onorevolmente le terga. Non ho il tempo di sistemarmi. Mi solleva le gambe, facendole poggiare, credo, sulle sue spalle.
"Ma che vuoi fare, si può sapere?" anche se temo di averlo già capito.
Non ottengo risposta. Un dito unto percorre pericolosamente il solco tra le mie natiche, cercando l'apertura. La forzano purtroppo senza troppa difficoltà.
Sento il suo dito insinuarsi dentro di me, dapprima timidamente, poi con maggior forza, sostituito ben presto da due, poi tre dita.
"Sei completamente pazza. Lascia che mi liberi e vedrai cosa che ti faccio!".
Incurante delle mie minacce, prosegue imperterrita nel suo intento. Ritrae le dita. Segue una breve attesa, durante la quale mi pare di sentirla armeggiare con qualcosa che non riesco a capire, poi improvvisamente sento appoggiarsi un oggetto che credo sia uno di quegli arnesi con cui le donne fanno l'amore tra di loro.
La strada, parzialmente aperta dall'introduzione delle dita abbondantemente lubrificate, non offre ahimè particolare resistenza all'avanzata del mostro di gomma. Mi sento infilzato come uno spiedo, umiliato come non mai. Sento le lacrime rigare il mio volto senza dignità.
Urlare non serve a niente, anzi, farsi trovare in queste condizione sarebbe una cosa insopportabile. Decido di lasciar fare, meditando appropriata vendetta.
Mentre procede, violandomi le viscere, impugna decisa l'asta ancora miracolosamente eretta, descrivendo ampi movimenti, su e giù, con esasperante lentezza. Devo ammettere, mio malgrado che la cosa nell'insieme non è poi completamente sgradevole.
L'altra mano si aggiunge alla prima, senza smettere di trapanarmi impietosamente, dando maggior ritmo alla masturbazione. Rabbrividisco, sento avvicinarsi il momento dell'orgasmo e prego che non voglia smettere sul più bello anche questa volta, ma le mie speranze vengono ancora una volta frustrate.
Finalmente esce dal mio corpo quello scomodo intruso, dando almeno un po' di sollievo all'orifizio martoriato.
Frusciare di vestiti. Si sta spogliando. Sento il profumo del suo sesso. Si siede sul mio volto. Non posso far altro che tuffare la mia lingua tra le pieghe della sua carne umida, assaporandone a piene narici l'afrore che emana. Geme, mi prende la testa tra le mani premendosela ancor più forte contro il ventre. Insisto, per quel che lo consente la scomoda posizione, nel cercare il centro del suo piacere. Nonostante ciò che mi ha appena fatto, la sete di vendetta si è momentaneamente placata.
Ansima sempre più vistosamente, cerca il proprio piacere con determinazione quasi maniacale, ruotando il bacino per assecondare l'avanzata della mia lingua nei suoi recessi più nascosti, esplodendo finalmente in un orgasmo liberatorio.
La sento scivolare sul mio corpo, le sue labbra sfiorano le mie, ancora intrise del suo sapore, mi bacia delicatamente, poi si solleva. E' tutto finito, penso, invece percepisco nuovamente il calore del suo alito in prossimità del mio ventre.
Ormai sono un oggetto nelle sue libidinose mani. Ingloba facilmente il mio sesso mezzo flaccido, riportandolo ben presto a più prestigiosa consistenza.
Succhia rumorosamente, lasciandolo a volte uscire dalla sua bocca golosa leccandolo lungo tutta la sua estensione, per poi ripiombare a profondità oceaniche, arrivando a lambire col naso i riccioli alla base dell'asta mentre l'apice le invade la gola. Non ne posso più. Se smette di nuovo, giuro che mi metto a urlare.
Questa volta invece porta a compimento nel più glorioso dei modi l'azione intrapresa, portandomi ad una vetta orgasmica quasi dolorosa.
Mi ripulisce accuratamente, in silenzio, poi mi prende per i fianchi e mi rivolta a pancia in giù.
Armeggia nuovamente. Temo di indovinare ciò che mi aspetta, ma ormai sono rassegnato. Mi spalma nuovamente con della crema che, con mia sorpresa, risulta piacevolmente fresca, poi fa scattare le manette e finalmente posso di nuovo muovere le braccia
Mi libero anche del foulard, poi mi siedo, dolorante. E' inginocchiata sulla coperta, seduta sui talloni. L'espressione è seria, anche un po' imbronciata.
"Ti ho fatto tanto male?".
Non rispondo. Il mio sguardo credo sia abbastanza eloquente.
Getto un'occhiata attorno. La cabina è rischiarata debolmente da una piccola lampada portatile. L'oggetto col quale mi ha violato giace abbandonato in un angolo. Torno a guardarla fisso negli occhi, cerco un perché a tutto questo.
Finalmente trova il coraggio di parlare.
"Credo che ogni donna desideri provare almeno una volta come ci si senta ad essere maschi" mormora "ma nel giorno della mia festa forse potevo inventarmi qualcosa di meglio, tutto sommato".
Lo schiaffo parte senza che io possa fermarlo, come se il braccio fosse animato di vita propria. Lo schiocco è secco, il segno delle cinque dita sembra un tatuaggio rituale.
Le lacrime sgorgano senza pudore, solcando il suo bel viso senza che lei si curi di asciugarle.
L'avvicino e la bacio.
Piange in silenzio, ma non per lo schiaffo, penso.
Ho voglia di abbracciarla, la stringo a me, forte.
Il contatto col suo corpo caldo riaccende in me una nuova scintilla.
Il guerriero, da poco domato, torna a nuovo vigore.
Mi stendo sulla schiena e faccio salire la mia amazzone per un galoppo vigoroso.
La guido alla frontiera dell'estasi come un destriero di razza, attento a non disarcionarla, fino a giungere anch'io al traguardo agognato, concludendo la corsa nel suo ventre accogliente.
8 marzo, festa della donna.