I migliori Racconti di RossoScarlatto
Racconto del mese
Autore del mese
RossoScarlatto Community
Appuntamento al buio
Biblioteca
Titolo: Appuntamento al buio
Autore: Sado 69
Contatto:
Racconto n° 798
Altri racconti dello stesso Autore:
Si erano sentiti poche volte, in chat, qualche volta al telefono, ma non si erano mai visti.
Tuttavia qualcosa di profondo li legava, quell'istinto che unisce indissolubilmente la preda al predatore, e lei si sentiva vittima di qual carnefice al quale tanto doveva.
L'appuntamento era per le 18.00 presso una villa fuori città, una di quelle ville che sembrano dei monumenti decadenti perché le manutenzioni troppo costose non permettono di sanare quelle vistose crepe che cominciano a segnare le facciate, ed il giardino un tempo orgoglio del giardiniere era completamente incolto e gli oleandri a lato del sontuoso cancello stavano ormai quasi occludendo la visuale.
Lei la conosceva bene, ci era passata davanti chissà quante volte senza prestarci troppa attenzione, anche se qualche volta aveva notato un'auto parcheggiata sul vialetto ed una luce fioca provenire dal piano terra.
Lui non aveva preteso nulla di particolare per l'abbigliamento, aveva detto che al momento opportuno avrebbe fatto apparire dal cilindro tutti i gioielli di cui aveva bisogno, perciò lei si era vestita a proprio gusto, prestando attenzione di indossare un intimo non troppo appariscente.
Il suo corpo di trentenne era asciutto, le forme ben sottolineate dagli abiti attillati e dalle scarpe con i tacchi a spillo che non sarebbero mai mancate nel suo guardaroba.
Alle 18.00 in punto era davanti al cancello, che con suo stupore si aprì automaticamente appena la sua utilitaria vi si fermò davanti.
La stava aspettando, chissà da quanto tempo era li in attesa che la vittima varcasse la soglia che avrebbe segnato indelebilmente la sua esistenza.
Scese dall'auto, un abito nero con una cintura di strass ed un collarino che faceva pendant con la cintura tenuta larga sui fianchi. Le scarpe erano completamente aperte ed allacciate alla caviglia con una fibbia argentata.
Il suo cuore batteva forte, ma il suo orgoglio di donna vissuta non voleva in alcun modo lasciare trapelare la sua emozione.
Fu accompagnata da un maggiordomo che dopo le riverenze da galateo la invitò a scendere i gradini che l'avrebbero portata nel luogo del suo piacere.
Scese due serie di gradini, e passando per una ben fornita cantina in terra battuta fu condotta davanti una porta in rovere massiccio con delle iscrizioni in latino sullo stipite superiore.
Senza che se ne accorgesse il maggiordomo le passò una benda nera sugli occhi, una benda di seta che annodò dietro con una delicatezza estrema prestando attenzione a non stringere troppo, ma nel contempo a non rischiare che il nodo si sciogliesse.
Ora era cieca, non vedeva più nulla, ma poteva sentire il rumore della chiave che dall'interno girava nella serratura della porta massiccia e l'aria fresca che la investì appena le fu spalancata dinanzi.
Venne presa per mano da qualcuno che non era certamente il maggiordomo che si era congedato dal suo padrone. Dalla presa forte sicuramente era il padrone della villa, l'uomo che l'aveva incuriosita al mondo sommerso dell'umiliazione, del piacere passando per il dolore, l'uomo che l'avrebbe cambiata.
Le vennero fatte alcune domande alle quali rispose seccamente.
"Quanti anni hai?"
- "32"
"Quanto credi di poter resistere nelle mie mani"
- fino al raggiungimento del tuo piacere, padrone.
"Mi hai mancato di rispetto, a me ti devi sempre rivolgere in terza persona, e per questo sarai punita, ma andiamo avanti per adesso, hai una soglia del dolore alta?
- Non saprei, mio padrone, è la prima volta.
"OK, non ti chiederò altro, quando non resisterai più dovrai dirmi "sono tua" ed io mi fermerò, ti rivestirò e ti riaccompagnerò alla porta dove troverai il maggiordomo che ti accompagnerà alla porta.
Non sentì più la presenza del suo padrone vicino a lei, e questo la preoccupò.
Sentiva dei rumori di anelli di catena sopra la sua testa, sentiva dei cassetti aprirsi e chiudersi, sentiva il sangue batterle nelle tempie, sentiva la paura salire fino a farle scoppiare il cervello.
Le fu tolto il collarino di strass, e le fu messo un collare di cane di grossa taglia, di cui poteva sentire il freddo degli anelli che le sfioravano le spalle ad ogni movimento.
Le furono messe delle cavigliere, slacciando con cura le preziose scarpe, e le furono messe delle polsiere di cuoio, larghe nella forma, ma strette che le dolevano.
Da dietro le fu aperta la lampo che fece scivolare il vestito sui fianchi, e si sentì ammirata, guardata, spogliata da chi le stava di fronte ed ammirava il suo corpo.
Le furono agganciate alle polsiere delle catene che per mezzo di un argano appeso al soffitto la sollevavano quel tanto che bastava per restare in punta dei piedi e per tenere in trazione i muscoli pettorali evidenziando quei capezzoli che ormai si erano eccitati ed inturgiditi.
Tolto anche il reggiseno sentì un dolore secco ai capezzoli, la posizione era tale che il padrone con una bacchetta di bambù era riuscito a colpirli entrambi di profilo con un colpo secco, e le scappò un urlo di dolore, ma la mano dell'uomo le chiuse la bocca e dopo essersi avvicinato all'orecchio le chiese se voleva essere imbavagliata.
Il suo orgoglio ancora una volta le fece dire di no, anche se non era certa di quanto sarebbe resistita in quelle condizioni.
Sentì una lama fredda insinuarsi tra la pelle e gli slip, e tagliare la parte a contatto con la sua intimità ormai fradicia di umori.
Poi le vennero letteralmente strappate di dosso, e altre tue catene le vennero fissate alle caviglie.
Queste tiravano in orizzontale, divaricando le gambe in modo che era sempre più difficile restare in precario equilibrio sulle punte, e spesso il suo corpo era sospeso a mezz'aria.
Sentì qualcosa che l'aiutava a stare ferma, qualcosa che si stava insinuando tra le sue gambe.
Era un cavalletto, uno di quelli che usano i falegnami per appoggiarci le tavole, ma modificato, con la parte superiore realizzata con una forma triangolare, che appoggiando la parte appuntita con la sua intimità le procurava un dolore atroce.
Tutto il suo peso era sopra questo cuneo, e il padrone con la sua bacchetta insisteva a colpire i capezzoli, per cui il movimento involontario di lei non faceva altro che procurare altro dolore a quanto infieriva il suo padrone.
Questo tormento tuttavia terminò, venne calata, a terra, e le fu chiesto di rimanere sulle punte dei piedi, altrimenti sarebbe stata punita nuovamente, ma i sui muscoli ormai stanchi non lo permisero, perciò fu condotta avanti quattro o cinque passi, dove c'era un vecchio tavolo con due appoggi molto simili ai lettini ginecologici.
"Ora sarai ispezionata" Le disse il suo padrone.
Lei sapeva di avere il sesso martoriato, ma nonostante ciò doveva essere senz'altro bagnato degli umori di femmina che l'avevano eccitata poc'anzi.
Fu messa di spalle sul tavolo, le braccia rivolte all'indietro e legate tra loro ad un gancio centrale a capotavola, le gambe una ad una messe sui trespoli debitamente allargati ed accuratamente legate in modo che non potessero fare alcun movimento.
Era sempre buio totale, ed il padrone iniziò a spiegarle come quel tavolo fosse di suo padre prima e di suo nonno prima ancora, e di quante schiave avesse sentito le grida ed i mugolii nel corso dei secoli, dato che da alcune incisioni sembrava risalire a circa trecento anni prima.
Sentì qualcosa di ghiacciato passarle sui capezzoli che si inturgidirono improvvisamente, ed altrettanto velocemente furono legati con un nodo scorsoio ad un filo di nylon di quelli che si usano per la pesca, ed i due fili passati attraverso due anelli sul soffitto e legati dall'altra estremità ad un contenitore che il padrone lentamente stava riempiendo con acqua.
Il peso dell'acqua metteva in trazione i poveri capezzoli, che procuravano un sottile dolore, più che sopportabile alla giovane donna, che cercava comunque di dimenarsi senza alcun risultato se non quello di far dondolare il contenitore dell'acqua e di provocare nuove tensioni al filo stesso.
Ormai il contenitore pesava circa un paio di chili, lo si poteva intuire dalla quantità di liquido all'interno, ed i capezzoli iniziavano a farle male seriamente.
Fu allora che con un frustino di cuoio iniziò a colpirla, lentamente, ma con cadenze regolari, e ad ogni colpo la donna che cercava di incassare il colpo non faceva altro che dare strappi incontrollati ai capezzoli ormai martoriati.
Ci fu un attimo di silenzio, e di pace, il padrone non colpiva più e non si sentiva altro che un cassetto sfregare perché qualcuno lo stava tirando.
Fu presa dalla paura, la voglia di fermarsi, di interrompere quel gioco pericoloso che andava oltre i limiti che si era immaginata, me non lo fece, deglutì e rimase immobile.
Il padrone prese una siringa alla quale era stata accuratamente tagliata la parte anteriore e la avvicinò al clitoride della donna, poi tirando lo stantuffo lo aspirò, procurandole uno spasmo simile ad un improvviso orgasmo.
Lentamente aspirava, e poteva intravedere dal tubicino trasparente il clitoride ormai rosso di sangue che fuoriusciva dal cappuccio e che si gonfiava di piacere.
Velocemente fece passare un altro nodo scorsoio attraverso la siringa e legò stretto con una mossa decisa il clitoride alla povera donna, che non riusciva più a fermarsi dal dimenarsi e dal mugolare di piacere.
Fece passare attraverso lo stesso anello al soffitto anche quel nuovo filo, e lo legò al contenitore di liquido che continuava ad oscillare.
La trazione fu decisiva, l'orgasmo giunse in un attimo, coinvolgendo tutti i muscoli della vagina della donna che ripetutamente colpita da una bacchetta di bambù mostrava ormai i segni sulle labbra oscenamente aperte per il piacere del suo padrone e per il suo.
In un attimo si sentì trafiggere un seno, il padrone con un ago di una siringa le aveva trafitto un capezzolo, e con altrettanta velocità e precisione le aveva inserito un anellino d'oro.
Le disse che quello era il segno della sua appartenenza e qualora lo avesse tolto non sarebbe più stata degna di tornare alla villa.
Fu slegata, rivestita, accompagnata alla porta e con un campanello fu chiamato il maggiordomo che si preoccupò di accompagnarla alla sua utilitaria.
Tra mille pensieri tornò a casa, alla sua vita normale, ed il giorno successivo, con il seno dolorante per il regalo iniziò una nuova settimana di lavoro.