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Una gita in montagna
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Titolo:
Una gita in montagna |
Autore:
Jacobar |
Contatto:
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Racconto
n° 807 |
Altri
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In marcia verso la vetta Dopo tanti tentativi e peripezie, eravamo infine riusciti ad organizzare una giornata in montagna insieme. Era fine luglio, la giornata era soleggiata, l’aria fresca e frizzante. La montagna scelta aveva un nome emblematico: si trattava del “Monte Matto”, nelle alpi del cuneese, una bella cima di 2600 metri circa, con ampia vista sull’intero arco alpino. Arrivati sul posto cominciavamo a prepararci per la salita. Io indossavo la classica maglietta grigia con pantaloni corti, calzettoni e scarponi; ben più interessante era il tuo abbigliamento, composto da una canottiera molto larga sotto la quale, avevo notato subito, portavi un leggerissimo reggiseno tutto pizzi e trasparenze. Indossavi poi un paio di pantaloncini corti molto attillati e “sgambati”, attraverso i quali si intravedeva la sagoma di un minuscolo tanga. Dopo qualche minuto di smarrimento, durante il quale avevo pensato seriamente di lasciare perdere la scalata portandoti nell’hotel più vicino, si partiva per l’escursione. Si parlava, si rideva e si scherzava tenendosi per mano, mentre il tempo passava veloce. Dove il sentiero era più stretto, coglievo l’occasione per farti passare davanti, ed avere così l’opportunità di rimirare i tuoi glutei sodi che si muovevano flessuosi davanti ai miei occhi. Ogni tanto facevamo una sosta, ci scambiavamo effusioni amorose, baci pieni di ardore, carezze e palpatine. Incurante della possibile presenza di altre persone, stringevo forte il tuo seno e le tue cosce, provando fremiti di piacere. Ad un certo punto, dopo una curva sul sentiero, il primo incontro della giornata: si trattava di un giovane pastore, di non più di diciannove anni di età, con il quale scambiavamo quattro chiacchiere. Il giovane pareva però più interessato dalle tue forme che ai discorsi che facevamo: non perdeva l’occasione di sbirciare i tuoi capezzoli inturgiditi sotto la canottiera a causa del sudore e del lieve venticello fresco; di tanto in tanto, con la scusa di mostrarci questa o quella cima, passava dietro di te e ti mangiava le chiappe con lo sguardo. Io, se da un lato ero un po’ infastidito dal suo comportamento, dall’altro ero orgoglioso ed eccitato al pensiero che eri solo mia, e che lui avrebbe potuto accarezzarti solo con lo sguardo. Tu, naturalmente, ti eri resa conto dell’insistenza dello sguardo del ragazzo, ed eri al tempo stesso infastidita e lusingata. Salutato il ragazzo e ripreso il cammino, ci avvicinavamo sempre di più alla vetta. Il sentiero si era fatto più stretto ed impervio, con alcuni tratti esposti e strapiombanti. Procedevamo lentamente, tenendoci a tratti ad una catena in ferro infissa nella parete di roccia. Ti aspettavo e ti stringevo forte la mano nei passaggi più duri. Passato il tratto più difficile, il sentiero tornava a farsi più ampio, e si apriva in una ampia conca erbosa, alla cui sommità svettava la cima. Percorsa la conca, ci attendeva un ultimo tratto roccioso, dove occorreva tenersi alle rocce anche con le mani. E finalmente la vetta! Un panorama mozzafiato si apriva davanti ai nostri occhi: grazie anche alla bella giornata si vedevano tutte le cime più belle e mitiche: dal Bianco al Cervino, dal Viso al Rosa...
La vetta Che vista! E che stanchezza! E che fame!!! Dopo alcuni lunghi minuti a rimirare il panorama, sceglievamo un posticino riparato, un po’ sotto alla vetta, dove consumare il pasto. Prima di mangiare, però, ci sedevamo vicini. Il sole era alto, il clima caldo ma con un’arietta fresca e frizzante. Mi sfilavo la maglietta bagnata di sudore, e la stendevo al sole ad asciugare. Pure tu desideravi toglierti la canottiera bagnata, ma avevi qualche dubbio e perplessità sul fatto che potesse arrivare qualcuno, anche perchè il reggiseno che indossavi era totalmente trasparente. Dopo una rapida ricognizione con lo sguardo verso il basso, però, ti tranquillizzavi: non c’era nessuno nel raggio di chilometri e perciò potevi metterti in totale libertà. Pertanto ti toglievi la canottiera e, subito dopo, ti sfilavi anche il reggiseno, lo posavi su di una roccia ad asciugare e ti sdraiavi morbidamente sull’erba. Io rimanevo per un po’ come inebetito ad ammirare le forme perfette del tuo seno ed i capezzoli inturgiditi dall’aria fresca. Poco dopo, ripresomi dalla sorta di trance in cui ero sprofondato, ti facevo notare che l’abbronzatura non sarebbe stata perfetta con quei pantaloncini indosso... Dopo qualche tentennamento, ti sfilavi anche i pantaloncini, rimanendo con solo lo striminzito tanga azzurro. Il tanga che indossavi era molto semplice e delicato: con una leggera borditura di pizzo, la parte che copriva il tuo sesso era trasparente e lasciava abbondantemente intravedere tutto. Dopo esserti tolta i pantaloncini mi davi un lungo bacio e ti sdraiavi nuovamente. Io rimanevo ancora per lunghi istanti a fissarti, ora praticamente nuda, mentre ti riscaldavi ai tiepidi raggi del sole. E intanto ti accarezzavo con gli occhi, immaginando il percorso tortuoso che la mia lingua avrebbe desiderato fare sul tuo corpo, partendo dall’orecchio destro, scendendo sul collo, lambendo il capezzolo sinistro, per poi scendere sul ventre ed andare a morire nel profondo solco tra le tue cosce. Mi sembrava persino di sentire in bocca il sapore aspro ma dolce della tua pelle salata, ed infine il gusto succoso dei tuoi liquidi interni. Naturalmente ti eri resa conto dei miei pensieri, abbozzavi un sorriso con gli occhi socchiusi e, per provocarmi maggiormente, ad un certo punto ti lasciavi andare ad una risatina e ti giravi su un fianco, mettendo in mostra le tue natiche tornite e sode, separate dal sottile filo azzurro del tanga. A questo punto la mia eccitazione era al culmine: senza aspettare oltre, mi sfilavo d’impeto calzoncini e mutande, rimanendo completamente nudo e mi appoggiavo con il petto alla tua schiena, infilando il pene nell’incavo tra le tue cosce. Le mie mani correvano verso i tuoi capezzoli, fermandosi però alla base del seno e cominciando a massaggiarlo dolcemente ma energicamente. A questo punto tu ti giravi di scatto, prendendo il mio pene tra le dita e cominciando a massaggiarlo con le mani ed a leccarlo e succhiarlo. Dopo poco, però la passione prendeva il sopravvento in maniera totale: ti rovesciavo sulla schiena, ti toglievo il tanga e, spalancandoti le gambe, infilavo il pene per tutta la sua lunghezza, quasi con violenza, all’interno della tua vagina bagnatissima. La passione era al culmine: mentre ti penetravo in profondità la mia lingua passava continuamente dalla tua bocca al collo ed ai capezzoli; la tua passava sul mio petto, mentre le mani mi stringevano con forza la schiena, lasciandomi quasi senza fiato. Entrambi non riuscivamo ad evitare di urlare tutto il nostro piacere sentendo, lontano, l’eco delle nostre grida. Al piacere del sesso si aggiungeva la sensazione paradisiaca dell’arietta fresca sui nostri corpi nudi, ed il sottile piacere del senso di libertà che ci veniva dal potere compiere un atto così bello in quel paradiso. Ad un certo punto, dopo una serie di picchi di piacere, lo sfogo: un lungo, bellissimo orgasmo simultaneo; il mio seme caldo ti riempiva le viscere, prolungando il tuo piacere per parecchi minuti.
Temporale Dopo il piacere, lunghi attimi di abbandono in cui si stava avvinghiati l’uno all’altra, accarezzandosi vicendevolmente i corpi esausti dalla fatica e dal sesso. Si dimenticava ogni cosa, compresa la fame, ed infine il sonno prendeva il sopravvento e ci si addormentava abbracciati. All’improvviso un brivido: dopo un lasso di tempo non determinabile, ci svegliava una spessa coltre di nubi che aveva ricoperto i raggi del sole, togliendo calore ai nostri corpi nudi. La situazione atmosferica era cambiata tantissimo in quel lungo lasso di tempo trascorso addormentati: minacciosi nuvoloni si profilavano all’orizzonte, mentre la leggera brezza si trasformava poco a poco in un vento sempre più impetuoso. Ci rivestivamo in fretta, non dopo un ultimo bacio ai tuoi seni turgidi, e ci rendevamo conto di avere un “buco” incredibile nello stomaco a causa della fame! La prudenza sconsigliava però di mettersi a pranzare: il tempo peggiorava rapidamente e un temporale in alta quota, soprattutto nei pressi di una vetta, è quanto di più pericoloso si possa immaginare. Reindossati gli abiti e gli scarponi, si ripartiva pertanto in direzione della autovettura. Mentre scendevamo sul sentiero, ci fermavamo per indossare la giacca a vento: l’aria ora era gelida e comiciavano a piovere i primi goccioloni, mentre i tuoni rimbombavano nella vallata alpina. Le pietre sul sentiero cominciavano a diventare scivolose, e la pioggia si faceva via via più forte ed insistente. Il sentiero, prima facile ed invitante, diventava ora pieno di insidie e pericoloso soprattutto nei passaggi più esposti e strapiombanti. Procedere diventava pericoloso: occorreva trovare un riparo al più presto e fermarsi in attesa che il cielo e la montagna avessero scaricato le loro forze devastanti. All’improvviso mi ricordai di una piccola baita che avevo notato durante la salita; la baita veniva utilizzata dai pastori come riparo nei periodi estivi. Se fossimo riusciti a raggiungerla avremmo potuto ripararci e rifocillarci. L’intensità della pioggia cresceva sempre più, ed eravamo ormai fradici fin nelle ossa. Non erano mancate, durante la discesa, un paio di scivolate che, per fortuna, non avevano portato conseguenze. All’improvviso, al culmine dell’acquazzone, intravedevamo in lontananza la sagoma della baita: accelerando il passo, per quanto possibile, ci trovavamo in breve siamo davanti all’uscio. Provavamo a bussare, ma nessuno rispondeva; solo allora ci rendevamo conto che la porta era stata chiusa dall’esterno con un grosso lucchetto. Decidevamo all’ora un’operazione non priva di rischi: avremmo rotto un vetro della piccola finestra e da lì ci saremmo introdotti all’interno della baita. Se fosse arrivato qualcuno ci saremmo scusati, spiegando la situazione, e avremmo pagato i danni. Del resto cosa potevamo fare con quel tempo? Detto, fatto: trovata una pietra per rompere il vetro avevamo scavalcato in fretta il davanzale ed eravamo entrati. L’interno era abbastanza accogliente, pur se estremamente spartano; c’era l’indispensabile per cucinare, oltre ad un grande camino con di fronte un ampio giaciglio di paglia. Decidevamo di accendere il camino e di toglierci i vestiti fradici, stendendoli ad asciugare. Per fortuna, grazie al coprizaino in nylon, la nostra attrezzatura da montagna non era bagnata; perciò ci asciugavamo sommariamente con un telo preso nello zaino e ci rivestivamo con quanto “recuperavamo” sempre nello zaino Una volta terminata l’operazione indossavamo entrambi solo un maglione in pile ed un paio di calzoncini corti di ricambio, mentre la nostra biancheria intima faceva bella mostra di sè vicino alla fiamma crepitante del camino...
Appetito Che bella mangiata! Erano solo due panini ed un po’ di cioccolata ma, stante la fame “stratificata”, ci pareva un pranzo da re! Il temporale non cessava a diminuire d’intensità e, dopo mangiato, ci sdraiavamo sulla paglia di fronte al camino. La fiamma ardeva e crepitava, mentre i tuoni risuonavano violenti. Ci guardavamo fitti negli occhi, e ci scambiavamo un lunghissimo bacio tra i bagliori del fuoco nel camino. Ad un certo punto ti facevi più intraprendente, e cominciavi a tirarmi giù la cerniera del pile, infilandomi una mano sul petto e cominciando ad accarezzarmi. Preso dall’eccitazione, cominciavo anch’io ad accarezzarti, sfilandoti il pile e partendo dalla spalla, per scendere sulla schiena ed arrivare sulle cosce tornite. La natura, fuori, sembrava sempre più scatenata ed anche noi, in mezzo alla paglia, cominciavamo a scatenarci sempre più, . Il mio sesso diventava sempre più gonfio, mentre il tuo si bagnava copiosamente, pronto a ricevere la mia asta lunga e dura. Il fuoco bruciava vicino e cominciavamo a sudare copiosamente, mentre luci e ombre si estendevano cangianti sui nostri corpi splendidi e nudi. Cominciavamo ad avvinghiarci e a rotolare sulla paglia, che ci pungeva in più punti la pelle, regalandoci ulteriori sensazioni di piacere. Ad un certo punto mi sdraiavo completamente sulla paglia e tu ti mettevi sopra di me, di schiena. Avevo così la possibilità di morderti languidamente il collo, mentre le mie mani massaggiavano i tuoi seni e la mia asta ti penetrava in profondità la vagina. Le tue mani insistevano sul ventre e scendevano spesso fino al clitoride, sollecitandolo per regalarti sensazioni ancora più forti. Il movimento ritmico, il calore del fuoco, la luce cangiante e le leggere punture della paglia, ci regalavano sensazioni indescrivibili. Il tuo primo orgasmo ti faceva letteralmente urlare dal piacere, tanto da coprire il rumore dei tuoni e della pioggia. Successivamente, ti rovesciavo e ti mettevo “a quattro zampe”, ti davo generosi morsi sulla schiena e, contemporaneamente, cominciavo a penetrarti da dietro. Dopo parecchie spinte, durante le quali solleticavo con una mano il clitoride, provavo ad uscire e ad appoggiare il mio pene duro e bagnato in corrispondenza dell’ano. Dopo qualche esitazione, sentivo la tua mano che lo prendeva e lo guidava in profondità in quell’antro stretto e proibito. Mi sembrava di impazzire dal piacere, mentre tu urlavi tutta la tua passione ed io ogni tanto fermavo il mo impeto per prolungare il mio ed il tuo piacere. Ad un certo punto, resomi conto che stavi per raggiungere nuovamente l’orgasmo, scioglievo anch’io le briglie e, tra le urla, provavamo una lunga, intensissima sensazione. Sfiniti, ci accasciavamo sulla paglia abbracciati, un solo corpo ed un solo cuore, stringendoci così forte da farci quasi male. E ci scambiavamo una fitta serie di effusioni, carezze, piccoli baci, morsetti e leccatine. Proseguivamo così per un bel po’, mentre il temporale si era placato ed il fuoco languiva nel camino. Iniziavamo nuovamente ad eccitarci, tu avevi preso a massaggiarmi dolcemente il pene che si ingrossava nuovamente, io ti toccavo il seno e la vagina, quando all’improvviso...
Sconosciuti Un rumore alla porta! I legittimi proprietari della baita stavano ritornando, e noi eravamo lì, nudi, davanti al fuoco, dopo aver forzato la finestra per entrare! Spasmodica ricerca di qualcosa da coprire le nostre nudità, mentre la porta si spalancava... Con nostra sorpresa, una faccia conosciuta: si trattava del giovane pastore che avevamo incontrato al mattino sul sentiero, in compagnia della madre. La vista di quel volto conosciuto in qualche modo ci rincuorava, ma eravamo pur sempre “ladri” sorpresi nudi in casa d’altri... Il pastorello rimaneva senza parole, non così la madre, una donna alta quanto me e robusta, pur se non grassa, dell’età apparente non superiore a trentasei - trentasette anni e dall’enorme seno. La madre cominciava ad aggredirci verbalmente, tempestandoci di domande; noi cercavamo di coprirci con i pile che avevamo recuperato in mezzo alla paglia e, contemporaneamente, cercavamo di spiegare il perchè ed il percome della situazione. Dopo lunghissimi minuti, in cui la madre aveva mandato fuori il figlio dalla baita, e noi avevamo recuperato un aspetto dignitoso, le cose erano state chiarite; il temporale, la paura, il fuoco, l’eccitazione... la donna aveva capito tutto, per quanto insistessimo non voleva risarcimenti per il vetro infranto e ci invitava a bere un caffè caldo a tavola con lei ed il figlio. Addirittura, ci aveva offerto di utilizzare il suo povero bagno: una tinozza di legno riempita d’acqua con un secchiello, riscaldata con un po’ di acqua messa sul fuoco. Avevamo approfittato volentieri della sua offerta, per lavare i nostri corpi sudati e sporchi sia per la polvere, sia per i residui dei nostri liquidi organici. Dopo il bagno corroborante ed il caffè caldo, ci sedevamo a tavola e la donna ci raccontava la sua storia, di come era rimasta vedova ancora giovane a causa della crudeltà della montagna, e delle sue difficoltà nel crescere quel figlio svolgendo da sola l’attività che un tempo era stata del marito. Intanto il tempo era nuovamente peggiorato: aveva ripreso a piovere, ed il resto del pomeriggio l’avevamo passato nella baita a parlare con i nostri ospiti. Era ormai sera, pioveva ancora leggermente ed eravamo ad oltre 2.000 metri di quota, molto distanti dalla macchina. Sandra, la madre del pastorello Andrea, ci proponeva di fermarci a cena, di dormire presso la baita e di riscendere a valle l’indomani. Ci sembrava di approfittare sin troppo della gentilezza della donna ma, ragionando a mente fredda sulle condizioni del sentiero dopo quel temporale e sul sopraggiungere imminente della notte, valutavamo che era la cosa più logica e sensata da fare. La cena, per quanto semplice, era squisita: Sandra era una brava cuoca, il vino era buono ed abbondante e pure tu, che di solito non bevi alcolici, avevi alzato un po’ il gomito, anche a causa dell’allegra compagnia di Sandra e del figlio che, sotto una scorza di timidezza, si era dimostrato simpatico e socievole. Dopo la cena, c’era stata la degustazione di liquori a base di radici di Genepy e fiori di Genzianella, che mamma Sandra aveva fatto con le sue mani, raccogliendo e facendo poi fermentare i vegetali nell’alcol. Naturalmente non si poteva rifiutare l’offerta di Sandra! Finita la degustazione, veramente squisita, eravamo tutti un po’ brilli, in particolare tu ed Andrea, che non eravate abituati a bere tali quantità di alcolici. Sandra ci proponeva allora di andare a letto, offrendoci il letto matrimoniale in cui normalmente dormivano lei ed il figlio, posto nella seconda delle due stanze che formavano la baita. Naturalmente, dopo tanta gentilezza, non potevamo accettare: a noi sarebbe bastato il giaciglio sulla paglia vicino al fuoco...
Mai dire mai Ma Sandra fu irremovibile: eravamo graditi ospiti ed avremmo dovuto essere trattati come tali. Le proposi allora una soluzione di compromesso, che parve non dispiacere a nessuno. Tu ed Andrea avreste dormito nella camera, mentre io e Sandra ci saremmo arrabattati tra paglia e fieno... Ci sistemammo quindi per la notte; Andrea si coricò al tuo fianco in un grande letto, mentre io mi sistemai a debita distanza da Sandra in soggiorno. In realtà avrei desiderato essere ben più vicino a Sandra; il pensiero delle sue forme opulente ed il ricordo di quanto già successo in giornata, accompagnato dal senso di euforia che mi dava un po’ di alcol in corpo, mi faceva eccitare e pensare a quello che avrebbe potuto essere il coronamento ideale di quella stupenda giornata... Andrea era coricato un po’ distante da te e nella tua mente correvano veloci i ricordi della giornata appena trascorsa; non potevi fare a meno di ripensare alle nuove esperienze che avevi vissuto e, facendo ciò, ti sentivi eccitata e provavi il forte desiderio di cominciare a passarti una mano delicatamente tra le cosce. Sandra, senza dire una parola, mi si era avvicinata e la sua mano aveva cominciato ad accarezzare delicatamente il mio membro, che aveva risposto prontamente alle sollecitazioni, mentre la mia bocca aveva cominciato a giocare con i suoi enormi capezzoli, prepotentemente usciti dalla camicia da notte. Una mano timida e delicata aveva cominciato a percorrere l’interno delle tue cosce, una mano che non avevi saputo ricacciare perchè ti dava piacere ed appagava il tuo desiderio di godere ancora. Su e giù, prima a toccare e poi a penetrare il tuo sesso bagnato, mentre un’altra mano entrava a toccare il tuo seno tornito, e ti sfuggiva un lieve mugolio di piacere. Sandra era su di me, cavalcava prepotentemente il mio sesso eretto, mentre la mia bocca si nutriva dei suoi seni enormi e le mie mani stringevano forte le sue cosce. Provavamo il desiderio di urlare tutto il nostro piacere, ma ci dovevamo controllare per non disturbare il vostro sonno... e ciò rendeva il tutto ancora più eccitante e proibito. Andrea era su di te, ed il suo piccolo membro aveva cominciato a penetrarti con foga; cercasti di calmarlo un po’ ma, come era prevedibile, dopo poche spinte tutto era finito... Ma la tua voglia era ancora grande, per cui, dopo alcuni minuti in cui lo stringesti a te, lo facesti sdraiare al tuo fianco, prendendo delicatamente in bocca il suo piccolo membro e cominciando a pomparlo delicatamente. Sandra era venuta quasi subito, avevo potuto sentire i movimenti inconsulti del suo sesso ed il mugolio soffocato; non avevo tuttavia fermato le mie spinte, desideroso di farla godere ancora e ancora. Con pazienza ed esperienza eri riuscita a recuperare Andrea alla sua forma e ti eri fatta nuovamente montare, e poi leccare, e poi succhiare. Sandra ed io avevamo goduto ancora, stretti insieme in un abbraccio di membra sconosciuto e pieno di desiderio. Andrea si era addormentato al tuo fianco, con la bocca su un tuo seno, mentre gli accarezzavi delicatamente la schiena. Dopo un tempo interminabile, Sandra era crollata al mio fianco. In quel momento, con una mano ancora tra le cosce di Sandra, pensai a te... mai e poi mai avrei pensato, in un’unica giornata, di averti per la prima volta e subito di tradirti! Mentre tu dormivi tranquillamente con il ragazzino, io me l’ero spassata con la madre... ed era stato tutto naturale, perfetto, senza sensi di colpa nè recriminazioni... Il sonno ristoratore scese sulle nostre menti e sulle nostre membra a chiudere una giornata speciale.
Sandra ed Andrea ci accompagnarono alla porta, con un grande sorriso stampato sulle labbra. Nel salutarli, li abbracciammo, e ci congedammo da loro ringraziandoli “di tutto” e promettendogli di tornare, prima o poi, a trovarli. Mentre ci allontanavamo, sentimmo da lontano l’eco della montagna che ci portava le parole “grazie a voi... grazie a voi...”.
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