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La Venere della quinta ora
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Titolo: La Venere della quinta ora
Autore: Mana
Contatto:
Racconto n° 814
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“Io la penso sempre uguale...” borbottò Simone al vociare ingenuo dei primini, che come una piccola nube andava nebulizzandosi attorno al distributore del caffé - perché, in prima, ti dai un tono come puoi.
“Ancora co’ sta storia?” disse Fabio col preciso intento di tarparlo “C’hai rotto il cazzo.”
“Dai, zio, se non sono lesbiche quelle vorrei sapere chi lo é!”
“Beh, tanto per cominciare...” s’intromise il terzo ragazzo, sebbene con tonalità assenti “...Sailor Nettuno e Sailor Urano... poi Willow e Tara da Buffy... le t.a.t.u no, ma Paola e Chiara decisamente si...”
“Paola e Chiara sono sorelle.” obiettò Fabio, ma l’altro scrollò le spalle “Meglio.”
“Fanculo, me ne frega un cazzo di Paola e Chiara, vi dico che quelle sono lesbiche, se non lo capite cazzi vostri!” sbottò infine Simone, stufo di non essere preso sul serio.
Appoggiato alla ringhiera, Andrea levò gli ormeggi dall’ennesima inutile conversazione per dedicarsi completamente a quanto davvero gli premeva, all’unico motivo per il quale s’alzava la mattina alle sei, non meditava sul rasoio -sarebbe bastato un taglietto secco, tanta scena e poco danno, per saltare almeno un paio di giorni- e si faceva traghettare da pullman e pulmini fino ad un cacchio d’Istituto Tecnico in culo al mondo. Estraneo al mondo delle voci, si dedicò unicamente a scrutare fra la folla al pian terreno per focalizzarla il meglio che poteva. Ed ora era lì, nitida come lo sono solo le cose vere, o i sogni. Quei capelli rossi scintillanti alla luce artificiale dei neon, mescolata a quella chiara dal mattino; i seni sodi che dall’alto avevano la perfetta forma di due mele, ne scorgeva chiaramente il solco profondo, l’avvallamento delizioso.
Con gli occhi la seguì salire le scale, le natiche leggiadre di gioventù ed esercizio si muovevano come piatti della bilancia, fasciate dai veli della cortissima gonna lilla; era così sfacciata, mostrarsi a quel modo in un pentolone ribollente di ormoni, ad ottobre, per giunta, quando qualunque altra gamba é coperta, era così bella... Ed erano queste due cose ad averlo attratto già quel tempo lontano, quel connubio inscindibile, bella e sfacciata.
Se fosse stata solo una o l’altra cosa probabilmente non avrebbe funzionato. Probabilmente, avrebbe continuato a non trovare che le ragazze fossero carine, avrebbe continuato a preferire le alternative pixellate dei videogames. Era sfacciata perché decideva qualunque cosa da sola, senza alcuna implicazione esterna, estranea ai canoni, estranea addirittura al corso del tempo: le stagioni dovevano adeguarsi al suo ritmo, piegarsi ai suoi desideri, e se lei voleva mettere un top in Gennaio lo avrebbe messo, e per il suo ombelico scoperto sarebbe stata una giornata di sole. Ed era bella perché... beh, era bella. Bellissima. Bianca e rossa come una vampira bambina.
Gli passò accanto, in quel momento, lui trattenne il fiato ma cercò di non darlo a vedere, anche se i due amici capirono e sembrarono sul punto di deriderlo all’istante.
“Andrea, ciao!” sorrise in sua direzione, solo a lui, esclusivamente a lui. Salutò a sua volta, tirando un sorriso un po’ sghembo. Lei si era già voltata e stava proseguendo verso l’aula, e lui era già contento così. Ma, accanto alla sua ninfa privata, come una custode Laura già gli mostrava una volta di più che se uno sguardo avesse potuto uccidere, lui sarebbe morto da tempo.
Laura era una bella ragazza, secondo alcuni bella quanto Arianna, con un ordinato caschetto nero, le gambe lunghe, i seni piccoli e rotondi come pesche e dei jeans a vita bassa che stringevano un sedere di tutto rispetto. Ma Andrea non riusciva in alcun modo a sentirsi attratto da lei, probabilmente -ma solo probabilmente- perché quella troia non faceva che guardarlo malissimo e stroncare qualunque cosa dicesse, da un tentativo di approccio con la sua rossa amica e, che ne so, una disquisizione sull’accoppiamento dei pinguini.
Da quando, in prima liceo, erano finite nella stessa classe si erano appiccicate come cozze allo scoglio -se proprio doveva scegliere, Laura era la cozza ed Arianna lo scoglio- e questo aveva compromesso quello che si preannunciava essere un buon punto di partenza per la relazione con la rossa: dopotutto, cacchio, l’aveva seguita in quella scuola di merda -lui avrebbe voluto fare lo scientifico- proprio perché con la scusa di essere l’unico che conosceva in tutto l’istituto, forse si sarebbero ulteriormente avvicinati. Invece lei s’era messa quel Cerbero di guardia. Cazzo.
Al trillare della campanella, salutò Fabio e si diresse in aula con Simone. Entrando assaporò fin nell’intimo il profumo di Arianna, agrodolce di mela verde, che appoggiata allo stipite continuava a chiacchierare con Laura ed alcuni ragazzi, disinteressata agli sguardi a volte adoranti altre famelici che le venivano rivolti, altezzosa e annoiata come solo chi é abituato ad attirare l’attenzione e lo trova, per di più, piuttosto penoso.

Eppure era certo che lei lo guardasse, che dietro agli occhi lei gli mandasse oscuri segnali invitandolo a decifrarli; non ne aveva mai tempo, sia perché duravano troppo poco, sia perché Laura lo inceneriva con le sue occhiatacce da furetto indispettito. Ci vollero quattro lunghissimi mesi di scuola prima che quel deficiente del Poretti si decidesse a fare la prima cosa giusta della sua inutile vita, vale a dire parlare insistentemente con le due ragazze durante tutte le ore di Diritto. Grazie a questo, si optò per un cambio di posti, e lui ricevette dal cielo la manna di vedersi sostituito il suo compagno di banco grassoccio, che si pitturava le mani col bianchetto, con la sua Arianna. Tutto un altro mondo. Un altro profumo.
Nell’ora di chimica, un giorno, si addormentò.
Venne bruscamente svegliato dal rumore di una mano che picchiava la cattedra, e quando aprì gli occhi il suo pene era duro come un sasso, tanto che avrebbe potuto sollevarci il banco. Fu piuttosto imbarazzante, soprattutto perché Arianna -come se non avesse prestato attenzione ad altro- prima lo corteggiò di ammiccamenti e risolini complici, e dopo un po’ gli porse un foglio dove, con la sua calligrafia arrotondata e piegata sulla destra, gli chiedeva ingenuamente cos’avesse sognato.
Da una parte era un’occasione d’oro -ogni occasione per parlarle, o scriverle, era d’oro- ma dall’altra non poteva assolutamente dirle che aveva sognato lei, e che nei suoi sogni lei aveva come unico interesse quello di provocarlo, di farlo eccitare all’inverosimile.
Scrisse, con la sua calligrafia decisamente meno graziosa, lascia stare, che é meglio.
Lei rispose subito: dai, su.
No, sul serio, lascia stare, niente di particolare.
Insisto. Suvvia, quest’uomo mi sta ammazzando di noia e tu non vuoi che io muoia, giusto?
Anche perché ti avrei sulla coscienza, a questo punto...
Esattamente! Su, avanti. tanto i sogni sono solo sogni. Non hanno niente a che fare con la realtà, nascono da stimoli talvolta completamente assurdi.
Andrea ci pensò su per un po’, poi lei si piegò verso di lui: i suoi seni morbidi, che affioravano dalla camicetta sbottonata, si premevano sul banco col preciso intento di mostrarsi in tutta la loro rotondità, fino a permettere al capezzolo di fare capolino. Più che persuaso, Andrea posò il foglio sul libro di Diritto e, comprendo con un braccio, cominciò a scrivere.

Va bene allora... Ho sognato te. Deve essere che siccome sei qui vicina, boh, non so... Tutto qui.
Glielo mostrò, e lei fece una smorfia.
Dimmi di più. Dove eravamo?
Lui sospirò ed indicò la stanza. Lei scrisse: cosa facevo, esattamente? Non essere timido, dimmelo. Con dovizia di dettagli. Descrivimi tutto, me, te, quello che accade. Ti prego.
Allora, arresosi, Andrea nascose un’altra volta la pagina strappata dal blocco e cominciò a scrivere.

Sarà un po’ vago perché non me lo ricordo bene, e poi certe cose cambiano senza motivo, sai, come in tutti i sogni... La prima cosa che ricordo é che stavamo ascoltando una lezione, questa, ed io mi stavo facendo gli affari miei, e a un certo punto mi volto per guardarti, come se non facessi altro tutto il giorno, e ti trovo meravigliosa.
Hai i seni premuti uno contro l’altro, come adesso, sono alti, e riesco a vederli dalla camicetta. Non porti il reggiseno, e quando ti accorgi che ti sto guardando fai finta di nulla, fai ruotare lo sguardo sul proff. e sbottoni un bottone. Così io vedo l’avvallamento, e lo trovo bellissimo, e tu sempre facendo finta di niente ne sbottoni un altro. Tu sei naturale, però, sai, come se ti stessi facendo aria per il caldo, e nessuno ci fa caso, non ti riescono a vedere.
Io non riesco a smettere di guardarti logicamente, e non so se tu ti sta accorgendo di quello che sta facendo, e come se mi avessi letto nella mente tu avvicini una mano ad un seno e lo sfiori leggermente, con l’indice, poi le tue dita spariscono sotto il tessuto e le vedo muoversi e capisco che ti stai pizzicando il capezzolo, lo vedo perché lo stringi e lo tiri, e poi vedo la forma quando lo lasci per andare dall’altro. A me naturalmente viene duro, nel sogno, sempre, e me ne accorgo, e allora cerco di non guardarti, ma non ci riesco, intento, proprio col corpo, come se tu avessi fatto una specie d’incantesimo, e continuo a fissarti mentre ti tocchi, e poi succhi un dito, appena appena, proprio la punta, in modo carino, e bagni il capezzolo, lo massaggi piano, sempre facendo finta di niente, come se fosse normale e stessi mandando un sms di nascosto, non so. Poi prendi una matita dal mio banco, e in quel momento i nostri sguardi s’incrociano e anche se era già logico io capisco in quel momento che tu sai che ti sto guardando e che vuoi essere guardata.

Il foglio gli scivolò appena dalle mani. Intorpidito dalle sue stesse parole, Andrea non fece nulla quando Arianna scrisse con la penna rosa in un angolo “...questa matita qui...?” e prese in mano quella che stava sul libro di lui. Il ragazzo annuì, e con la matita lei scrisse “Poi?”
Ormai lanciato, lui continuò.

Poi hai cominciato ad arricciarti i capelli con la matita, ed io pensavo che avessi dei capelli bellissimi, poi l’hai messa in bocca e l’hai fatta scorrere sul collo e sul seno, proprio in mezzo, e l’hai affondata un po’ di volte, sai, come se fosse... beh, non serve che te lo dica, l’avrai capito, no? Nel senso, come se lo stessi facendo con un pene.
Poi t’inclini da una parte, sollevandoti su un lato ma tenendo le gambe accavallate, e fai scendere la matita che ti sparisce fra le cosce. Io non vedo bene, e so che dovrei essere sconvolto, ma non lo sono, cioé, é come se stessimo giocando e non ci fosse nessuno e ci fossimo messi d’accordo, tu hai la mano nascosta dalle gambe ma vedo che il polso si muove e ti mordi piano le labbra e butti un po’ la testa indietro. Con l’altra mano slacci altri due bottoni, ne hai solo uno che si chiude sotto l’ombelico, ti accarezzi un attimo un seno e scavalli le gambe, e io riesco a sentire il tuo odore. Tu ti giri, sai, con la schiena più rivolta alla parete, e schiudi un po’ lo cosce e io vedo benissimo che ti stai facendo entrare la mia matita, ma non vedo esattamente perché hai le mutandine.

Di che colore?, lo interrompe lei, senza però interrompere il flusso dei suoi ricordi, ormai mescolati ai pensieri, alla fantasia del momento.
Rosa pallido, inventa, sono chiare perché le vedo più scure dove capisco che sei bagnata. Lei annuì, continua.

Allora, io vedo che matita ti entra nelle mutande, ma non da sopra, dal fianco, dall’elastico a lato, e io ti sussurro qualcosa che però non mi ricordo, sarà una cosa senza senso come capita nei sogni, e tu allora scosti il bordo delle mutandine, le sposti insomma, e io riesco a vedertela.
La cosa più bella é che vedo la matita entrarti dentro, e penso che va davvero a fondo perché poi la tiri fuori ed é bagnata un bel pezzo, e la fessura é zuppa tipo di schiumetta bianca, e vedo com’é lunga quando la tiri fuori e la fai salire fino al clitoride.
Lì la muovi, il clitoride é rosso e si sposta come tu gli dici, e la schiumetta si fa di più, poi rimetti dentro la matita e continui così, e mi accorgo dopo un po’ che un rivolo ti scende fra le natiche e ti bagna la sedia, e io penso che vorrei leccarlo. E ancora tu mi leggi nella mente e mi dici di farlo, perché non c’é nessuno.
Io ti credo, cioé, io so che é vero che non c’é nessuno, anche se non ha senso perché prima c’era lezione, ma sai che i sogni cambiano le cose senza senso, e allora io mi chino e ti lecco la sedia, raccolgo tutto e quello che sento mi piace molto, e davanti agli occhi ho la matita che continua a fare su e giù e continua a bagnare, e io continuo a leccare, fino a quando tu a un certo punto lasci la matita dentro, ma non la tieni più, e lei scivola, e allora io la prendo come se qualcuno mi avesse detto di farlo e comincio a muoverla, ma in modo diverso da come facevi tu, perché io la muovo in orizzontale, e anche se continui a bagnare la sedia vedo che così non tocco il clitoride, e allora mi inginocchio sul pavimento e comincio a passarci la lingua come tu ci passavi la matita, tipo a zig-zag, e poi lo prendo proprio in bocca e lo succhio, e poi lo lecco ancora e intanto ti lecco anche le labbra tutte bagnate e ogni tanto pulisco la sedia, e poi torno sul clitoride.
Siccome sento che godi, perché prima sospiravi forte, adesso da un po’ hai cominciato a gemere, e mi piace un sacco come lo fai, sei bellissima, io mi premo di più e la prendo tutta in bocca, e continuo a muovere la matita che così passa in mezzo e ti entra dentro insieme alla mia lingua.
Tu mi spingi forte la testa, come se volessi farmi entrare, alzo un attimo gli occhi e vedo che tu sei proprio splendida, e allora ti scopri un seno e me lo porgi, e io mi alzo un po’ e lo succhio, bagnandoti, e anch’io sono tutto bagnato sul mento, e intanto sotto siamo in tre, le mie dita, le tue dita e la matita, io e lei entriamo dentro e tu massaggi il clitoride, e allora tu mi dici con la mente -si, con la mente- che devo masturbarmi, e allora io mi abbasso ancora, torno a leccarti e intanto me lo tiro fuori e comincio, ma non mi ci vuole molto e quando tu capisci che ci sono mi chiedi di alzarmi e di venire fra le tue cosce, ma senza penetrarti, e io lo faccio, ma anche se poi sono stanco tu mescoli i nostri liquidi e mi spingi di nuovo la testa sotto e ti muovi tutta verso di me, e io continuo...

E a me piace...? -domandò lei con la scrittura tremolante
Beh, direi di si… e a me torna duro subito e vorrei mettertelo dentro, ma tu mi supplichi di continuare a fare quello che stavo facendo con la lingua, e muovi così veloce la matita che a volte mi colpisce il mento, lo fai proprio velocissima, e la mandi così infondo che entri anche con le dita, e a quel punto io non ce la faccio più e ti levo le mutandine, e tu me lo lasci fare, e ti faccio mettere coi gomiti sul banco...
E mi prendi da dietro...?
Non lo so, il sogno finisce qui...
No, dai, mi prendi da dietro...?
...Si, davanti, nel senso... e poi dietro...
Ci metti la matita?
Si...
In fondo?
Si, molto, entra benissimo... il banco stride contro il pavimento perché ci muoviamo molto...
...tu entri forte, e veloce? Entri tutto?
Si...
...e ci piace...?
...tantissimo...

Il suono stridulo e fortissimo della campanella gli picchiò in testa come un martello per il ghiaccio. Il cervello vibrò traumatizzato per un po’, e di riflesso nascose velocemente il foglio sotto al quaderno e cercò di reagire prima ancora di realizzare cosa fosse successo, ma nei jeans una dolorosissima erezione parlava chiaro.
Arianna si alzò lentamente dal proprio posto, benché chiamata da Laura, lo guardò per un attimo con fare sopito, chiuse i libri e facendo finta di nulla uscì in corridoio.
Ancora sconvolto, dovette seguire Simone. Ma nell’alzarsi notò perfettamente l’alone umido sulla sedia di lei, ed allora la sua attenzione volò immediatamente alla matita sul banco, era umida e scivolosa, la accostò al naso e sentì i profumi del sogno, chiari, distinti.
Usciti, disse a Fabio e Simone che doveva andare in bagno, di aspettarli al distributore del caffè per darsi un tono.

Pochi giorni dopo ci furono le vacanze Natalizie, così lente, intervallate però da meravigliosi messaggi scambiati con Arianna, messaggi spinti, dove falsamente ingenua lei lo provocava finendo per domandargli, a notte tarda, dove glielo avrebbe messo, quante volte, per quanto, come, dove.
Non si videro mai.
Il ritorno, i posti vennero nuovamente scambiati, e così lui finì vicino ad una ragazzina idiota con un diario che somigliava un po’ a un mattone e un po’ alla documentazione dell’anagrafe, e Arianna si ritrovò in prima fila, dall’altra parte della classe.
Le cose continuavano come sempre, lei lo salutava sorridendo, ma nulla di più. Lui era, comunque, felice. L’unica cosa a cambiare era stato il modo in cui Laura lo guardava, ora totalmente assassino, i suoi erano occhi che lo avrebbero sviscerato e lo ritenevano in un certo qual modo patetico, infimo.
Ogni mattina, appoggiato alla ringhiera ascoltava qualche primino lusingare più o meno volgarmente la sua donna, o almeno, la donna che era stata sua mille volte in mille fantasie che, per qualche attimo sospeso nel tempo, avevano condiviso.
Era palese fosse perso per lei, ma nessuno prendeva sul serio chi era perso di Arianna, o almeno nessuno che non fosse di quinta e non fosse all’unanimità ritenuto uno dei quattro più fighi della scuola, ma a lui non importava molto. Gli bastava anche solo guardarla, almeno per un altro po’.
Forse, dopotutto, Fabio non ha tutti i torti... anche a me sembrano un po’ lesbiche...
Andrea rispose distrattamente al biglietto. Tu dici?
Dico, dico. E a proposito di cose da dire, piantala di rosicchiare la matita, fa un rumore davvero fastidioso, e fa anche un po’ schifo.
Il ragazzo si piegò quel tanto che bastava per guardare la sua amata scambiarsi un foglietto col compagno di banco.
Tu dici? scrisse ancora, disattento ad ogni cosa.