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Fuentes
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Titolo: Fuentes
Autore: Shaara
Contatto:
Racconto n° 821
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Lui la guardava, le parlava, con la sua voce suadente, calda, le teneva la mano, scivolando il suo indice sul dorso della sua.. lei lo guardava sognante e i suoi occhi a volte si socchiudevano esprimendo il sottile piacere che si prova quando si sta vivendo un sogno... Il mio incubo.
Rimanevo li, in silenzio nel tavolino in fondo alla saletta di quel tranquillo ristorante greco, nascosta dietro il profumo di un bicchiere di vino dorato. I miei occhi si chiudevano assieme a quelli di lei, quasi a cercare lo stesso piacere, lo stesso sogno.
La rabbia di vederlo ancora una volta con quella donna, era sottomessa da un tenue torpore causato da quella tenera visione.
Oh, come avrei voluto essere al suo posto, come avrei voluto che guardasse me, sentire la sua mano sulla mia, ascoltare le sue parole.
Erano due mesi che lo tampinavo in ogni luogo e, nei momenti liberi, stava sempre li con quella.
Si sono alzati, mi passano vicini.... mi nascondo dietro il bicchiere, escono dal locale ed io rimango li, impietrita, aggrappata a quel vetro, che svuoto avidamente.
Lo incontrai casualmente in un locale che vendeva mobili di antiquariato, parlava con decisione ed esprimeva benissimo ciò che voleva far capire.
Riuscii a sapere dove abitava e abita tutt'ora e lo tenni d'occhio aspettando un momento favorevole per vincere la mia timidezza e tentare un incontro.
Ma poi scoprii che aveva una donna ed era evidente quanto si volevano bene.
Da quel giorno non sono più riuscita a scacciarlo dalla mente neanche per un solo istante, è come se mi fossi innamorata perdutamente, come se mi avesse stregata, rapita. Ho passato le sere sotto la loro alcova ad aspettare che se ne andasse, che ritornasse a casa, che sfuggisse alle braccia di lei, poi esausta me ne tornavo a casa, distrutta, mortificata, frustrata.
Può l'amore rendere sciocca una donna? Sto trascurando i miei interessi, il mio lavoro, la mia vita; so di essere stupida ma non riesco ad allontanarne il pensiero, è troppo forte ed io troppo debole. Se solo non ci fosse lei.

Due giorni dopo la serata al ristorante, stavo in ufficio e mentre sbrigavo le mie pratiche il direttore mi manda a chiamare; come segretaria personale del direttore, mi tocca essere sempre disponibile e lasciare tutto quello che ho da fare per andare da lui e farlo sentire "capo"; in fondo mi paga bene e il lavoro non è noioso. Mi chiede di portargli la pratica della "Morientes", una nuova ditta che si sta affermando nel settore informatico, nuovo cliente e il titolare è qui per i dettagli di un'ordinazione.
Ci tiene, il capo, a far vedere che nella sua azienda, vi sono belle donne, lui che quando può se ne va a Cuba o in Thailandia a sfogare le sue repressioni, e appena può ne approfitta per mostrarle, le sue donne, quindi in ufficio siamo tutte sempre tiratissime anche quando ci capita di essere in giornata "no", dobbiamo essere sempre impeccabili.
Aprii la porta dello studio, luminosissimo per via della grande finestra alle spalle della scrivania, il direttore ed il cliente erano seduti, l'uno di fronte all'altro, mi avvicinai alla scrivania ed appoggiai il prospetto dell'ordine su di essa, con destrezza e disinvoltura lo aprii, poi come un copione già visto, mi spostai sulla sinistra e guardando il capo, attesi che mi presentasse: "Questa è Shaara, la mia assistente, di qualsiasi cosa abbia bisogno, Mr. Fuentes, lo chieda a lei, è la migliore!"
A quel punto, con un sorriso mi voltai verso il signor Fuentes per la stretta di mano di rito.
Lui... la mia mente vacillò, la voce tremolante, ad un tratto non sapevo cosa dovevo o potevo fare, lui mi salutò con la sua calda voce che udii spesso di nascosto da dietro il telefono quando lo chiamavo e poi non rispondevo... mi sentii svenire e per togliermi d'impaccio feci finta di avere un attacco di tosse e corsi in bagno scusandomi con un gesto della mano.
Credo che il direttore non abbia apprezzato il gesto, ma l'unica cosa che mi impediva di crollare era la fuga. Mi sedetti nel bagno, mi lavai il viso.... non potevo continuare così.
Mi calmai un poco e dopo essermi rifatta il trucco ritornai da loro. Non so come ho fatto a stare mezz'ora in quell'ufficio senza rischiare di saltargli addosso, non sono neanche riuscita a capire bene quegli apprezzamenti che egli faceva nei miei confronti, spinto dalla baldanza del boss che neanche tanto di nascosto istigava il malcapitato di turno a guardare le curve della sua assistente ogni qual volta che io mi alzavo e prendevo un fascicolo nello scaffale.
A casa ci sono arrivata distrutta, la testa pesante, il cuore impazzito, la pelle arricciata. La prima cosa che mi è venuta in mente di fare, è stata quella di lasciarmi andare a quel pensiero che mi attanagliava, sdraiata nel mio letto e mi sono accarezzata interminabili minuti, sin che la pelle fosse tornata morbida e la mente finalmente priva di forze, rilassata.
Il mattino mi sono svegliata con un pensiero fisso in testa, il solito, ma più forte e in quel pensiero c'era anche lei, quella donna che riempiva le sue serate.

Penso che a volte per poter raggiungere un obiettivo si sia in grado di compiere qualsiasi cosa, tradire, soffrire.... uccidere.
Uccidere!!
Se lei morisse, avrei la strada libera. In fondo non è complicato, lei abita in periferia e prende sempre l'autobus per andare o tornare a casa. Un incidente stradale, uno stupro.. Mi accorgo che la cosa mi passa per la testa con naturalezza e decisione, mi alzo, faccio la doccia e quel pensiero rimane li, fisso, indelebile. Un sacrificio per raggiungere un uomo irresistibile.
Guardo l'orologio appeso al muro, le dieci e venti; lei esce di casa di solito alle undici e prende l'autobus alla fermata di fronte a casa sua, dall'altra parte della strada, in una zona poco trafficata.
Laura è puntuale, indossa una minigonna e un giubbino rossi, chiude la porta di casa, poi si avvicina al marciapiede, lo supera, la mia auto è in moto, la marcia è inserita, nessuno in vista e quando lei attraversa, affondo il piede sull'acceleratore. In un attimo sono lì, davanti a lei che strabuzza gli occhi e si blocca in mezzo alla carreggiata... chiudo gli occhi, aspetto il rumore sordo di lei sul cofano... il piede destro, immediatamente, istintivamente, frena, pigia il pedale più forte che può, la corsa termina in uno stridio di gomma bruciata. Apro gli occhi, lei è lì, davanti a me, mi guarda, la guardo. Non può valere la pena di compiere un'azione così per un uomo, non ci sarebbe più posto per l'amore, solo.. il rimpianto.
Esco dall'auto, farfuglio qualche cosa, qualche scusa. Lei si siede al ciglio della strada, con le gambe tremanti, la invito a salire in macchina.
Facciamo qualche chilometro prima che iniziassimo a parlare, la paura è stata forte:..."non ti avevo vista attraversare, scusami ancora!" Annuisce poi mi guarda e si mette a ridere: "pensa tu se dovevo morire oggi che devo annunciare al mio uomo che sono incinta di due mesi!"
Incinta... due mesi... stavo per fare il più grande errore della mia vita, non sarei mai riuscita a sopravvivere.
Parliamo pochissimo ed evito accuratamente di parlare di Lui, mentre l'accompagno in centro, in mente mi cadono addosso tutte le paure, i risentimenti, non posso rubare il papà di un figlio che ancora deve vedere la luce, non sarebbe giusto.

È già un po' che non rincorro Diego Fuentes, la mente è ancora li con lui, ma il corpo si dedica alla vita, al lavoro, alle serate in compagnia di qualche amica.
Ogni volta che la "Morientes" mi capita tra le mani, ho un tuffo al cuore ma tengo duro.

È già estate, sulla spiaggia, ci si crogiola al calore del sole, nuova vita, nuova linfa, il vento caldo spazza via i ricordi, ci si tuffa nella nuova acqua. Mentre sono li sdraiata, una mano mi tocca la spalla, "Shaara!" mi volto e c'è Laura, con in mano il pargolo, una piccolissima bimba di appena un mese e mezzo, bellissima, cerco di scorgere in lei i tratti del padre.
"Vieni, ti presento il mio uomo!"
A quelle parole il pensiero torna indietro anni luce, non avrei voluto ma non potevo rifiutarmi.
Seduto, moro, capelli lunghi, si volta..."piacere, sono Lamberto!"...........
I sensi di liberazione, sgomento, gioia, stupore, si accavallano avvicendevolmente.... la caccia adesso può riprendere. Se penso a quello che stavo per fare, mi vengono i brividi.

L'indomani tento di rintracciare Diego, ma al suo ufficio non risponde nessuno, vado alla sua abitazione, l'auto è parcheggiata li davanti, mi tremano le gambe ma mi avvicino al cancelletto e allungo la mano verso il campanello... suono.
Si affaccia una donna anziana; mi spiega che Diego è in Portogallo per lavoro da due mesi e non sa quando ritorna.
Sono persa nei miei pensieri, mi sto distruggendo, in ogni momento sento la sua voce, guardo i suoi occhi. Non posso farne a meno.
Decido di andare a Lisbona, ho il suo indirizzo e il suo telefono, devo farlo, altrimenti ne esco pazza... se già non lo sono.

Per telefono non riesco a dirgli nulla, mi fingo una cliente e ci diamo appuntamento al Cafè Brasileira.
Questo bellissimo bar è il più antico di Lisbona, famosissimo, e bar preferito di Fernando Pessoa, gli interni originali dell'epoca lo rendono un luogo molto romantico e sembra di tornare indietro nel tempo. Entro, Lui è lì, appoggiato al bancone di antica fattura, il cameriere mi guarda, poi si rivolge a Diego che si gira verso di me. Il suo sguardo scivola sulla mia pelle, poi fissa i miei occhi, mi sento travolgere ma mi avvicino decisa.
..."Shaara?".
Si ricorda di me, è già un segno positivo, credo. Senza permettergli di parlare, gli vomito addosso tutti i miei sentimenti, gli dico che lo amo che voglio essere la sua donna, che mi sono innamorata la prima volta che l'ho visto, che ho atteso questo momento per un anno e che non riesco più a
passare una serata senza pensarlo... mi scappano delle lacrime e lui con il suo fazzoletto le asciuga mentre richiama il cameriere che nel frattempo si era fissato ad ascoltarmi allibito.
Mi prende per mano e mi fa sedere ad un piccolo tavolino. Ordina due bicchieri di Porto e mi stringe forte le mani mentre mi lascio andare ad un sommesso singhiozzo.
"Perdonami ma non ce la facevo più a trattenermi, dovevo farlo, dovevo dirtelo!".
Incredulo ma sicuro di se, mi invita a bere e poi mi porta all'elevador, un alto ascensore antico che si innalza sopra il centro di Lisbona. Passiamo parecchio tempo senza parlare.. finalmente riesco a sentire il suo sguardo ammaliante su di me, tocca a lui la prossima mossa, attendo con ansia di ascoltare la sua voce, le sue parole.
Volto verso la città sottostante, con fermezza, mi spiega che non potremo mai avere un rapporto profondo, mi dice che non v'è possibilità e che farei meglio a ritornare in Italia. Subito.

Mi sentivo offesa, di nuovo umiliata nell'intimo, non riuscivo a comprendere e lui non mi spiegava null'altro. Non poteva rifiutarmi così, senza motivo apparente, dopo tutto quel tempo.
Chiesi spiegazioni invano.
I suoi modi decisi e maschi mi avevano nuovamente bloccata. Si voltò e se ne andò senza dire altro e io rimasi lì, di nuovo sola senza spiegazioni.

L'elevador di Santa Justa è alto una cinquantina di metri sotto di me una intera città, sopra, il vuoto. Penso sia arrivata l'ora di finirla.
Il mio atteggiamento insospettisce un ragazzo che mi prende per un braccio e mi chiede se sto bene.... Sto bene?

In ufficio, la solita prassi, i soliti cataloghi, il solito computer, le solite facce, ma io non sono più la stessa. Mi confido con la mia collega, Mariella, già sapeva delle mie pene, ci rintaniamo nel suo
ufficio, l'ufficio rapporti con i clienti. Lei detiene tutte le informazioni dei nostri clienti, prende la cartella della Morientes, mi fa notare che da parecchi mesi Fuentes non lavora più lì, nella sua azienda.
Contatta una sua amica, Mery, che lavora in quella azienda, riesce a farsi dire dei particolari ma nulla di preciso, solamente che Diego ha problemi di salute, gravi problemi.
Malgrado mi abbia respinta in malo modo, non riesco a scacciarlo dalle mie notti.
Rintraccio nuovamente Laura, la sua ex amante, chiedo come sta ma è triste, la sua bambina è in coma.. immunodeficienza virale... AIDS!!
Lamberto, suo marito l'ha passato a lei e la piccola l'ha contratto dalla mamma quando ancora doveva venire alla luce.
Il pensiero corre immediatamente a Diego, se fosse questa malattia ad aver contratto, la sua vita sarebbe diventata un inferno.
Gli telefono istintivamente, ma alla sua risposta non so più che dire, se lui non lo sa ancora o non vorrebbe che io lo sappia... quale sarebbe la sua reazione.
Richiudo.
Un minuto dopo il telefono squilla, è di nuovo lui."Shaara, sei tu?".
Rispondo di si.
"Guarda che sono di nuovo a Roma, se vuoi ci vediamo, volevo scusarmi con te, per come ti ho trattata!"
Ci incontriamo al Circo Massimo, quando arrivo lui è già li, di nuovo, vorrei corrergli addosso, abbracciarlo, ma non è questo il momento.
Passeggiamo per un poco, sia lui che io cerchiamo il momento adatto e le parole da dirci.
"Mi spiace Shaara..."
"So tutto... Diego"....
Gli rubo la parola e gli spiego tutto quello che so... se deve esserci un rapporto tra due persone, amore o amicizia che sia, io credo nella sincerità anche se a volte può essere dura.
Si ferma, mi guarda... "Non è come credi!.... Laura è la mia sorellastra e quando ha scoperto di essere sieropositiva, ha chiesto il mio aiuto. Ma io sono malato di cancro... mi resta poco da vivere e lei lo ha capito, devo pensare anche a me. Siamo spacciati entrambi!"
Lo abbraccio, le mie lacrime cadono sulla sua giacca chiara.
"Voglio stare vicina a te sino alla fine, ho atteso tanto e neanche l'aids mi avrebbe tenuta lontana da te. Vorrei solo che tu lo desiderassi e mi permettessi di prendermi cura dell'uomo che amo!"

I suoi caldi abbracci nelle nostre notti d'amore, sono durate tre mesi, dopo di che le sue ossa hanno iniziato a vacillare, a crollare. Nel periodo più brutto, ci siamo ritrovati di nuovo a Lisbona, il suo amico medico mi promette di darmi una mano a non farlo soffrire. Vederlo in quelle condizioni ferisce la mia mente in maniera impressionante.... una sera l'ho salutato per l'ultima volta prima che si addormentasse.. per sempre.
Organizzo il suo funerale, lui amava le rose rosse e il fado. Alla cerimonia non ci sono ne Laura ne la sua piccola, morte qualche mese prima, solamente un piccolo corteo di amici.
Sono morta anche io, con lui, con la sua anima.