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Diario di un convalescente
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Titolo: Diario di un convalescente
Autore: Emma
Contatto:
Racconto n° 834
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Ero malato. Malato nella testa.
Troppo lavoro, troppe responsabilità, troppa pressione, troppi soldi in ballo. A casa, con mia moglie, un inferno, fino a che lei non prende su le sue cose e torna dai suoi. E così sono crollato e ho dato fuori da matti.

Due settimane in clinica, sotto sedativi e a farmi tormentare dallo psichiatra che, a puntate, mi fa sputare fuori tutti i segreti più segreti della mia vita. Poi, dopo un mare di punture e di pillole, mi hanno detto che ero guarito e che ora avevo solo bisogno di un lungo periodo di convalescenza.
"Vada al mare o in montagna, comunque lontano da tutti quelli che conosce, moglie compresa. Si riposi, dorma. Non legga, non guardi la televisione, cerchi di stare solo e di non vedere nessuno. Faccia del movimento, specialmente lunghe nuotate. Stia al sole." E, d'altra parte, era esattamente quello che volevo fare: non vedere più nessuno, non fare nulla, non avere responsabilità.
Il mio capo capisce e mi dice di non preoccuparmi per l'ufficio e che per sei mesi posso starmene fuori dai piedi senza problemi. Un amico si prende cura di me, mi prende in affitto una villetta al mare, mi ci accompagna e mi organizza la vita.

La casa è quel che fa per me. Sulle colline, lontano dalla folla, con enorme giardino e anche una piscina. Non faccio un cazzo tutto il giorno. Dormo. Prendo le mie pillole. Non vedo e non sento nessuno; non leggo i giornali; la tivù non l'accendo neppure. E' come se avessi rotto i ponti col mondo. Non esco e gli unici contatti li ho col figlio di chi mi ha affittato la casa, che ha la chiave del portoncino e viene nel tardo pomeriggio a rifornirmi di cibarie già pronte preparate nell'albergo dei suoi e dello zio e a prendersi cura del giardino. E viene anche a controllare se questo strano pensionante malato c'è ancora ed è ancora vivo.
Si chiama Massimo. Ha diciott'anni, ma non ne dimostra più di quindici o sedici. Studia, ma in estate aiuta i suoi a fare lavoretti nell'albergo e nelle varie ville, villette e villozze che affittano per guadagnarsi una barca di soldi.
Mi alzo che è pomeriggio. E il resto del giorno e tutta la sera la passo fuori, a prendere il sole o a nuotare. Non sto neanche a vestirmi, che tanto tutt'attorno al giardino c'è un muro alto e una siepe e non mi vede nessuno. Solo nel tardo pomeriggio, quando so che arriva Massimo, mi infilo un costume da bagno. Poi, quando se ne va, me lo tolgo e me ne sto fuori nudo fino a notte fonda, stravaccato nel prato a guardare le stelle.
Tutta questa tranquillità mi fa bene. Poco alla volta miglioro. Acquisto forze. E' persino tornato a drizzarmisi l'uccello, dopo mesi che non succedeva. Festeggio l'avvenimento concedendomi una lunga sega a bordo piscina.
Voglia di uscire ancora non ne ho, ma sono meno arrabbiato col mondo e riallaccio qualche rapporto un po' più cordiale almeno con Massimo, che, d'altra parte, è l'unico essere umano che vedo.
Scambiamo qualche chiacchiera mentre si occupa del prato, innaffia le rose e i limoni, toglie le foglie dalla piscina. Dopo, se non è tardi, si ferma anche qualche minuto a fumarsi una sigaretta con me. Una volta che è venuto presto e si è tosato tutto il prato, sudando come un negro, gli presto un costume e lo convinco, prima di andare via, a farsi una nuotata in piscina. Nei giorni seguenti, il tuffo in piscina diventa un'abitudine, così come anche le nostre chiacchiere poco alla volta si allungano.
Io gli racconto i miei guai di testa e lui mi confida i suoi guai di cuore per una compagna di classe che deve essere un po' stronza e che, nonostante la sua corte, gliela dà col contagocce. Eppure è un tipo sveglio ed è anche un bel ragazzino. Mentre si occupa dei suoi lavori, si toglie la maglietta e se ne resta solo coi pantaloncini. Non è male. I suoi muscoletti al posto giusto li ha. Ad una ragazzina non dovrebbe dispiacere.

Un pomeriggio, non mi accorgo che è tardi ed è l'ora in cui di solito arriva e mi trova steso sul bordo della piscina, completamente nudo. Non ho vicino a me neppure lo straccio di un asciugamano e sono costretto a fare buon viso a cattiva sorte. Tutto quello che posso fare è girarmi a pancia in giù. Ma lui non batte ciglio. Alle mie scuse imbarazzate, replica che non c'è problema.
"Sono abituato ad uscire in mare coi miei amici, col gozzo di mio zio, e il costume non ce lo portiamo mica."
Mentre io me ne resto inchiodato con le chiappe al sole, lui va a sistemare in cucina le provviste, ritorna fuori, si toglie la maglietta, innaffia le rose, i limoni e fa tutto quel che fa di solito. Solo quando ha finito, fa qualcosa di diverso. Invece di andare a cercare nel garage il costume preparato per lui e di cambiarsi, si sfila direttamente pantaloncini e mutande e si tuffa in piscina anche lui nudo.
"Visto che il costume non ce l'hai tu, non sto a mettermelo neanch'io. Ti dispiace?"
No che non mi dispiace. Anzi, così mi toglie dall'imbarazzo.
Sguazza in tutta tranquillità. Poi risale e, sempre perfettamente a suo agio, si corica nel prato vicino a me a fumarsi la solita sigaretta. Trovo il coraggio di girarmi anch'io. Dopo i primi istanti, in effetti, scopro che non è mica poi così imbarazzante stare senza niente addosso, anzi, si sta che è una meraviglia.
Quando Massimo si riveste e se ne va, mi sento contento di me come non mi accadeva da tempo. Ritrovare il proprio equilibrio è anche vincere le proprie paure. Una l'ho vinta.
Più tardi, quando ormai è buio e io me ne sto ancora coricato nudo in mezzo al prato a guardare le prime stelle, ripenso con piacere alla scena di prima e prometto che il costume, quando verrà Massimo, non me lo rimetterò più. Mi sento così contento di me che decido di farmi un regalo: una sega potrebbe andare bene. Se non fosse stato buio e qualcuno in quel momento fosse passato in aereo sopra di me, mi avrebbe visto nudo al centro del prato, steso a pancia all'aria a menarmelo beatamente.

Nei giorni seguenti la sguazzata con Massimo e le due chiacchiere senza niente addosso diventano un'abitudine. E diventa un'abitudine anche la sega dopo che lui se ne è andato.
Ormai mi tira senza problemi. Decisamente sono sulla buona strada. Se quella stronza di mia moglie non avesse fatto le valigie e non fosse scappata dai suoi, potrei anche pensare di telefonarle e magari di riorganizzare una riappacificazione a letto. Ma così non se ne parla neppure. Decido però che sarebbe bene vedere gente: un po' di figa, a questo punto, non dovrebbe farmi male. Una sera mi organizzo, mi vesto, esco, trovo un locale dove si balla e mi ci infilo. Troppa gente tutta in una volta, troppo chiasso. Comunque una morettona l'abbordo. Non è giovanissima e ha l'aria un po' equivoca, ma può andare. Me la porto in villa e me la trombo, ma non è come pensavo. Una vera delusione. Non è che non sia figa e che non ci sappia fare, e neppure che l'amico tra le gambe non faccia il suo dovere senza scherzi. Ma è che la cosa mi annoia. La sto ancora trombando, che già non vedo l'ora che sia finita, che lei si rivesta e se ne vada. Non riesco ad entusiasmarmi. Mi sembra tutto così scontato e così noioso. Per fortuna ha il marito che arriva domani in riviera per il fine settimana e, alle prime luci dell'alba, raccoglie le sue cose e se ne va.
L'unica cosa positiva è che ho verificato che l'uccello funziona di nuovo, e non solo per le seghe. Vuole a tutti i costi il mio numero di telefonino, ma, appena è via, il telefonino lo annego dentro la piscina, così sono sicuro che non mi romperà più le palle. Ho ritrovato in lei le sdolcinature e tutti i difetti di mia moglie. Non è un mondo che voglio ritrovare, almeno per ora.

Qualche giorno dopo. Massimo porta con sé un paio di cesoie e si mette a potare la siepe. Lo guardo lavorare stravaccato, come al solito, sul bordo della piscina, senza niente addosso. Al sole, suda come un negro, nonostante si sia tolto la maglietta.
"Posso togliermi anche i pantaloni, così intanto che lavoro mi abbronzo anche le chiappe?"
Annuisco, e lui si toglie in un colpo pantaloni e mutande e continua a lavorare nudo.
Mi gira la schiena ed inevitabilmente finisco col guardarlo. Le sue chiappe sono indubitabilmente quelle di un ragazzo, ma mi ricordano le chiappe della morettona ed anche quelle di mia moglie. Certo non c'è paragone, però è giovanissimo, ha la pelle liscia e qualcosa di femminile ce l'ha. Questi pensieri mi fanno un brutto scherzo, perché l'uccello comincia a drizzarsi. Mi giro a pancia in giù. Cerco di pensare a qualcosa che me lo smolli, ma l'amico invece tira ancora di più. Nessuno straccetto a portata di mano e di alzarmi in questo stato non se ne parla neppure.
Quando Massimo ha finito, viene a tuffarsi.
"Non entri tu?"
Non mi viene nessuna scusa e così sono costretto a confessare la verità. Che non posso, perché ho un piccolo problema di erezione e non posso farmi vedere in questo stato.
Risale a fumarsi una sigaretta stravaccato vicino a me e non solo non sembra per nulla turbato della cosa, ma anzi, si mette a parlarne tranquillamente.
"Quando coi miei amici siamo fuori col gozzo, facciamo apposta a farcelo tirare, così ce lo possiamo misurare e vedere chi ce l'ha più grosso. E comunque è una scusa per poi tirarci delle gran seghe."
"Ma tutti assieme!?
E' sorpreso della mia sorpresa. E io sono sorpreso per quel che mi sta dicendo. Mi faccio raccontare, e lui senza difficoltà mi racconta che sì, se lo fanno tirare e poi si mettono lì e se lo menano, a volte tutti assieme e a volte a turno, con uno che si fa e gli altri che guardano.
"Ma non è imbarazzante con qualcuno che guarda?"
"Ma va! Quando siamo una mezza dozzina, ci facciamo di quelle seghe goduriose che da soli neanche ce le sogniamo!"
Mi scappa l'occhio in giù e vedo che si è drizzato anche a lui. Ma lui non fa niente per nasconderlo, anzi, tutto soddisfatto, ci giochicchia con la mano.
"Vedo che sei ben attrezzato. Scommetto che a misure li batti tutti."
"Magari. Mio cugino ce l'ha almeno così." Mi accenna con le dita ad almeno cinque centimetri dalla punta del suo uccello e mi spiega che il cugino ce l'ha più lungo di almeno tutta una cappella.
Finiamo la sigaretta, poi lui accenna ad alzarsi. Non voglio però che vada via. Mi diverte questo fatto che se ne stia lì con l'uccello duro in mano. Gli chiedo altri particolari sulle sue gite in barca e lui me li spiattella. Ma poi non c'è verso di trattenerlo. Si riveste e se ne va.
Finalmente mi posso girare anch'io. Sono così eccitato che una sega mi serve subito. Me lo meno furiosamente e, solo dopo essere venuto, mi calmo un po'.
Guarda te l'amico! Sembra un innocente bimbetto, ma ha un coso monumentale, non si fa problemi a farlo vedere e se lo mena persino in compagnia dei sui amici!

Passo ore ad immaginarmi Massimo e i suoi amici che, tutti nudi, se lo menano. Ce l'ho duro già due ore prima che arrivi Massimo. Non voglio starmene però tutto il tempo girato a pancia in giù come ieri. Devo inventarmi qualcosa. Sì, ma cosa mi invento? Dopo lungo arrovellamento, la decisione è presa. Quando Massimo arriva, mi faccio trovare steso a pancia in su in mezzo al prato, con l'uccello duro in mano, che ci gioco. Massimo mi vede, sistema in un attimo la borsa delle cibarie in cucina, mi raggiunge e si butta anche lui sul prato, vestito.
"Quella roba che mi hai detto ieri che vi fate le seghe tutti assieme in barca mi ha sconvolto ed è da ieri che sono eccitato." Poi gli confesso anche della sega che mi ero fatto appena se ne era andato.
"Se me lo dicevi, mi fermavo e ce la facevamo insieme". Un attimo di silenzio mentre si accende una delle mie sigarette. Poi subito propone.
"Facciamocene una assieme adesso".
Non mi lascia il tempo di replicare alcunché e sta già armeggiando con la chiusura dei pantaloni. In un attimo è nudo e se lo sta menando. Ci mettiamo un attimo a venire. Una scrollata rabbiosa, guardandoci a vicenda proprio lì, ed è fatta. Mi sento che è una meraviglia. Dopo sguazziamo in piscina e lo aiuto a sistemare il giardino. Alla fine, ci concediamo il bis, con più calma, seduti sul bordo della piscina, coi piedi in acqua, con lui che mi racconta dei suoi amici del gozzo.
Quando se ne va, sono pienamente soddisfatto di me. Un'altra delle mie paure è vinta. E sono anche molto più in pace col mondo, tanto è che mi lavo, mi vesto, vado a mangiare fuori e mi concedo persino una passeggiata sul lungomare. Anche stasera c'è ressa e rumore, ma la gente mi fa molto meno paura.

La sega con Massimo nelle due settimane seguenti diventa un'abitudine. Aspetto tutto il giorno che lui arrivi e mi prendo anche cura del giardino, in modo che poi abbiamo più tempo per starcene tranquilli. Potare le rose, innaffiare i vasi e anche falciare il prato mi fanno bene: sono le prime attività concrete a cui mi dedico dalla crisi e mi fanno sentire utile. Rifletto che, quando sarò guarito, mi servirebbe una lavoro del genere, da fare con calma e senza stress.

Facciamo come coi suoi amici in barca. A volte ce lo meniamo contemporaneamente; altre volte a turno, con l'altro che guarda. Così mi piace persino di più e, quando tocca a me, godo un mondo a tirarla in lungo e a farmi guardare. Sono davvero lontani i tempi di quel giorno in cui non ho neppure avuto il coraggio di girami a pancia in su per non fare vedere che ce l'avevo duro. Una volta stiamo proprio facendo così, con io sul bordo della piscina e lui immerso dentro, coi gomiti sul bordo, a guardarmi da una spanna di distanza, quando se ne esce con una novità strana.
"Se vuoi, te lo meno un po' io"
Non mi lascia neanche bene il tempo per digerire la sua proposta, che sporge una mano per afferrarmelo. Sarebbe assurdo se mi mettessi a fare storie, e mi ritrovo con l'uccello nella sua mano. Ci sa fare e in un attimo schizzo. Poi tocca a me restituirgli il favore, ed è meno complicato del previsto. Non è una brutta sensazione l'uccello di un altro in mano. In un attimo anch'io lo faccio venire.
Da quel giorno l'abitudine cambia. Seghe sì, ma reciproche, tranne rare occasioni in cui, per nostalgia, si torna all'antico sistema.

Più che una convalescenza, la mia si sta trasformando in un cura di seghe, ma funziona. La casa la tengo più in ordine. Dormo anche meglio e non me ne resto più tutta notte nel prato a guardare le stelle. Mi procuro un altro telefonino e sento il mio amico. Mi promette di darsi da fare con gente che conosce per trovarmi un posto di lavoro nuovo, dove non ci sia troppo da correre. Mi telefona anche mia moglie. Vorrebbe riallacciare i rapporti. Per ora non se ne parla neppure, ma almeno sento di non avere voglia di strozzarla, ed è già un progresso. Diverse altre sere, esco a cena fuori. Mi procuro anche dei pesi ed un vogatore, per fare esercizi.

All'inizio di agosto, mi capita di chiedere ancora a Massimo di quella storia del gozzo e se ci va ancora. Mi conferma che sì, ogni tre o quattro giorni un giro al mattino se lo fanno, con relativa sega. Mi fa anche tutta la storia di queste uscite, da quando era un ragazzino ed ha imparato proprio lì menarselo, da suo cugino e dai suoi amici più grandi. Alla fine, esitando un po', mi confessa anche un segreto inedito.
"Ti ho detto delle seghe, ma quello è il meno, facciamo anche di peggio."
"Di peggio?!"
Esita, ma poi si decide, raccomandandomi di non dirlo a nessuno e prendendola però un po' alla larga.
"A volte che siamo in vena di qualcosa di più di una sega, tiriamo a sorte."
Si blocca ancora, ma vede che sono incuriosito e si decide.
"Tirate a sorte cosa?"
"Il più sfortunato ci rimette il sedere".
Non ci credo. Non mi pare possa essere vero. Non ha mica niente del culattone.
Protesta che non lo è mica, e che neanche gli altri lo sono. Ma lo fanno. Lo fanno per gioco. Mi spiega bene la faccenda. Lo sfortunato sceglie da chi vuole farsi inchiappettare. Poi ha diritto lui ad inchiappettare qualcuno e si va avanti fino a che è finito il giro.
"E quindi anche tu te lo sei fatto mettere nel sedere?"
Conferma e mi assicura che è successo un mare di volte, fin da quando era un ragazzino. Gli chiedo che effetto fa. Mi racconta che non è un gran che, ma non è neanche male, e che comunque poi si è eccitatissimi e non si vede l'ora di infilarlo dentro a qualcun altro. Mi dice che, in pratica, è come farsi le seghe a vicenda, ma molto più godurioso.
Gli chiedo se si baciano anche o se si fanno qualcos'altro. Scandalizzato risponde di no. Non sono gay. Semplicemente giocano a metterselo nel sedere.
Inevitabile pensare a quanto avevo penato per convincere mia moglie a farsi prendere da dietro. E a quanto avevo penato a fare lo stesso con qualche altra morosa di prima. E che drammi! E quante storie! E sembrava cascasse il mondo! Questi invece ci giocano tranquillamente tra amici, e anche tutti maschi, per giunta. Come se niente fosse.

Mi faccio dire anche tutti gli altri particolari che servono. Massimo intanto si è coricato a pancia in giù ed è inevitabile che gli guardi il sedere, pensando a che effetto dovrebbe fare. E' chiaramente un sedere da ragazzo, ma le chiappe sono sode, abbronzate, lisce. In un certo senso, attraenti, anche se del tutto particolari: chiappe di ragazzo.
"E magari vorresti che lo facessimo anche noi?"
"Non so. A me non dispiacerebbe. Però devi vedere tu se te la senti."
Se me la sento? Non lo so neanch'io. Certo che tirarmi mi tira, e anche più del solito. Io un tentativo con le sue chiappe lo farei anche, ma non so se il mio sedere poi gradirebbe. Glielo dico e lui risolve subito la questione.
"Provi intanto a mettermelo dentro tu, poi, magari un'altra volta, se ti va, provo a fartelo io."
Gli dico che si può fare.
In un attimo, si arrangia a fare tutto lui. Olio solare sul mio uccello, spalmata accurata a mo' di sega, ultime raccomandazioni, ed in un attimo mi ritrovo coricato sulla sua schiena, con una spanna di uccello dentro di lui, incredulo per come sia scivolato dentro senza intoppi. La sensazione è piacevole. Non mi resta che pompare. Ed in effetti è quello che faccio. Incitato da lui a darci dentro duro. Due minuti e gli schizzo dentro. Sono tutto sudato e col fiatone, ma è davvero una figata.
Mi fa i complimenti. Si fa una sega per godere anche lui e, dopo un tuffo in piscina, si riveste e se ne va.
Mi do del pistola. Non dovevo lasciarlo andare via. Non dovevo neanche lasciare che godesse da solo. Dovevo farlo fare anche a me. Subito, prima che mi prendessero scrupoli e paure. Ma ormai è fatta. Mi faccio una sega solitaria e prometto a me stesso che domani lo faccio.

Oggi l'ho aspettato con l'uccello duro, decisissimo a farlo. Non gli ho neanche lasciato il tempo di portare la borsa in cucina. Ho preteso che si svestisse subito e che mi inaugurasse il sedere. Lo abbiamo fatto coricati nel prato, come ieri. E' scivolato dentro nel modo più naturale possibile. Solo la sensazione di caldo e di pieno: nessun accenno di intoppo o di dolore. Quando lui mi ha schizzato dentro, ci è mancato poco che anch'io schizzassi nel prato. Subito abbiamo invertito i ruoli e l'ho rifatto a lui. Dieci minuti scarsi ed eravamo sazi.

Nei giorni seguenti lo abbiamo fatto con più calma. In ginocchio, in piedi, dentro la piscina. Poteva mica dirmelo prima. Altro che seghe! Così si gode molto di più! Un giorno che c'era temporale e fuori non si poteva stare, l'abbiamo fatto anche a letto. Ma non mi è piaciuto. Mi ha ricordato troppo le mie donne. Così mi è sembrata una cosa perversa: da gay. Anche lui non era troppo a suo agio. Le nostre ingroppate non sono per niente giochetti da gay. Che lui sia un uomo è un particolare del tutto irrilevante. Sono esercizi ginnici che portano a godere. Sono giochi tra maschi, entrambi ben contenti di esserlo e di restarlo.
Tanto è che lo abbiamo fatto per tutto agosto, ma nel modo più asettico possibile. Carezze, baci e coccole non le abbiamo neppure prese in considerazione: sarebbero state del tutto fuori luogo, una vera contraddizione, una cosa da culattoni.

Intanto sto decisamente meglio. Mi moglie ha tanto insistito, è venuta a trovarmi e si è fermata due giorni. Me la ricordavo più stronza. Abbiamo anche fatto l'amore e, quando l'ho girata a pancia in giù e le ho infilzato il sedere, non ha fatto storie di nessun tipo. Di tornare assieme per ora non se ne parla neppure, ma magari, in seguito, si potrebbe fare. Per ora è meglio che lei rimanga dai suoi. E' venuto a trovarmi anche il mio amico. Avrebbe un lavoro per me, da ottobre. Niente responsabilità. Si fanno fotocopie, si gestiscono ordini, si tiene la contabilità, ma senza affanno. E' quello che mi ci vuole. A settembre potrei tornare a Milano per rifarci un po' l'abitudine, poi potrei iniziare. A fine settembre devo rivedere anche il mio psichiatra. Mi farà un interrogatorio di terzo grado sui miei progressi, ma questa storia di Massimo mica gliela racconto.

Ho deciso. Domani parto. Anche perché ormai, a fine settembre, comincia a fare fresco e mica posso più stare tutto il giorno nudo in giardino. Anche Massimo, del resto, ha ricominciato ad andare a scuola e non ha più troppo tempo per i nostri giochetti su bordo della piscina. E non ne ha neppure più troppa voglia: la sua amichetta ha deciso di dargliela con una certa regolarità e lui ormai pensa solo a quello.

Oggi abbiamo festeggiato la partenza con un pomeriggio intero di ingroppate. Alla fine, una volta rivestito e pronto a infilare la porta, mi ha detto però una cosa che proprio non avevo previsto.
"Sai quei miei amici del gozzo. Ti ho raccontato una balla."
"Cioe?"
"E vero che prendiamo il sole nudi e ci facciamo le seghe, ma nel sedere non ce lo siamo mica mai messo. Me lo sono inventato io"
"Ma perché?"
"Avevo voglia di provare e così ho inventato una storia"
Se ne va senza aggiungere altro, fa scattare il cancelletto e sento il suo motorino avviarsi in discesa.

Però! che stronzo!