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Nottambula
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Titolo:
Nottambula |
Autore:
Nathan |
Contatto:
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Racconto
n° 839 |
Altri
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Clorinda entrò nella stanza semibuia in punta di piedi e si sedette davanti al letto. Lui giaceva là sopra, addormentato. Lo scrutò da capo a piedi, molto lentamente, per non tralasciare nemmeno un centimetro quadrato del suo corpo. E mentre lasciava scorrere il proprio sguardo su di lui, sentiva torcersi qualcosa all'altezza dello stomaco e più in giù.
Dannazione, quanto era eccitante il suo corpo! Per quanto provasse, non riusciva minimamente a rallentare il battito del proprio cuore, a trattenere quei gemiti ansanti che di lì a poco sarebbero stati talmente forti da rivelare la sua presenza all'interno della stanza in penombra. La luce che penetrava dalla finestra colpiva il corpo di lui lievemente e brutalmente insieme. Essa si depositava sul suo petto con estrema dolcezza e con altrettanta dolcezza sfumava nell'ombra, ma al tempo stesso trafiggeva la sua pelle con tale furia da scatenare un turbinio di estasi nella carne e nei sensi di colei che stava a guardare. Eppure Clorinda non poteva fare a meno di osservare che, nonostante la brutale eccitazione che trasudava da quel corpo disteso, ancora persisteva in esso una parvenza di quella infantile dolcezza che tanto l'aveva commossa poche ore prima quando lui l'aveva nobilmente salutata. Ed era lo stesso sorriso da bimbo quello che ora leggeva sulle sue labbra.
Quelle labbra così turgide e levigate! Un altro gemito di eccitazione incontrollabile le sfuggì dalla bocca e la smosse leggermente dall'estasi in cui era caduta. Ma fu per poco. Clorinda ebbe giusto il tempo di accorgersi del fremito che le percorreva le mani nel desiderio ingovernabile di posarle su di lui e strappargli di dosso la camicia quasi completamente aperta sul petto e sull'addome. Nel travolgente fluire della sua estasi, riusciva quasi a percepire il contatto delle mani sulla pelle giovane e morbida di lui. Quanto avrebbe pagato per poter scorrere le dita lungo il suo petto olivastro, attorno ai suoi capezzoli ambrati e sempre più giù sui suoi addominali muscolosi fino a tastare quella protuberanza coperta dalla stoffa aderente dei pantaloni. L'ennesimo gemito indomabile la costrinse a tornare alla realtà, permettendole di accorgersi di quanto intensamente il proprio corpo fosse teso. I suoi occhi tornarono inevitabilmente su di lui. Con un piacevole dolore nel profondo della vagina, Clorinda si rese conto che, nella mente addormentata del giovane cavaliere, doveva essere in corso un voluttuoso sogno erotico. Fremente e in preda delle vibrazioni animalesche, cui era costretta dall'orgasmo ormai in atto, assistette al progressivo aumento di volume della protuberanza in mezzo alle gambe divaricate di lui. Questo era troppo.
In un brevissimo istante di lucidità, la donna comprese di aver perso definitivamente il controllo di sé. Lasciò scivolare su di sé, la tunica che fino a quel momento l'aveva avvolta e, nuda, si gettò sul letto, iniziando a far scivolare la lingua sul suo collo e poi giù fino all'ombelico. Lei non se ne poteva rendere conto, ma il ragazzo, nel frattempo, si era svegliato: la guardava inerte, incapace di muoversi, anch'egli in preda all'eccitazione che aveva avuto origine nel sogno. In breve la bocca di Clorinda giunse all'altezza della protuberanza ormai gonfia e granitica, a tal punto da essere in procinto di scoppiare. Il giovane non riuscì a trattenersi e prese a contrarre involontariamente i muscoli, inarcando la schiena e flettendo fulmineamente le gambe, nel medesimo istante in cui la lingua di lei iniziò a strusciarsi contro la stoffa che avviluppava il suo pene teso. Le contrazioni divennero sempre più spasmodiche, finché lei liberò dalla stoffa la "vera asta" del cavaliere. Non appena fu libero, il pene scattò fulmineo verso l'alto. Il giovane fece appena in tempo a vedere il proprio pene ergersi in tutta la sua sorprendente lunghezza, prima che le voluttuose labbra della donna lo ingoiassero in profondità.
Per pochi secondi riuscì a fissare la donna, con due occhi sbalorditi che cedevano a quella furente istigazione del suo fallo. Ma immediatamente gli spasmi muscolari ripresero con intensità, se possibile, ancor maggiore, costringendo il giovane a reclinare la testa all'indietro.
In pochi secondi il corpo del giovane, abbandonato sul letto, raggiunse la massima eccitazione. In un ultimo impeto orgasmico, egli si erse sostenendosi sulle braccia, e prese a sbattere con vigore il bacino contro la bocca della donna, con l'intento di porre fine, il più rapidamente possibile, a quell'insopportabile piacere. Giunto all'acme dell'orgasmo, i gomiti cedettero e il giovane si abbandonò nuovamente sul letto, mentre dal suo fallo schizzò un travolgente spruzzo di sperma, che quasi fece svenire di piacere la donna. Il fiotto caldo sprizzò contro il palato di lei e scese vischioso in gola, mischiandosi alla saliva. Il giovane sembrava stremato: forse non avrebbe retto ad una penetrazione, ma Clorinda sapeva che sarebbe svenuta se un fallo non le fosse entrato nel profondo della vagina. Approfittando del fatto che il pene era ancora in parte turgido, iniziò a maneggiarlo fino a farlo divenire duro a sufficienza. Allora gli salì a cavallo e iniziò a ondeggiarvi sopra, emettendo con la bocca rumori selvaggi e inarcando la schiena fino a raggiungere l'orgasmo, incurante dei gemiti sussurrati del giovane. Una volta terminato l'orgasmo, Clorinda crollò stremata sopra il corpo del ragazzo.
Quando si svegliarono il mattino seguente, erano entrambi sfiniti. Clorinda si alzò lentamente e fece per andarsene. Poi si voltò di nuovo verso il cavaliere e mosse alcuni passi verso di lui, che la fissava terrorizzato. Si chinò sul suo fallo, lo prese in mano e abbassò il prepuzio, scoprendo il glande ancora sporco di sperma. Con la lingua lo leccò fino ad averlo pulito alla perfezione. Poi con un sorriso dannatamente malizioso, uscì dalla stanza.
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