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Acqua
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Titolo:
Acqua |
Autore:
Carlo Leonardi |
Contatto:
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Racconto
n° 941 |
Altri
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Lei mi camminava davanti, in quell’ardente pomeriggio estivo, scalza, sollevando spruzzi luccicanti dalle acque basse del torrente, tanto che la parte inferiore del vestito se ne era appesantita e, appiccicandosi alle sue cosce, ne consentiva una piacevole lettura. L’anello fresco dell’acqua attorno alle caviglie, compensava, ma solo parzialmente, la calura del momento. Lo strano balletto che era costretta a fare, per mantenersi in equilibrio sui ciottoli scivolosi, evidenziava maggiormente le forme del suo corpo, che si dibattevano prigioniere dentro i seppur tenui confini del vestito. Vestito che cercavo di cancellare dal mio sguardo, così da poter intravedere ogni più minuscolo movimento, o vibrazione, o fremito, mentre mi camminava davanti, come se fosse stata già nuda. Era proprio sciocca quell’astrazione, inutile, dato che da lì a poco, ci saremmo fermati all’ombra dei pioppi. E lì, infatti, si tolse il poco che aveva indosso e si immerse, tagliando con i suoi brividi l’acqua del torrente. Ninfa, così magica e così reale, che stai ad occhi chiusi dentro la instancabile carezza fluente, come assopita in un sonno leggero che ti permette di capire e di parlare con essa e tramite essa. Confondendo le sinuosità dei tuoi capelli, con quella di alghe sottili. Ed io, con l’impazienza di una condizione costretta per natura alla frenesia, ti aspettavo irrequieto. Innumerevoli Cantici e Poemi ti avevano già descritto, inesauribili Polifonie ti avevano già cantato. Come potrebbe essere possibile narrarti ancora, strusciando un umile stecco di grafite, depositandone le molecole dentro le minuscole rugosità fibrose della carta? Cercavo di non vedere la tua nudità tesa e protesa, ricoperta di un tessuto di diamanti, mentre ti avvicinavi a me, che ti aspettavo dentro un’ombra tremolante di salici e pioppi, trafitta da aculei luminosi, cantata dagli squilli acuti e pungenti di una Ballerina, oscena nel suo scodare. E osservare soltanto lo spettacolo della tua bocca nel parlare. Senza udire nulla di ciò che dicevi; si perdevano i suoni portati via dalla liquida corrente. Smarrimento, confusione: la tua bocca rossa e lucente, esternazione impudica del tuo te interno. Le tue labbra, che non riesco a cantare compiutamente, con le loro minuscole e seducenti increspature, che le solcavano maliziose, componevano un dialogo che non ascoltavo. Increspature evidenti, e serrate fianco a fianco, nella fonetizzazione delle “u”, così arcaiche e misteriose; un po’ più tenui nella costruzione delle “o”, licenziose e sensuali, per poi attenuarsi, costrette a distendersi in una “a”, appagante e serena; e a rivelare tutta l’insostenibile potenza del tuo essere donna, sciogliendosi nella marea travolgente di un sorriso. Come dire il mio sentirmi preda di quel lampo, nel tuo sguardo, ridente come una coppa di spumante, che manifestava la voglia di volerlo fare. Che eri già così vicina, odorosa d’umido e senza più parole, disponendo le labbra in una “a” che consentiva alla lingua di confondersi tra me e di sbalordirmi, giocando in un carezzare lento e meticoloso. Per poi atteggiarsi alla più tesa e disponibile delle “o”, che scorreva sincera, stretta intorno a me, ritmando. Poi lasciare, riprendere, con la lingua carezzare, schiaffeggiare, e poi giocare... Cosa è più appagante, il sentirtelo fare o vedere le tue palpebre abbassate e le narici ritmicamente dilatate dal leggero affanno nel cercare il piacere? Carezzavo i tuoi capelli bagnati, appiccicati sul collo, scoprendoti il volto per meglio osservare la tua voglia. Il tuo scivolare provocava onde di piacere che dalle tue labbra si spandevano in me come cerchi concentrici nell’acqua, dandomi la percezione di una splendida eternità, nell’essere vittima della tua condizione di donna. Ma non riuscivo quasi più a vederti, mentre gli stringevi attorno le mani, e ormai smarrito dentro il breve e sconfinato abisso, ti sentivo placare la tua sete cerebrale.
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